La poesia di Maria
di Maria Matani
Paesi
Curo i paesi incustoditi
con lo sguardo e con le parole.
Curo le loro profonde ferite,
squarci lungo i muri mai rimarginati.
Curo le loro scale sconnesse
con il calpestio silenzioso degli occhi.
Curo i paesi incustoditi
e sui loro spiazzi affrancati
libero la mia anima incatenata.
Paesi arroccati sulle cime di montagne come nidi di aquile, paesi immersi nel verde e circondati da picchi e spuntoni a formare una corona regale preziosa e inestimabile, paesi adesi ai fianchi delle montagne come fiori selvatici cresciuti nelle fessure delle pietre e la stessa spaccano, vivendo, resistendo e prosperando contro ogni più razionale pronostico.
Paesi – disseminati tra cime e boschi, presepini illuminati nella notte – dialogano silenziosi l’un l’altro e all’unisono con la scia biancastra che li sovrasta, l’immensa Via Lattea, nastro d’argento nelle notti estive e timidamente, tentano un avvicinamento, vicendevolmente si rassicurano e morbidamente si abbracciano in un respiro che si perde nell’eco di miliardi di anni, regalandosi antichi spettacoli silenziosi, inconfessabili.
Paesi, paesi capaci di sfidare la vita, paesi con mani grandi e passi stanchi. Paesi circondati da mulattiere e intarsiati da gradini, paesi pensati per adattarsi al terreno inclinato, alla neve, alle frane; edificati con tecniche di costruzioni locali che ben rispondono alle esigenze del vivere faticoso e lo stesso tentano di superare accostando, in una sinergia di interazioni, abitazioni, stalle e depositi, in una attenzione esasperata a non sperperare il limitato suolo e le materie prime locali, preziose da reperire e faticose da trasportare. Case accatastate le une alle altre che evocano un abbraccio armonico e poetico ma, che ad indagare meglio, svelano una tecnica senza dubbio avveduta ed oculata, votata alla adattabilità e alla resilienza.
Agglomerati, oscillanti tra artigianalità e sostenibilità, manifestano ai gitanti odierni gruzzoli di pietre d’antico colorati, travi, architravi, finestre e porte di un ben legno massiccio, definendo singole case con le spalle voltate alla montagna spietata e gli usci spalancati sugli anelli di verde sfumati e sull’orizzonte immaginato dell’Adriatico svaporato.
Paesi da sogno, la storia ha camminato sulle usure vostre del tempo, sui punti più alti, dentro le stanze del castello che vi identifica, entro lo spazio angusto della torre d’avvistamento, sulla struttura verticale del campanile che coraggiosamente ha sostenuto la campana, la voce più potente dell’intero abitato, che senza mai dubbi si è espressa in ogni situazione – di guerra, di pace, d’incendi e di pestilenza –modulando la sua voce, simbolicamente ha scandito le ore, ha accompagnato celebrazioni festose in un concerto solenne, ha martellato rintocchi lenti e profondi ad annunciare scomparse, ha segnalato catastrofi e pericoli per la comunità.
Chiesa e campana soggetti spirituali e magici, capaci di parlare a tutti gli abitanti,accomunati dallo stesso comportamento etico, colpevoli dello stesso reato, soggiogati dallo stesso dominio, allietati dallo stesso evento, ma ognuno capace di recepire e reagire a modo proprio; ognuno chiuso dietro a parole arcane, i misteri della vita.
Parole e misteri che ancora risuonano nelle piazzette ricamate dalla ragnatela di parapetti e soglie, merlettati di ringhiere in ferro ossidato, usurato, dove i segni del tempo confabulano con il singhiozzo della fontana che, seppur stanca e vecchia, continua ad elargire acqua che più non serve e a raccontare storie che nessuno più ode. Storie di soldati, eroi, povertà, innamoramenti, nascite, morte; storie diventate leggende, storie dimenticate e sepolte.
Porte chiuse con ingenui catenacci, lasciati lì a custodire la povertà con dentro ancora il respiro umano. Porte sbarrate in uno stato d’attesa instabile, come lepartecipanti nel gioco delle belle statuine, pronte a liberarsi dall’immobilità e riprendere la danza nella musica della vita ritrovata. Case abituate a resistere allo spopolamento interiore, oltre che a quello demografico ed economico; squarciate, ancor prima che dalle intemperie, dalla forza trascinante e opposta del partire e restare. Dal diritto a migrare e dall’altrettanto diritto contrario a restare in un luogo da proteggere e nel contempo da rinnegare.
Case dilaniate come l’animo umano smarrito e troppo spesso abbandonato.
Borghi fantasmi, paesi ripudiati, città che muoiono, paesi stregati, vitalità del passato, veri e propri patrimoni che tengono vive le memorie dei luoghi e della storia. Luoghi sospesi tra passato e silenzio, persi tra case diroccate e lentamente inghiottite dalla vegetazione a creare scenari di fascino malinconico, dove il silenzio presto prende il posto delle voci umane.
Abitazioni indomite conservano ancora arredi d’epoca, visibili dalle finestre divelte, cadute su strade acciottolate, che lentamente si trasformano in sterrate. Paesiche invitano a riflettere sulla caducità e sulla fragilità del vivere. Rovine aperte si mostrano ai visitatori coraggiosi, musei a cielo aperto, i musei della distruzione.
Scoprire o anche solo ricordare questi paesi fantasmi, significa fare un viaggio immersivo nella memoria e nella parte più autentica dell’Abruzzo.
Io vengo da voi quando posso, ma voi esistete anche quando più non potete.

I paesi abbandonati sono tra le cose che più piacciono a Maria e li ho scoperti piano piano anche io, seguendo lei. Non sono paesi abbandonati soltanto, sono persone che ancora bisbigliano.
Grazie 😘 Gina
Come al solito hai colpito nel segno…
I bisbigli ❤️❤️❤️
Tu Maria sei in grado di prescrivere le emozioni che proviamo tutti noi alla vista di questi paesi , una ragione in più per leggere le tue poesie.
È come quando vedi il mare bellissimo ma se non ti tuffi non puoi capire l’emozione di nuotare 🏊♀️ con lui.
Grazie 😘 Teresa
Sei unica👋