La poesia di Maria: “Il senso del prima”
di MARIA MATANI
Il senso del prima
L’ombra dei ricordi
ribolle nel tino degli odori.
Un profumo fuggevole di petrolio riarso
riempie frammenti di tempo
accartocciati agli angoli della mente,
appesi al niente. Fermi da sempre,
si risvegliano su note dimenticate,
e passi antichi in danze nuove si aprono.
Il presente che vivo è qui, lo tocco e lo calpesto. Lo annuso e dovrei per questo conoscerlo fino al midollo, eppure, me lo faccio scivolare tra le dita, incurante come l’inutile sabbia tra l’afa e la vampa. Cosa io sappia di te, mio presente – rincorso, acciuffato e poi presto abbandonato per mantenere liberi gli artigli, pronti ad afferrare altri quotidiani frammenti di questo eterno presente che instancabile si propone e sfrontato mi chiama – perfettamente non saprei.
Poche cose di te conosco, finché nel presente comodo resto. I contorni tuoi mi appaiono sfumati e ai dettagli non riesco a dare precisi significati. Il senso di ogni singolo particolare si confonde con i tanti elementi precedenti e tutti i successivi che in rapida successione sfilano e il suo valore non mi è facile accordare giacché le mani pare peso non sappiano dare.
Per comprendere il tutto ho bisogno del benedetto tempo lungo, quello che si identifica con i verbi al passato e che si rilegge con gli occhi caparbi e volitivi della memoria, sempre accesa dentro l’archivio, solo a prima vista polveroso, dove invece ogni cosa resta aggrappata a ganci ostinati e a dettagli di primo acchito insignificanti. E la polvere, sovrana, cancella o mette a fuoco autonomamente ogni cosa.
Il tempo, alleato prezioso, rielabora ogni evento del passato, dolore e gioia della loro urgenza iniziale spoglia e li veste di colori nuovi, li porta in primo piano o li dispone così lontano che neppure li puoi esplorare. Gli occhi della memoria, che pure senza pupille sono, mi sanno raccontare qualcosa di più vero e di più profondo, degli occhi belli e verdi che stanno ogni momento sul tempo del presente a rincorrere fotogrammi in rapida sequenza.
La memoria è mia complice, sempre pronta ad apportare i giusti tagli, a mettere in luce i momenti più interessanti e a obliare la stanchezza universale. La memoria è professionista nel creare racconti emozionanti: collabora con me sfaccendata e, come un audace regista smaliziato, analizza il girato e, utilizzando programmi professionali, taglia il superfluo, ricuce le sequenze con i fili di luce lunghi del tramonto appassionato, sincronizza l’audio con i suoni del database mio personale e, infine, il tutto cosparge e ammanta di profumi incomparabili e insospettabili.
Tecnica e dolce tecnologia, nella ricostruzione della mia bella mente, poco invasive sono ma tanto produttive e fantasiose. Mai noiose. Dentro di me laboriosamente si adoperano e mosaici sempre nuovi mi porgono. Dai loro ingranaggi la dolce favola ogni giorno nasce. Ricostruzioni di vecchie storie, altrimenti impossibili a resistere al buio eterno, inseguono spazi luminosi, aerati e colorati e nel plenilunio argenteo, come lame specchianti in una nuova visione risuonano e si spandono.
Di ogni mio ricordo non esiste l’originale, sono tutti veri e ugualmente disuguali. Ognuno ha preso vita dal materiale vivo che intorno a me semplicemente ha pescato. Pazientemente, l’ha smontato e rimontato per non farlo morire di noia tra le tante cose banali e terribilmente uguali. E ogni volta che cambio strada, che aggiungo curve, articoli, persone e passeggiate, il ricordo cambia stile, di significato si accresce e basta un nuovo indizio per riscriverlo in un sincizio nuovo. La verità, oramai lo so, non sta nel ricordo, ma nei tanti miei ricordi. I ricordi di una vita, i sogni delle mie vite.
E sono una vita, meglio due: ciò che mi costringono ad essere dentro le ore che formano le giornate, lente, noiose, arroganti, funestate, ingrate, ladre, vendute, opposte e poi, sono l’altra, quella che vorrei essere e che splendidamente anche sono, dentro il tempo della memoria che dolce in me risuona. E in questo oscillare dualico, zigzagando, mi porto avanti.
Di tutti ponti che ho attraversato, di ogni marciapiede che ho calpestato, di tutte le strade che ho preso senza perderne le altre, potrei anche non aver capito tutto sul momento, ma finito il tempo della camminata, c’è stato sempre e ancora tempo, per una nuova inquadratura che sapeva ben schiudere in una miriade di sceneggiature. Poesie apparentemente pazze, dal repertorio traslato e protagonisti rovesciati, capaci di complicare all’apparenza gli intrighi: mentre invece, sciogliere sapevano i nodi e condurre ad impavidi approdi.
La mia logica compie il suo viaggio giornaliero in automobile e mi concede di vedere una serie di particolari che non so bene concatenare; la mia memoria entra in azione quando ne ha voglia e da sempre viaggia su deltaplano, il mezzo progettato per la libertà assicurata, avventurosamente disponibile a planare sui panorami inaspettati, dimentico del pericolo di perdersi tra i prati e lontano dalla paura di ritrovarsi nel gioco mutevole delle nuvole, sempre pronte a trasformare uomini in oggetti e, addirittura, in animali nella libera associazione delle effimere e mutevoli ali.
Il drago più feroce svanisce nel nulla, mentre altre sorprese inattese prendono forma, e finché sto dentro la mia vita, anche le cose più disarmoniche, col tempo, sembreranno interessanti biconiche.

Ecco un’altra perla che parla di oggi attraverso ieri. Tra le più belle poesie, Maria, di tua produzione ❤️
Grazie 😘 Gina!
Sei sempre molto cara con me!