Un romanzo per l’estate. “Dove cade la luce”
Racconto di Tonino Di Giovannantonio
Certe verità sono più utili se restano nascoste. L’officina dei fratelli Di Francesco non era solo un’officina meccanica, ma il mezzo che avrebbe permesso loro di compiere il salto da “quille che ‘nì ja manche ninde” a “quille che stanne bbòne”. Mario e Saverio non erano andati oltre la quinta elementare, all’epoca le braccia servivano nei campi. Il padre ci teneva a ricordare che il maestro era andato più volte a supplicare i nonni affinché tutti e due continuassero gli studi. Non appena maggiorenni però erano partiti per il Venezuela e, dopo vent’anni di sacrifici che “Dije sole sa”, erano tornati in Abruzzo. Sulla costa rosetana avevano costruito un capannone con a fianco una villetta squadrata per le famiglie. L’odore era sempre lo stesso: una miscela di grasso e catrame, polvere di ferro e gomma bruciata. Aurelio ci passava i pomeriggi, seduto su una colonna di copertoni consumati, a guardare il padre e lo zio che si calavano nelle buche, simili a minatori che cercavano il guasto nella pancia delle auto. Gli affari andavano bene, non perché fossero i più economici, ma perché erano capaci e puntuali. Saverio con il suo piglio austero non si faceva scappare un cliente, e al padre bastava ascoltare il battito del motore per capire dove stava il problema.
In quel giugno di un’estate afosa, il magistrato Attardi si era finalmente deciso a risolvere quel leggero calo di potenza che la sua Fiat 125 Special accusava in seconda. Prima di partire per un viaggio all’estero, affidò la berlina ai Di Francesco. Era un’auto che incuteva rispetto: i sedili in stoffa chiara emanavano un odore di sigaro toscano e aule di tribunale. La messa a punto della carburazione richiese quasi tre giorni di test, ma la sera del terzo, il bialbero a camme in testa tornò a spingere fin dai bassi regimi, e l’auto fu parcheggiata nel garage sotto casa.
Aurelio la osservava ogni sera. La 125 sembrava un felino dal pelo fulvo pronto a spiccare il balzo. Un pomeriggio, al riparo da occhi indiscreti, scivolò nell’abitacolo. Il cruscotto era un mosaico di legno e plastica nera. Cominciò a toccare e a rimettere a posto le manopole, e così la vide. Lei se ne stava lì, invitante, nel vano portaoggetti sotto lo stereo otto. Una moneta d’argento.
Ad armare la mano non fu solo il desiderio di possederla, ma il piacere oscuro di profanare il potere che l’auto rappresentava. La prese e se la infilò nella tasca dei pantaloncini. Il freddo del metallo contro la coscia lo fece rabbrividire.
Al riparo nella sua cameretta, Aurelio iniziò a studiare il trofeo. Era la 500 lire con le Caravelle di Colombo. Ma c’era un’anomalia che la rendeva grottesca: le bandierine sugli alberi delle navi sventolavano a sinistra, mentre le vele erano gonfie verso destra. Un paradosso fisico, un errore di conio che sfidava le leggi della natura e della navigazione. In basso, la scritta “PROVA”. «Una patacca», mormorò Aurelio con un ghigno che ancora non sapeva attribuire al cinismo. Gli sembrava il simbolo perfetto di una favola a rovescio, un pezzo di metallo prezioso che dichiarava un valore falso. Se la rigirava tra le dita, e godeva della propria impunità. Nessuno avrebbe mai sospettato di lui, il figlio del meccanico. Il proprietario della Fiat 125 non si sarebbe nemmeno accorto del furto.
Il pranzo della domenica successiva, però, disintegrò la sua sicurezza. La tavola era apparecchiata con la solita opulenza teramana: chitarra con le pallottine, mazzarelle e vino rosso che rimaneva attaccato alle labbra degli uomini. Lo zio Saverio non aveva appetito. La sua fronte somigliava al delta del Po, un intreccio di rughe che Aurelio non gli aveva mai visto.
«Il giudice Attardi è passato stamattina», esordì. Posò la forchetta con un rumore che gli parve una schioppettata. «Cercava una moneta da 500 lire. Dice che l’aveva lasciata nel cruscotto della 125.»
Il padre sollevò lo sguardo dal piatto. «Una moneta? E tutto questo casino per 500 lire?»
