Un romanzo per l’Estate: “La stanza accanto”

Un romanzo per l’Estate: “La stanza accanto”

di Tonino Di Giovannantonio

Alcuni orgasmi hanno la disperazione di un lamento che arriva tardi, quando il corpo si arrende prima del desiderio; altri restano sommessi, come una gioia che teme di essere ascoltata. Ce ne sono di improvvisi, allegri, e altri lenti, ritmati, che avanzano con la gravità di una marcia solenne. Esistono orgasmi finti, nati per dovere o per stanchezza, che non lasciano traccia: come parole dette senza convinzione.

Quello di Stefania era una nota lunga, un lamento seguito da un respiro profondo che assumeva una tonalità rauca, più vicina alla rabbia che alla gioia. Forse perché la prima volta furono sorpresi dai genitori di lui, o perché a lei erano serviti anni per lasciarsi andare. Qualunque fosse la ragione, quel modo di arrivare al piacere le apparteneva come un sigillo: un segno unico, inimitabile. 

L’ingegner Fabio De Leonardis aveva archiviato presto quella pratica sentimentale. Non l’amore — roba instabile — ma il sentimento come funzione compatibile con la carriera. Il fidanzamento con Stefania, nato sui banchi del Liceo Scientifico Marie Curie di Giulianova, era proseguito per inerzia fino a quando non si erano giurati amore eterno. Un contratto a tempo indeterminato: senza scatti di anzianità né benefit. Così si erano dedicati alla carriera; distrazioni come i figli avrebbero richiesto una coordinazione emotiva per la quale nessuno dei due era attrezzato.

Fabio aveva superato una serie estenuante di selezioni: prima Bologna, poi Milano e infine Chiasso. Tutto questo gli aveva fruttato un posto da promoter tecnico nel gotha europeo dell’arredo bagno. Per anni si era sbattuto tra il Canton Ticino e la penisola. Aveva imparato a distinguere i sanitari di design dai comuni water e le persone utili da quelle superflue. Applicava in ogni compito uno stacanovismo irritante. Era spinto da un’inarrestabile frenesia per il successo, spesso a scapito dei legami interpersonali. La ricerca del risultato lo portava a plasmare l’etica secondo le proprie necessità. I colleghi, ai quali stava un po’ sul cazzo, rosicarono quando fu nominato responsabile commerciale per Marche, Abruzzo e Molise.

Stipendio raddoppiato, mega SUV tedesco e una villetta in collina che, in cuor suo, era il primo passo verso Beverly Hills. Lui e Stefania si ritrovavano lì solo nei weekend, come una coppia in multiproprietà. Il resto del tempo lo trascorrevano in due vite parallele, tenute insieme da una reciproca stima professionale.

Stefania, del resto, non gli era da meno. Dotata di una naturale inclinazione a raccogliere informazioni, smontarle e riassemblarle in modo vantaggioso, si era conquistata la fiducia del dottor Claudio grazie, soprattutto, alla sua meticolosità. Per lei ogni dettaglio contava; ogni comma nascosto di un bando poteva diventare una leva. Lo Studio San Flaviano era specializzato in Project Financing e Stefania sapeva dove mettere le mani: analizzava, incrociava, aspettava. E poi colpiva.

Claudio ripeteva che lei faceva più miracoli di San Flaviano. Stefania non credeva ai santi ma sapeva che, a differenza loro, lei aveva letto il bando fino all’ultima nota a piè di pagina.

Frascati era un posto tranquillo, arieggiato; ideale per smaltire una giornata passata nel traffico di Roma e, soprattutto, l’illusione di averla dominata. L’Hotel Villa Consuelo, quattro stelle superior, offriva piscina, palestra, spa e ristorante stellato che Fabio frequentava di rado: meglio una pizza in paese e poi a letto.

Quella sera, sul tapis roulant, sbuffava più del solito. 

Il nastro sembrava opporgli una resistenza personale, quasi astiosa. Il monitor della palestra gli rimandava Anti-Hero di Taylor Swift: It’s me, hi, I’m the problem, it’s me. Per un attimo il pensiero gli scivolò addosso insieme a un rivolo di sudore. Forse era lui il problema. Non tanto perché aveva sbagliato qualcosa, ma perché aveva fatto tutto giusto. Un artiglio di malinconia gli arpionò il petto e lo costrinse a fermare la macchina. Aveva centrato ogni obiettivo; eppure il risultato non gli dava l’appagamento promesso dai mantra del coaching.

