La poesia di Maria: “Parlami ancora”
di Maria Matani
Tu, luna crescente,
all’apparenza nullafacente,
distesa sulle nuvole rosse
che la sera infiamma e muove,
mentre gli attimi, nella notte blu,
diventano un riflesso quaggiù,
parlami, parlami ancora.
Dal regno dove non sono ancora stato,
mandami scritto il mio fato;
mostrami il tuo petalo giallo,
come un fiore che guarisce l’inganno,
raccontami una storia da poco,
che sia solo un leggero gioco.
Una storia che affiori sul mare nero,
tra le pieghe di un antico mistero,
e sopra le montagne bianche
azzardi il volo da sempre cercato.
Oggi parlo a te, Luna!
La prima volta che il dito di mia madre ha guidato il mio sguardo, così tanto in alto, ho incontrato te, galleggiante nel blu assoluto, attorniata da puntini colorati: una bella chioccia tra i suoi pulcini. Lì per lì non mi sei sembrata tanto eccezionale. Ti chiedo scusa, ma so che mi hai già perdonata.
Poi, crescendo, ho iniziato ad alzare da sola lo sguardo verso il cielo sconfinato, vagando alla ricerca della tua presenza. Non sempre ti trovavo: eri furba a cambiare posto e a non farti cogliere. Allora ho iniziato a pensare che tu volessi giocare, e io al gioco ci stavo!
Eri divertente; ti piaceva un mondo giocare a nascondino con me: tu dal cielo blu, io dalla terra buia. Sparivi e poi ricomparivi. Ti facevi piccola, talmente piccola che tante volte non ti trovavo più e mi scordavo di te.
Accantonavo così il nostro gioco e rivolgevo la mia curiosità alle cose più vicine, alla portata delle mie piccole mani: cose che potevo toccare, accarezzare e persino strapazzare.
Intanto i giorni passavano, ma io non li contavo, non sapevo neppure contare! Eppure, magicamente, dopo molto tempo ti ritrovavo di nuovo. A volte ti ritrovavo cresciuta così tanto che pensavo avessi mangiato tutte le stelline che, per sventura, si trovavano vicine a te. Ti ho creduta perfino cattiva; poi ho pensato che tutti mangiamo qualcuno e che lo facevo anch’io, sebbene a malincuore.
Nelle calde serate d’estate capitava spesso di viaggiare di notte: piccoli spostamenti verso la casa di qualche vicino, per restituire un attrezzo in prestito o per una comunicazione importante. Ricordo una notte in cui tu, cara Luna, rischiaravi tutta la strada e la vallata sotto la montagna. Mentre trotterellavo al fianco di mia madre, ho messo in atto un nuovo gioco, segreto: il gioco dello specchio.
Se camminavo io, camminavi anche tu; se mi fermavo io, ti fermavi anche tu. Era questo il gioco: divertentissimo! Allora mi sono sfilata dalla mano di mia mamma e sono rimasta lunghi secondi in attesa, con il cuore che mi batteva in gola. Con mia grande sorpresa, anche tu, Luna amica, ti eri fermata nel blu immenso e lontano. Eravamo compagne spaziali del nostro gioco speciale: un vero contatto a distanza, autentico ed esclusivo. Poi venivo sollecitata a riprendere a camminare, e sembrava che lo stesso richiamo arrivasse fino a te.
Luna piena delle fragole! In quel fantastico mese di giugno imparai a giocare con te; e non solo, imparai anche a parlare con te. Ti raccontavo le mie storie e chiedevo le tue. Quando cominciavi a dimagrire, sapevo che per un po’ non ci saremmo più viste. Ho sempre pensato che andassi a dormire. Ogni volta, però, tornavi bella e felice, e questo mi bastava. Oramai lo sapevo: la tua vita era una specie di giostra. Crescevi, dimagrivi, scomparivi e poi ricomparivi.
Eri la mia certezza d’incertezza ammantata.
Eri entrata a far parte del gruppo dei miei amici speciali; uno ai quali poter raccontare ogni segreto da lontano, perciò, era naturale che ti disegnassi, come disegnavo il gatto, che ogni mattina lisciavo e il cane che, felice, mi correva incontro e scodinzolava.
Quando ho imparato a scrivere, i miei primi pensierini li ho dedicati proprio a te. Appena sotto la scrittura un poco pasticciata, disegnavo il tuo bel faccione arrotondato, tutto giallo nel cielo blu di stelle tempestato, piccole e con cinque punte ben aguzzate. Altre volte ti facevo di profilo, con il nasone affilato e l’occhio incantato.
E tu, Luna vagabonda… cosa ricordi di me?
