Al bar Agrò :varia e fantasiosa umanità in pochi metri quadrati
di Marco Verdecchia
Prima puntata
Ho diciassette anni e lavoro in un bar vicino alla stazione ferroviaria; è un locale molto frequentato soprattutto di sera quando diventa ritrovo per un piccolo variegato popolo che qui si riunisce nel velleitario tentativo di scacciare le quotidiane angosce. Il bar si chiama con il nome di battesimo del proprietario, ormai abbastanza anziano, il quale fu battezzato con quello strano appellativo perché suo padre, che aveva combattuto nel primo conflitto mondiale, pare dovesse la sua salvezza in una battaglia a un tenente che aveva quel cognome e quindi quel soldato ritenne di tramandare il suo debito di riconoscenza chiamando il primogenito con il cognome del suo tenente.
Ogni giorno arrivo qui alle sei del pomeriggio per andar via un po’ dopo la mezzanotte; quando inizio a lavorare, il “vecchio” Agrò è già andato via o sta per farlo; alla cassa lo sostituisce suo figlio, Giancarlo, che ha da poco superato la trentina; ha una calvizia incombente e una smodata passione per il calcio, soprattutto per la squadra locale.
Ci sono dei giorni in cui mi è particolarmente pesante lasciare la mia stanzetta per andare al lavoro. Da quando si è sposato il mio ultimo fratello e sono rimasto solo con mia madre, quel piccolo regno mi è diventato particolarmente caro. I libri di scuola poggiati sul vetro della piccola scrivania mi ricordano la sofferenza dei pomeriggi di studio, ma i pochi volumi impilati con ordine maniacale sullo scaffale mi esaltano e mi fanno già vedere, con gli occhi del futuro, la sontuosa biblioteca che un giorno avrò nel mio grande studio. Alle 17.45 indosso la divisa d’ordinanza: pantalone nero e camicia bianca; il rito è talvolta particolarmente mesto e, nei giorni in cui piove, la voglia di una sera trascorsa a casa è più prepotente.
Eppure, quando arrivo al bar, succede a volte che la magia del pallone che rotola sul piano verde, inseguito da giovanotti con maglie a strisce multicolori, torna ad ammaliarmi per qualche ora. Come detto, Giancarlo, figlio del proprietario del bar, è tifoso accanito; più che allo stadio, dove parla pochissimo e vive la partita passeggiando nervosamente lungo la rete di fronte alla tribuna centrale, lui esprime la sua passione calcistica soprattutto durante le ore del lavoro, quando sta seduto alla cassa. In molte circostanze lo si vede che si alza sulla pedana e abbranca con una mano la cassa come fosse il leggio di un pulpito e rivolge accorate omelie al piccolo popolo che lo segue divertito e, spesso, interviene contestando le tesi dell’appassionato oratore con il quasi esclusivo scopo di aizzarne l’agonismo e la colorita veemenza lessicale.
Nei momenti più intensi delle sue prediche, Giancarlo sale con i piedi sul poggiapiedi dello sgabello per incrementare, anche attraverso quei pochi centimetri, l’autorevolezza del suo credo calcistico. Con una mano si appoggia al mobile e con l’altra agita nell’aria l’indice, in tali circostanze arriva a sembrare un agitatore di popolo; mi ricorda addirittura un’immagine di Lenin che ho trovato sul libro di storia nel capitolo sulla rivoluzione russa. Le tesi che Giancarlo propugna sono ben note, anche se le ripete, con lessico rinnovato e senza annoiare, a cadenze regolari: Gualandri è una schiappa di attaccante e i tanti gol che ha segnato sono frutto del lavoro della squadra, dei centrocampisti e in particolare dei «nostri ragazzi», ovvero i giocatori cresciuti nel nostro vivaio che lottano novanta minuti con l’orgoglio di indossare la sacra maglia giallo-rossa. A volte qualcuno, fingendo una seriosità che in realtà è solo giocosa provocazione, gli fa notare che se quell’attaccante ha segnato tanto è almeno un «grande opportunista», al che l’agitato oratore reagisce con rinnovata veemenza adducendo raffinate argomentazioni inerenti tattiche, schemi e mentalità di gioco.