Gli vennero in mente i figli. Un’ipotesi astratta, come un investimento a lungo termine di cui si rimanda la firma sine die. Con Stefania l’argomento era ancora tabù. E poi un figlio significava rinunciare a mountain bike e sci, i suoi unici hobby certificati. Aveva da poco superato i quaranta, Stefania stava per arrivarci: non erano ancora fuori tempo massimo, ma il cronometro correva.

Scacciò via i pensieri non appena incrociò lo sguardo di una “milf” in leggings, impegnata con zelo quasi aggressivo su un’ellittica. Non era mai stato uno a cui importassero troppo le donne. «Distrazioni incompatibili con il ruolo di tecnico di una società svizzera», rispondeva, quando i colleghi lo prendevano in giro per la sua austerity femminile. In fondo, da quando aveva conosciuto Stefania, non aveva più guardato altre donne. O meglio: le osservava come si guarda un coupé parcheggiato lungo la strada. Marca, modello, linea e via.

Questa no. I suoi occhi lo avevano trafitto come due punteruoli. Verdi. Un verde saturo, brillante, che gli ricordava le piume di un pavone. E per la prima volta Fabio ebbe il sospetto che non fosse il desiderio a metterlo in crisi, ma l’idea di non essere all’altezza. Non di quella donna, ma dell’idea che lei potesse avere di lui.

All’epoca era stata Stefania a farsi avanti, con una di quelle scuse che puoi permetterti solo a sedici anni: «Mi serve una mano con la versione di latino, puoi venire a studiare da me?». Fabio non era mai stato annoverato tra i belli. Orecchie a sventola, fisico imponente e asciutto, costruito più dal senso del dovere che da velleità atletiche. Però aveva dalla sua la dedizione allo studio e un’oratoria per addomesticare le interrogazioni che faceva dire ai professori: «Non brilla, ma è solido». A Stefania, alta, castana e con quegli occhiali strategici, appena salita sul podio delle più fighe della classe, era bastato.

Da lì in poi la vita di entrambi aveva seguito una traiettoria lineare: fidanzamento, università, lavoro, matrimonio. Più che una storia d’amore, una progressione logica. Lei aveva spinto, deciso, pianificato. Lui si era accomodato con gratitudine. E con un sollievo che allora aveva scambiato per felicità.

Forse adesso voleva mettersi alla prova. Non tanto con le donne, che continuavano a interessargli il giusto, quanto con sé stesso. Forse era proprio questo che gli mancava: una nuova sfida. Dimostrarsi che era capace di “acchiappare” senza l’alibi di una carriera, di un ruolo, di un curriculum certificato. E poi non una qualunque, ma quel metro e ottanta di muscoli ben distribuiti, le cosce come due portaerei della U.S. Navy, che gli sfilavano davanti sull’ellittica. “Se fossi il proprietario la userei per uno spot sulla palestra”, pensò, compiaciuto per quell’idea di marketing a buon mercato.

Si decise quasi per sfinimento. Un giorno in cui i loro sguardi si incrociarono con un’intensità esagerata, carichi di promesse, Fabio le si avvicinò. Si era preparato una frase goffa, che fece appena in tempo a cestinare perché, con un’improvvisa intuizione da latin lover dilettante, che tenta il salto nei professionisti, disse: «Ti prego, non fissarmi più così. Con quegli occhi uno rischia di perdersi».

Una frase da Bacio Perugina, detta però con una timidezza autentica. Forse per questo funzionò. Lei lo guardò un secondo più del necessario, poi sorrise. «Magari puoi offrirmi un drink, così li esplori meglio». Tre secondi di blackout. Fabio rimase lì, con lo sguardo perso nel Sahara. «Piacere, Laura. Ci vediamo dopo la palestra.» In quel momento Fabio sentì qualcosa scattare. Non era desiderio. Era l’ebbrezza di aver aperto una porta che per anni aveva fatto finta non esistesse.

