Paride e Mafalda

Paride e Mafalda

L’uomo che fuggì da sua moglie

di Marco Verdecchia

Illustrazione di Helena Calvarese

Li f’ssarja vustre s’ putess’ mott’ sopra lu giurnale!” (“Le vostre bizzarre malefatte sarebbero degne di essere pubblicate sulla stampa”). Mia mamma quando ci rimproverava o denigrava usava sempre la seconda persona plurale, a significare che la ramanzina andava intesa come generale per tutti e cinque i suoi figli ai quali, con tutta evidenza, attribuiva difetti comuni oltre che incorreggibili; la procedura era così standard e consolidata, quasi liturgica, che nessuno di noi provò mai a pronunciare un timido “Io che c’entro?” ogni qualvolta veniva chiamato in correo per le colpe, vere o presunte, di un altro fratello o sorella. Da un altro punto di vista quell’espressione era assai emblematica di quanto prestigio si attribuisse,  nelle nostre famiglie, alla stampa: finire sul giornale voleva dire essere protagonisti di azioni davvero uniche ed eclatanti e, per la verità, nonostante quello scenario infausto venisse evocato da nostra madre ad ogni omelia, nessuno di noi ha mai meritato gli onori della cronaca, neanche di quella locale. E del resto lo stesso si può dire del modesto popolo mite e tranquillo che ci viveva attorno.

Mi ricordo di una eccezione, però.

Una sera mio padre tornò a casa portando con sé una copia de “Il Tempo” che mostrò subito a tutti noi con un sentimento che pareva inquietudine; il quotidiano era vecchio di qualche giorno e mio padre, non potendosi permettere l’acquisto di simili “articoli di lusso”, recuperava sempre “in differita” la copia di quel giornale tra le buste dell’immondizia che uscivano dalla casa dei suoi datori di lavoro. Di solito lo leggeva per tutta la sera, seduto sulla sua esclusiva poltroncina di vimini; divorava allora avidamente tutte le pagine, fino agli annunci economici o fino a quando gli occhiali gli scivolavano sulla punta estrema del naso liberando gli occhi ormai chiusi per la estenuante giornata di lavoro. Ma quella sera mio padre aprì subito la pagina della cronaca della provincia di Teramo per mostrarci una foto; sul quotidiano avevano pubblicato la foto di Paride, un nerboruto bracciante che abitava vicinissimo a casa nostra; da tempo l’uomo era scomparso senza lasciare alcuna traccia. L’articolo che papà ci lesse scandendo solennemente ogni sillaba, riportava che lo si era cercato dappertutto per parecchie settimane, ma senza nessun risultato, al punto che le autorità avevano deciso, dopo tanto tempo, di dichiararne ufficialmente la morte presunta!

Paride era scomparso in circostanze assai peculiari: solo due giorni prima di sparire per sempre si era infatti sposato con Mafalda, una donna ormai già abbastanza anziana che noi tutti conoscevamo molto bene. Mafalda era arrivata al matrimonio assai tardi e c’era un motivo preciso e assai evidente: era una donna di rara bruttezza, aveva il volto costellato di strane escrescenze, i capelli grigi che sembravano setole di una spazzola; la veste nera che le cadeva sul corpo disegnava un cilindro quasi perfetto in cui sarebbe stato difficilissimo indicare la posizione esatta del seno o del sedere. Da bambino ho partecipato al crudele gioco di irriderla come fosse un mostro inumano, adesso comprendo che i bambini sono talvolta feroci. Quella donna, che era ben consapevole della sua estetica impresentabile, lavorava come cuoca in una famiglia aristocratica – e c’era chi giurava che fosse una cuoca formidabile – viveva praticamente auto-rinchiusa in quell’ambito domestico dove solo gli altri servi ne percepivano l’esistenza. Ogni sera, finito il lavoro, Mafalda nascondeva con cura il suo volto dentro un abbondante fazzoletto e svicolava verso casa sua lungo un cammino buio e studiato, con ogni probabilità, come quello che avesse meno lampioni illuminati a rischiarare la sua figura volontariamente celata agli occhi impietosi dei bimbi, ma anche di tanti adulti.

La vita di quell’essere quasi invisibile mi sarebbe improvvisamente tornata alla mente quando, molti anni dopo i fatti che qui racconto, mi trovai in mano le pagine di Victor Hugo e, in particolare, quelle in cui si narra la vicenda di Quasimòdo, essere deforme e solitario, perennemente celato tra le guglie della cattedrale di Notre-Dame; come un lampo quel frammento di racconto mi aveva riportò davanti agli occhi la figura infelice e solitaria di Mafalda.

Nonostante quell’isolamento totale e volontario, Mafalda, un certo giorno, aveva trovato un essere disposto a vivere con lei: Paride sposò Mafalda, ma il loro matrimonio durò due giorni; 48 ore dopo la solenne promessa lui era infatti svanito senza lasciare alcuna traccia. Non fu mai più trovato.

E mio padre quella sera, con in mano il giornale da cui ci aveva letto l’articolo denso di particolari sulla scomparsa dell’uomo, non seppe resistere. Lui che pure era una icona della tenerezza, della dolcezza e della comprensione umana, quella sera snocciolò una ricostruzione un po’ bizzarra per quanto, bisogna ammetterlo, ampiamente plausibile. In poche parole, papà ci disse che, secondo lui, la prima sera dopo il matrimonio Mafalda e Paride si erano subito addormentati, perché entrambi molto stanchi per la lunga cerimonia e i festeggiamenti con gli amici e i parenti; invece, la seconda sera lui l’aveva vista nuda per la prima volta e, sconvolto da quella visione tutt’altro che eccitante, aveva deciso di fuggire. Per sempre!

La sera di cui parlo, io potevo avere forse otto anni, o qualcosa del genere. L’episodio mi è rimasto in presso per vari motivi, ma uno va citato. Non era mai successo che nostro padre parlasse in nostra presenza o pronunciasse anche una sola frase che alludesse, seppur velatamente, alla sfera sessuale; dico mai, e non raramente, proprio mai. E quella sera, quel suo pudore assoluto fu violato per la storia di Paride, volontariamente volatilizzatosi dopo la visione ravvicinata delle carni poco attraenti di Mafalda.

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