«Manente (l’allenatore NdR) non capisce un cazzo di pallone», è un altro dei pilastri del Giancarlo-pensiero; l’attuale tecnico della nostra squadra sarebbe, tra l’altro, reo di aver portato a giocare qui i suoi raccomandati ragazzi friulani, quasi tutte schiappe senza talento alcuno.
Mentre il mio datore di lavoro arringa la piccola folla di tifosi radunata intorno alla cassa, si aggira tra quel plotone di tifosi il “vecchio Agrò”. Non è certo difficile indovinare in quei suoi movimenti ripetuti un malcelato nervosismo: irretire i clienti con quei comizi a volte oltraggiosi e offensivi verso i non-ortodossi al suo pensiero pallonaro è una operazione commercialmente insana; perdere incassi a favore del bar di fronte per sostenere la modesta dimensione tecnica di un centravanti è, per lui che è vecchio e saggio commerciante, una pura e semplice follia. Allora Agrò tenta, da dietro la folla, di fare gesti con l’indice davanti alle labbra e poi con i palmi aperti delle mani a implorare di tacere, di non irritare i clienti. Inutile dire che, come sempre, quei silenziosi appelli verranno ignorati e l’arringa avrà termine solo quando sarà accettata la tesi evangelica del giorno: «Gualandri è una schiappa e Manente non capisce un cazzo di calcio!».
Del resto la possibilità di perdere clientela a vantaggio del bar di fronte appare oggettivamente assai improbabile: dietro quell’altro bancone a servire caffè e liquori c’è un certo Mario, uomo di mezza età con baffi e pancia da ragioniere; anche lui non è certo immune da patologica passione pallonara e, all’ingresso del bar, campeggia una gigantografia a grandezza naturale di Gianni Rivera, le sciarpe della curva rossonera si trovano a ogni ripiano degli scaffali dei liquori; dichiararsi interista in quel bar, comporterebbe l’interdizione in perpetuo alla consumazione.
Quando Giancarlo ha terminato la sua ennesima veemente tirata contro la nuova gestione tecnica della squadra, si avvicina al bancone chiedendomi dell’acqua, ha la voce più roca del normale e la sigaretta dentro cui tenta di riprendere fiato non lo aiuta certo a schiarirsi la gola. Allora si ferma un attimo in contemplazione davanti alla sacra immagine che è dietro di me: si tratta della foto che immortala il momento fatale in cui il “nostro” Sergio Conte salta e incrocia di interno destro il cross dalla sinistra “sporcato” dal difensore avversario; quel giorno di biblico diluvio che tutti ricordano, era il 23 maggio 1971 e quel tocco finito in porta ci guadagnò, per la prima volta nella storia, la gloria della serie C, il calcio dei quasi-professionisti. A distanza ormai di 8 anni, tutti i fedeli della curva si genuflettono rispettosi rimirando lo scarpino destro della nostra mezzala che mise a segno quella rete del definitivo 2-1. E Giancarlo rimane anche lui in silenzio, per qualche attimo di contemplazione, di fronte alla sacra icona calcistica e poi farfuglia con voce bassissima ancora inveendo contro la nuova presidenza, ma stavolta sembra parlare a sé stesso, solo a sé stesso, non più alla piccola folla di tifosi che si è ormai dispersa: «Ci stanno togliendo anche l’ultimo giocattolo!».