Il bar dell’albergo li catapultò a Las Vegas: una galassia di neon dove galleggiare su poltrone di pelle bianca o su trespoli attorno a funghi cosmici. Scelsero il più lontano dal banco, che garantiva comunque la privacy di un aeroporto. In quell’universo di luce, Laura smise di essere un corpo in movimento e indossò la divisa da avvocata. Il tailleur blu fasciava le forme quel tanto che bastava a non vanificare lo sforzo bellico di poco prima. Parlava con naturalezza, senza enfasi, come se raccontasse la vita di un’altra.

Si era laureata in fretta — «per levarmelo di torno», disse — poi aveva fatto il tirocinio nello studio legale di famiglia. Il padre aveva infilato anche un mandato europeo, senza troppi scossoni. Nel frattempo, quasi come un’attività collaterale, aveva messo su famiglia e partorito una figlia: Diamante. Lo disse come se fosse un nome qualunque e non una dichiarazione d’intenti.

Ad aiutarla c’era stato un collega, uno di quelli che parlano poco e risolvono molto. Avevano fatto subito squadra. Poi lui aveva avuto l’idea di schiantarsi in moto sulla Ostiense, proprio mentre Diamante decideva di nascere. Laura lo raccontò con una minuziosità da amanuense, senza mai abbassare la voce o cambiare tono. Al massimo un sorriso di traverso: la vita le aveva fatto uno scherzo di cattivo gusto e lei si era limitata a prenderne atto. «Eccomi qui» concluse, e sollevò il bicchiere, «mi sono rimboccata le maniche».

Fabio annuì, ma aveva già capito tutto. Laura non raccontava una storia di dolore: raccontava la capacità di resistere. Di non delegare, di non aspettare che qualcuno sistemasse le cose al posto suo. Aveva tirato su una figlia da sola senza rinunciare alla professione, come se le due cose si incastrassero da sole. Fabio sentì affiorare una certezza. Questa non era una da una sera sì e tre no; non una comparsa da infilare tra una trasferta e un rientro festivo. Questa era una con le palle. E pensò, con una punta di inquietudine: una così non la scegli. O ti sceglie lei, o ti scarta senza perdere tempo.

Quando l’accompagnò alla macchina, una Mini — proprio il modello che si sarebbe aspettato da lei — non si diedero appuntamento. Solo un saluto veloce, nella certezza che si sarebbero rivisti. Fabio lo desiderò con un’evidenza quasi dolente non appena mise piede in camera. Subito dopo, però, arrivò la paura. Una paura consapevole, organizzata, con l’elenco ordinato delle conseguenze. Quel prossimo incontro aveva il potere di fare danni seri. Non una scappatella da due punti in meno sulla patente, ma qualcosa capace di spostare gli assi portanti della sua vita.

Quasi per riflesso, come se cercasse un antidoto, chiamò Stefania. Le parlò del lavoro, delle solite cose dette per riempire i silenzi. Poi, senza preparare il terreno, azzardò: «Forse è arrivato il momento di pensare a un figlio». Una frase lanciata lì, come un’ultima scialuppa di salvataggio. Lei sbuffò, ma lui non ascoltò davvero la risposta. Inseriva i “sì” e i “certo” nei punti giusti, mentre la sua mente restava incagliata in quegli occhi verdi. Un oceano in cui desiderava perdersi senza riserve, con il rischio calcolato di farsi male.

Quella notte non dormì. Non per l’eccitazione, come preferiva raccontarsi, ma perché per la prima volta aveva visto una via di fuga: non un’uscita d’emergenza, ma una deviazione verso qualcosa di vitale. E non gli mancava il coraggio di imboccarla, senza garanzie.

Si rividero la sera dopo. In palestra c’erano solo loro due, come quando sul palco restano solo i protagonisti. Fu un lungo scambio di occhiate: una conversazione fatta di muscoli che si tendono, respiri che accelerano senza un motivo tecnico. Il tempo sul timer del tapis roulant scorreva più lento del solito, mentre la fatica aumentava a ogni passo, come se il corpo pagasse in anticipo qualcosa che doveva ancora accadere.

Quando finalmente suonò il gong, non ci fu bisogno di troppe parole. Decisero di cenare insieme nel ristorante dell’albergo, senza spostarsi di un metro. Le propose di salire da lui con una scusa logistica: la doccia. Ma l’urgenza dei corpi bruciò ogni protocollo. Il sudore amplificò il desiderio, in pochi secondi si tolsero di dosso non solo i vestiti, ma anche l’ultima cortina di prudenza. Quella sera Fabio ebbe la sensazione di esplorare territori di cui ignorava l’esistenza. Non solo con il corpo. Era come se Laura avesse una chiave capace di aprire porte che lui aveva sempre creduto chiuse per scelta, e non per paura.