«Non sono 500 lire, Mario. È una moneta di prova del 1957, con le bandiere controvento. Un errore di conio. Attardi dice che potrebbe valere milioni. Ma non è il valore. È il fatto. Se spariscono le cose nella nostra officina, l’onestà su cui abbiamo costruito la reputazione va a farsi benedire.»
Aurelio sentì una morsa gelida stringergli lo stomaco. Il piacere della trasgressione si dissolse; al suo posto risalì un conato di vomito al ragù. Guardò lo zio e il padre: uomini con le mani annerite che avevano basato la loro vita sul calibro, ora costretti a sospettare dei propri operai.
«È strano», continuò Saverio, la voce incrinata. «Da quando abbiamo aperto non è mai mancato niente. Se si sparge la voce, possiamo abbassare la serranda e tornare a zappare la terra come i nostri vecchi.»
Aurelio provò a sondare il terreno. «E quanto può valere, zio?»
Il padre lo zittì con una manata sul tavolo che fece tremare i bicchieri, ma il tono fu meno severo del previsto. «Cosa possiamo saperne noi? Mica siamo esperti di numismatica? Mangia e sta’ zitto.»
Ma negli occhi del padre vide la paura. Non per l’argento: per il nome.
Ottenuto il permesso di alzarsi, scappò via. La moneta pesava nella tasca come piombo. Corse verso il campo di grano dietro casa. Con un gesto fulmineo scagliò la moneta lontano e la vide sparire tra le spighe. Un luccichio rapido, poi più nulla.
Tornò in camera e si buttò sul letto. Il ronzio delle mosche gli trapanava la testa. Si rese conto, con quella lucidità che arriva sempre in ritardo nei bambini, di aver solo peggiorato la situazione. Disfarsi della moneta eliminava solo la prova. Se il padre avesse perquisito la sua stanza, non avrebbe trovato nulla, ma l’officina sarebbe comunque fallita. La moneta doveva ricomparire. In un modo o nell’altro.
Uscì di nuovo. Il campo di grano era diventato il suo Purgatorio in Terra. Iniziò a setacciare il terreno. Con metodo seguiva i solchi del trattore, prima in un verso poi nell’altro. Dopo sette, otto passaggi le gambe iniziarono a cedere. Respirava con affanno. Le spighe gli graffiavano le braccia, la polvere gli impastava la gola. Ogni riflesso gli sembrava d’argento, una speranza. Inutile.
Il mattino seguente tornò nel campo. Il sole di giugno era implacabile. Si fermò al centro, un puntino minuscolo circondato da migliaia di gambi identici. La fame gli azzannava i fianchi, ma era la disperazione a tenerlo in piedi: se non avesse trovato quel pezzo di metallo, tutto sarebbe cambiato. Il padre e lo zio ridotti in miseria e lui avrebbe dovuto di nuovo condividere la cameretta con la sorella più piccola.
Chiuse gli occhi. Cercò di ricordare il gesto del lancio. Quando li riaprì, il sole era allo zenit. Ebbe un’intuizione. Iniziò a ruotare su sé stesso. Cercava un riverbero e lo vide: una linea di luce obliqua, che fendeva l’intreccio giallo oro a una decina di metri da lui.
Si diresse spedito verso quel punto. Lei era lì, incastrata tra due zolle cotte; splendeva come se non aspettasse altro. Le tre Caravelle navigavano ancora controvento, incuranti del caos che avevano generato. Aurelio la prese. Non provò sollievo, solo una vaga soddisfazione.
Pulì la moneta con la maglietta ed entrò nell’ufficio dell’officina, un piccolo vano a vetri che lo zio spolverava ogni giorno.
Scelse una risega della parete, vicino allo schedario metallico, un punto dove si accumulava la polvere ma visibile. Ce la posò con cura.
Poco dopo sentì il grido dello zio.
«Mario! Vieni a vedere! Era qui! Deve essere scivolata dalla tasca del giudice quando è venuto a pagare!»
Aurelio rimase vicino al ponte a osservare la scena. Vide il padre e lo zio abbracciarsi, ridere come bambini. Il sollievo di chi crede che le cose tornino sempre al loro posto.
Provò un leggero fastidio per quella loro ingenuità da uomini fatti. Aveva imparato una lezione: la verità non conta nulla, conta solo dove decidi di far cadere la luce. Si voltò e andò a giocare in cortile.
Dentro, sapeva di essere rimasto l’unico a capire come funzionavano davvero le cose.
