La poesia di Maria
di Maria Matani
Paesi Narratori
Curo i paesi incustoditi
con lo sguardo e con le parole.
Curo le loro profonde ferite,
squarci lungo i muri mai rimarginati.
Curo le loro scale sconnesse
con il calpestio silenzioso degli occhi.
Curo i paesi incustoditi
e sui loro spiazzi affrancati
libero la mia anima incatenata.
Ma davvero sono io a curare i paesi o, piuttosto, sono loro, i Paesi-narratori con le loro storie a curare la mia anima?
Ogni paese, divinamente sospeso tra l’antico e il nuovo, è già poesia. I luoghi che ci hanno amato continuano a farlo anche a distanza e pare che da lontano ci chiamino, Ajuttete a’rminì!
Ci chiamano nelle notti fredde, quasi a regalarci il tiepido calore; ci chiamano nelle calure estive all’ombra di quella quercia gigante che ci ha visti crescere, o sul greto del fiume nostro compagno di giochi, o sotto la notte stellata dove il blu del cielo è profondo come inchiostro e la luna nell’immensità passeggia regale.
E noi torniamo.Torniamo per non dimenticare le case che ci hanno visto nascere,
per non dimenticare i luoghi che ci hanno visto crescere, per non dimenticare i suoni, le voci, i colori, i profumi, gli orizzonti. Per non dimenticare il paese che, come ogni paese, prova a resistere, a vivere ancora e ancora regalare una vita possibile e possibilmente migliore.
E noi torniamo, perché lontani non sappiamo stare. Torniamo per festeggiare i nostri santi, omaggiare i nostri avi, ricordare il loro mondo di fatica, ingegno e sopravvivenza, le loro tante cadute senza paracadute e le loro risalite. La loro forte umanità e il senso di comunità e di appartenenza che si estendeva dalla terra all’acqua, dagli animali alle pietre. Pietre necessarie per costruire le loro minuscole case, incollate le une alle altre in una forma di risparmio obbligato e di amore senza fine.
Torniamo con la Poesia, che il mondo dipinge di colori e torniamo con i poeti, che sempre tornano sui loro luoghi del cuore e anche sui luoghi che non hanno mai vissuti.
Torniamo con la consapevolezza che ogni partecipante viene eletto poeta, poeta e cantastorie senza fine di paesi arroccati ai piedi della nostra montagna, come nidi di aquile; paesi immersi nel verde e circondati da picchi e spuntoni a formare una corona regale preziosa e inestimabile; paesi adesi ai fianchi delle montagne come fiori selvatici cresciuti nelle fessure delle pietre e le stesse spaccano, vivendo, resistendo e prosperando contro ogni più razionale pronostico. Paesi-corolla del nostro Gigante che dorme, ma respira e infonde sogni.
Paesi – disseminati tra cime e boschi, presepini illuminati nella notte – dialogano silenziosi l’un l’altro e all’unisono con la scia biancastra che li sovrasta, l’immensa Via Lattea, nastro d’argento nelle notti estive e, timidamente, tentano un reciproco avvicinamento. Vicendevolmente si rassicurano e morbidamente si abbracciano in un respiro che si perde nell’eco di miliardi di anni, regalandosi antichi spettacoli silenziosi, inconfessabili.
Paesi. Paesi capaci di sfidare la vita, paesi con mani grandi e passi stanchi. Paesi circondati da mulattiere, intarsiati da gradini. Paesi pensati per adattarsi al terreno inclinato, alla neve, alle frane. Paesi edificati con tecniche di costruzioni locali che ben rispondono alle esigenze del vivere faticoso, superandolo attraverso una sinergia di interazioni: abitazioni, stalle e depositi, progettati con una attenzione esasperata a non sperperare il limitato suolo e le materie prime locali, preziose da reperire e faticose da trasportare.
Case accatastate le une alle altre che evocano un abbraccio armonico e poetico ma che, ad indagare meglio, svelano una tecnica senza dubbio avveduta ed oculata, votata alla adattabilità e alla resilienza.