E il copione si ripeté. Molte volte. Con una regolarità che iniziava a somigliare a un’abitudine, e proprio per questo a preoccuparlo. Una sera la figlia dormiva da un’amica e Laura ne approfittò per sfidarlo in campo culinario. Lo accolse una versione light di Benedetta Rossi, nel suo attico cozy a Talenti. I carciofi alla giudia e l’amatriciana ridimensionarono le sue velleità sulla presunta supremazia della cucina abruzzese; si arrese con dignità.

Fabio tolse il disturbo prima dell’alba, dopo aver santificato la notte con l’ennesima celebrazione del corpo. Sapeva che a casa avrebbe fatto fatica a nascondere a Stefania quella strana eccitazione che gli illuminava il volto. Non un senso di colpa, piuttosto un surplus di energia: come una lampada troppo potente messa nel posto sbagliato. In una gioielleria a Piazza dei Re di Roma si era svenato per due ciondoli d’oro con un piccolo diamante. Uno per Laura, l’altro per sua moglie. Un modo di pulirsi la coscienza che gli parve persino elegante.

Stefania non disse nulla per due giorni. Osservò. Ascoltò. Prese nota con la mente. Prima di muoversi studiava il bando, le clausole, le postille scritte in corpo otto. Fabio la percepì come una variazione di pressione, qualcosa di impercettibile che però ti fa tappare le orecchie in aereo. Lui parlava troppo, o troppo poco. Cambiava ritmo a seconda dell’argomento, come chi guida senza conoscere bene i comandi. Raccontava del lavoro con un entusiasmo insolito, inciampava nei dettagli pratici, ometteva quelli emotivi. Stefania non interveniva. Lo lasciava fare. Era una tecnica collaudata: più spazio concedi, più l’altro si espone.

Una sera, mentre sparecchiavano, buttò lì: «Quand’è che torni a Roma?» Fabio ci mise mezzo secondo di troppo a rispondere. Un tempo minimo, ma sufficiente. «Mah… dipende. Forse lunedì prossimo o quell’altro. Devo vedere come vanno le cose.» Stefania registrò l’espressione. “Risposta sbagliata”, pensò, “le cose è un contenitore troppo comodo”. «Ah, mi ricordavo che le prossime due settimane saresti rimasto in Abruzzo». Fabio avvertì una fitta, come quando ti accorgi di aver dimenticato un dettaglio importante ma non sai quale. Si affrettò a correggersi, spiegare, precisare. Tirò in ballo cantieri, riunioni, cene. Tutto plausibile. Tutto un filo esagerato.

Stefania annuì. Non incalzò. Mise i piatti in lavastoviglie con una cura eccessiva, come se riordinare il lavello richiedesse la massima concentrazione. Sapeva che le risposte più interessanti arrivano dopo, quando l’altro si rilassa e abbassa la guardia. Quella sera, a letto, gli si avvicinò con un gesto abituale, misurato. Fabio ebbe la sensazione di essere osservato; cercò di mostrarsi naturale. Lei non disse nulla, ma gli passò una mano sul petto come a contare i battiti. Un gesto intimo, quasi affettuoso. “È agitato”, pensò. Fabio si voltò su un fianco. Stefania spense la luce e, nel buio, continuò a pensare. Alle incongruenze.

Erano passate altre settimane. Fabio si trovava di nuovo a Roma. La giornata aveva preteso più energia del previsto e Laura gli aveva assestato il colpo di grazia. Si addormentò un minuto dopo averla salutata, nel letto asettico di Villa Consuelo. Nel sonno avvertì delle voci. Frammenti. Timbri che gli parvero familiari. Seguì un respiro lento, irregolare, che attraversò il muro sottile e si insinuò dietro la testata del letto. Si svegliò con un sussulto. Rimase immobile, in ascolto. Ora era solo un soffio che si spegneva con una gradualità irregolare: come una fiamma a cui manca l’aria. Per qualche secondo non arrivò più nulla. Si stese di nuovo e cercò di convincersi che fosse stato un sogno. O peggio: una suggestione. Era stanco. Aveva bevuto un po’.

