La poesia di Maria: “Dolce inganno d’Autunno”
di Maria Matani
L’autunno ruba i colori al cielo
e sugli alberi li spruzza.
I prati fiduciosi
attendono la copiosa caduta
di gocce sfumate
e furiosamente,
nell’onda del vento che batte
e ribatte,
se ne imbellettano.
L’autunno, da tutti pensato come un tempo malinconico e sonnolento, chiuso dentro metafore di storie perdute, notti incombenti e stagioni del crepuscolo, in realtà, ci restituisce un quadro assolutamente diverso e diametralmente opposto, scavando nelle radici profonde della nostra madre lingua.
Il termine italiano “autunno” deriva dal latino auctumnus e, affidandoci ai linguisti, emerge che si ricollega al verbo latino Augēre, che significa accrescere, mentre la desinenza – umnus, fa di questa parola una sorta di participio: autunno, starebbe quindi a significare, “ciò che accresce”.
Con tali floride premesse, l’autunno muta nella stagione che dona. E adesso che l’etimologia ci pone su un piano di verità e di conforto, possiamo spingerci a cercare riscontri visivi, olfattivi e tattili, tutti utili a rinfrancare l’animo dalla calura patita. Nel clima mite, stemperato e colorato possiamo, senza dubbio, pescare a piene mani e raccogliere le dolci sinestesie che l’autunno è pronto a donare.
Per vivere questa incantevole avventura bisogna, però, scendere tutte le scale di casa, tutte quelle più numerose delle nostre città, fermare tutte le giostre artificiali di cui ci contorniamo e quotidianamente facciamo uso, fuoriuscire dalle articolazioni tecnologiche che ci fagocitano, fino ad arrivare a valle per poi risalire in collina e poi, ancora, arrivare ai boschi montani e provare a stabilire legami profondi con la terra. In questa ottica scopriremo quanto l’autunno rappresenti il compimento di un intero anno di costante lavoro e quanti siano i doni che elargisce a piene mani.
Se davvero siamo pronti ad inoltrarci lungo le vie dei borghi, assaporeremo il ribollire del vino nei tini; la morbidezza dei fichi multicolori, con le loro goccioline mielose adese all’orifizio a forma di fiore; le prosperose melagrane rosse e a dismisura grosse, pendule alle estremità di esili rametti che l’alberello flette, ma gioioso ride; le bacche verdognole pronte a sfumare nel viola, perse tra le foglie lanceolate dei sempreverdi ulivi.
E ancora, l’immensa varietà di pesche: gialle, bianche, tabacchiere, nettarine e rosse, tutte lì pronte a dire: “Raccoglimi, portami con te e, lungo la via, lascia cadere il mio seme a terra”. E poi mele, pere, e frutta secca buona da mangiare e conservare: mandorle, noci e nocciole. E i frutti rustici quasi dimenticati: le succose sorbe riunite a grappoli multicolori; le giuggiole dal nome onomatopeico; le profumate mele cotogne; le bacche rosse e rugose dei corbezzoli a occhieggiare tra fiori bianchi e foglie verdi che nell’autunno, fin dal Risorgimento, ci han fatto dono del nostro bel tricolore.
E se le altitudini non temi, camminando arriverai nel regno dei castagni. Alberi enormi e dall’età veneranda, che ogni autunno si agghindano di verdi ricci che poi si fanno biondi, dentro ai quali riposano le saporite castagne. Frutto che sa d’antico. Frutto-pane, frutto-zuppa, frutto-arrosto.
Profumi di sottobosco, note legnose, muschiose e tra di essi una incredibile varietà di forme dai colori straordinari, funghi sorprendenti che si affacciano baldanzosi in superficie, mentre la parte loro più preziosa segreta la calano sotto l’humus pregiato, profumato e inebriante. Speziato. Bacche di ginepro – color cobalto, carnose e balsamiche, dolciastre ed aspre, acri e teneramente piccanti – ti sfilano accanto ad altezza del naso, se non sei così esageratamente alto.
Superato il cliché della malinconia autunnale, ora sì che pronti siamo a celebrare questa stagione come giusto si conviene: con la gioia nel cuore e con i versi dei nostri amati Autori:
Tra le rossastre nubi stormi d’uccelli neri com’esuli pensieri
L’acero indossa una sciarpa più gaia e la campagna una gonna scarlatta
C’è il sole tra le foglie gialle e i ragni tendono tra i rami le loro strade di seta
Ma dove ve ne andate, povere foglie gialle come farfalle spensierate?
In questa notte d’autunno sono pieno delle tue parole, parole eterne come il tempo
Quando un bambino diventa un alunno. Ecco l’autunno
Versi noti e meno noti, pronti a regalarci la sciarpa più gaia e la gonna scarlatta; le foglie gialle che volano libere come farfalle; bambini che diventano alunni, ci restituiscono l’immagine di un autunno mansueto, di una bella stagione di maturità, di lucidità mentale, di vivacità festosa, di luminosità cristallina, di quiete ritrovata, di morbida fecondità, di dolcezza perfetta.
Autunno, pittore instancabile.

Esplode l’autunno con tutti i colori ❤️
Wau…