Agglomerati, oscillanti tra artigianalità e sostenibilità, manifestano ai gitanti moderni gruzzoli di pietre d’antico colorati, travi, architravi, finestre e porte di un ben legno massiccio, a definire singole case con le spalle voltate alla montagna spietata e gli usci spalancati sugli anelli di verde sfumati e sull’orizzonte immaginato dell’Adriatico svaporato.
Paesi da sogno! La Storia ha camminato sulle usure vostre del tempo, sui punti più alti, dentro le stanze del castello che vi identifica, entro lo spazio angusto della torre d’avvistamento, sulla struttura verticale del campanile che coraggiosamente da sempre sostiene la campana, la voce più potente dell’intero abitato, che senza mai dubbi si è espressa in ogni situazione – di guerra, di pace, d’incendi e di pestilenza – modulando la sua voce. Campana che, simbolicamente ha scandito le ore, ha accompagnato celebrazioni festose in un concerto solenne, ha martellato rintocchi lenti e profondi ad annunciare scomparse, ha segnalato catastrofi e pericoli per la comunità.
Chiesa e campana soggetti spirituali e magici, capaci di parlare a tutti gli abitanti di uno stesso paese, accomunati dallo stesso comportamento etico, colpevoli dello stesso reato, soggiogati dallo stesso dominio, allietati dallo stesso evento, ma ognuno capace di recepire e reagire a modo proprio; ognuno chiuso dietro a parole arcane, dietro i misteri della vita.
Parole e misteri che ancora risuonano nelle piazzette ricamate dalla ragnatela di parapetti e soglie. Stradine merlettate di ringhiere in ferro ossidato, usurato, dove i segni del tempo confabulano con il singhiozzo della fontana che, seppur stanca e vecchia, continua ad elargire acqua che più non serve e a raccontare storie che nessuno più ode.
Storie di soldati, di eroi, di povertà, di innamoramenti, di nascite, di morte; storie diventate leggende, storie dimenticate e sepolte.
Porte chiuse con ingenui catenacci, lasciati lì a custodire la povertà con dentro ancora il respiro umano. Porte sbarrate in uno stato d’attesa instabile, come le partecipanti nel gioco delle belle statuine, pronte a liberarsi dall’immobilità e riprendere la danza nella musica della vita ritrovata.
Case abituate a resistere allo spopolamento interiore, oltre che a quello demografico ed economico; squarciate, ancor prima che dalle intemperie, dalla forza trascinante e opposta del partire e del restare. Dal diritto a migrare e dall’altrettanto diritto contrario a restare in un luogo da proteggere e nel contempo da rinnegare.
Case dilaniate come l’animo umano smarrito e troppo spesso abbandonato.
Borghi fantasmi, paesi ripudiati, città che muoiono, paesi stregati, vitalità del passato, veri e propri patrimoni che tengono vive le memorie dei luoghi e della Storia. Luoghi sospesi tra passato e silenzio, persi tra case diroccate e lentamente inghiottite dalla vegetazione a creare scenari dal fascino malinconico, dove il silenzio in un attimo si trasforma in voci umane nell’orecchio di chi è predisposto all’ascolto.
Abitazioni indomite conservano ancora arredi d’epoca, visibili dalle finestre divelte, cadute su strade acciottolate che lentamente si trasformano in sterrate. Paesi che invitano a riflettere sulla caducità e sulla fragilità del vivere.
Rovine aperte si mostrano ai visitatori coraggiosi, musei a cielo aperto.
Scoprire o anche solo ricordare questi paesi fantasmi, significa fare un viaggio immersivo nella memoria e nella parte più autentica dell’Abruzzo.
Io vengo da voi quando posso, ma voi esistete anche quando più non potete.
Borghi autentici, di antica e indubbia fede, al chiarore dell’aurora, con lo sguardo lungo e operoso l’Adriatico, scrutate, avventuroso. Una striscia acquosa vista solo da lontano che sulla linea dell’orizzonte con il cielo si confonde. Tutto attorno ogni campo è rivestito d’erba, ogni albero di foglia e ogni pensiero ingarbugliato in voi si sbroglia.
Borghi sì autentici, concreti, vivete tra spine e rose, coraggiosi; di ogni petalo siete orgogliosi, giacché, nell’insieme corolla siete del Grande Sasso che ogni mattina in un sussurro vi risveglia.

Eterni, non curi, è diverso e bellissimo