Poi avvertì come una vibrazione, che sfociò in un ansimare grave, roco. Fabio sentì lo stomaco contrarsi. Quel respiro lo conosceva. Non per intuito. Attraverso la parete, a intervalli regolari, si udivano dei singhiozzi. La voce era quella di Stefania. Identica. E si alternava a brevi risate, seguite da parole smozzicate, disarticolate. I suoni che seguirono gli tolsero ogni dubbio. Perché quello di Stefania non era un grido, né un gemito. Era una nota particolare, come se il respiro si fermasse un istante prima di spezzarsi. Un’esitazione minima, impercettibile per chi non la conosceva. Subito dopo arrivava un silenzio breve e denso, e infine quel suono afono, quasi ostile, che somigliava a una resa. Fabio lo aveva imparato col tempo, quel suono, perché era sempre identico a sé stesso. Una firma involontaria.

Rimase seduto sul letto, teso, con una lucidità che quasi lo divertiva. La probabilità che Stefania fosse nella stanza accanto era prossima allo zero. Lo sapeva. Eppure il corpo non ne voleva sapere di statistiche. Il corpo reagiva come se la realtà avesse deciso di umiliarlo: di mettergli accanto, separata solo da un tramezzo, la prova vivente di ciò che cercava di tenere diviso. “Complimenti”, pensò, “tradisci tua moglie e poi ti bastona pure l’acustica”.

Quando i suoni cessarono del tutto, Fabio rimase sveglio ancora a lungo. Provava una sensazione nuova, inquietante: la sua vita ora gli parlava in modo diretto, senza il filtro di coincidenze rassicuranti. «Stanotte sono stato disturbato da rumori molesti. Chi c’era nella 404 accanto alla mia?» Il receptionist, che a Villa Consuelo aveva visto passare il genere umano in tutte le sue declinazioni, ça va sans dire, invocò il rispetto della privacy. «Comunque sono partiti presto», dedusse quando, al ritorno dalla colazione, vide la porta della camera aperta e le inservienti all’opera.

Quel giorno non riuscì a concentrarsi sul lavoro. I numeri non si fissavano, gli impegni si sgretolavano sotto i suoi occhi. Aveva ancora due giorni di appuntamenti a Roma, ma il pensiero tornava sempre alla notte: a quel suono preciso che non avrebbe saputo spiegare a nessuno. Non aveva nemmeno voglia di vedere Laura, e fu quasi sollevato di non trovarla la sera in palestra.

Quando nel pomeriggio rientrò a casa, Stefania glielo disse come si comunica una variazione di programma: «Ah, comunque questa settimana sono stata a Roma con Claudio. C’era quella pratica Simest da sbloccare». Fabio non reagì subito. Sentì solo una pressione uniforme, come se qualcosa di molto grosso e pesante gli si fosse appoggiato sulle spalle. Rivide tutto in sequenza rapida: le scelte comode, le omissioni scambiate per fedeltà, la convinzione che bastasse non nominare le cose per tenerle lontane.

“Dove ho sbagliato?”, si chiese. La domanda gli parve ridicola. Non c’era stato un errore. C’era stato un metodo. Uno schema usato per progettare un’architettura perfetta. «Amore», chiese Stefania. «Perché sei così pensieroso?»

Non rispose. Uscì in giardino. Il garbino gli lambì il collo con una carezza indesiderata. Chiamò “L’ingegner Laura Bassi”, come l’aveva registrata sull’iPhone, una, due, tre volte. Il telefono era sempre spento. Guardò l’orologio: 18:49. Forse la trovava ancora in studio. Cercò il numero su Google e ci cliccò sopra. Rispose una voce gentile: «Mi scusi, ma qui non c’è nessuna Laura. Di cosa ha bisogno?». «Niente», disse Fabio. «Grazie».

Allora un altro dubbio gli incenerì il cervello: “Chi era Laura?”. Rientrò a casa e si sedette sul letto. La stanza era in ordine, silenziosa, inerte. Ed era proprio questo il dramma. Per la prima volta capì che non aveva perso qualcosa. Gli restava in mano ciò che aveva costruito: una struttura impeccabile e vuota.

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