Dalla porta finestra posta proprio a lato del bancone, guardo le sere della mia adolescenza che trascorrono con lo stesso sfondo: vedo la notte che scende progressivamente sulle macchine parcheggiate nel piazzale antistante la stazione ferroviaria. Tra quelle macchine ce ne sono alcune gialle con la scritta illuminata “Taxi”; gli autisti di quelle auto sonnecchiano sul posto di guida per gran parte del tempo attendendo, quasi sempre invano, rarissimi clienti. Quando si avvicina la mezzanotte, due di loro arrivano al bancone, quasi sempre insieme, per concedersi il caffè ristretto destinato a combattere il sonno fino alle prime ore del mattino successivo. I due hanno gli stessi occhi rossi, ma due corporature assai contrastanti: Benito ha fisico imponente e nei suoi ripetitivi e scarni racconti riaffiora con orgoglio un’epoca in cui era salito sul ring e, ancora adesso, quando ne racconta muove la spalla destra in maniera coordinata con le parole, come se dovesse portare il destro dopo la serie preparatoria col jeb sinistro. Nelle sere in cui il primo TV color in dotazione al bar trasmette incontri di boxe, lui guarda le riprese stando in piedi nel fondo della sala e sedendosi solo dopo il gong; si vede che partecipa e anzi sembra muovere le labbra a suggerire al “suo virtuale pupillo” di accorciare la guardia o di lavorare di più sui fianchi.
Quando arriva il knock-out, Benito si para prontamente davanti alla piccola folla che ha assistito all’incontro, e spera che lo ascoltino in tanti mentre spiega che non si può incontrare un guardia-destro in maniera così scoperta e che quel KO è dovuto all’imperizia dei “secondi” più che allo scarso talento del boxer finito al tappeto. Quasi mai trova pubblico disposto ad ascoltare quell’autorevole commento tecnico; gli spettatori si dileguano rapidamente verso il biliardo e i tavoli del tre-sette. Allora Benito viene al bancone, ordina il caffè e, mentre gira lentamente i due cucchiaini di zucchero, lo vedo che muove la spalla destra, rievocando di nuovo con la memoria quel lontano ricordo di gloria effimera che deve aver vissuto una sera, sotto la peculiare luce al neon del ring, proprio come cantano Simon & Garfunkel nella loro bellissima canzone.
Ad accompagnare Benito per il caffè della mezzanotte, c’è quasi sempre il suo collega Giovanni che ha un fisico antitetico; i paesani usano l’impietosa espressione “nu’ f’s’k’ armediat’” (“un fisico raccogliticcio”) per indicare la sua figura longilinea e minuta, il viso scarno oltre che scavato da tanti anni di notti insonni in cui, solo per brevi pause, si assopisce con gli avambracci appoggiati al volante della sua 1100 FIAT. Giovanni è un musicista mancato; ancora adesso, seppur raramente, imbraccia la fisarmonica per allietare i pranzi nuziali e le feste di campagna; con tutta evidenza è predestinato a coltivare perennemente il sogno di poter vivere di quel talento mai abbastanza apprezzato. Non si sa come o da chi abbia imparato a far note aspirando il mantice dello strumento e a metter diverso vigore per far sentire come si deve i colori musicali. Mi spiega lui stesso che bisogna immaginare che ogni nota sul pentagramma abbia un colore diverso, oltre al valore indicato dal suo simbolo e all’altezza determinata dalla posizione sulle cinque righe; e capire quel colore che il compositore non ha scritto ma solo lasciato intuire è la vera prerogativa del grande esecutore. È evidente che lui pensa di appartenere alla categoria, anche se non lo dice mai.
Poco dopo che sono arrivato al lavoro, vedo quasi sempre il tailleur di Miriam che attraversa tutte le vetrine del bar. Passa due volte, intorno alle 6 e poi poco prima delle 8 in direzione opposta, quando torna a casa dopo aver presumibilmente passeggiato per il corso insieme alla sua inseparabile amica Stella, in cerca di un incontro con il ragazzo che stimola quel cuore (e a quel ragazzo io riservo tutta la mia rabbiosa invidia). Il secondo passaggio è quello che prediligo perché offre il lato destro della sensuale creatura, quello dove si trova lo spacco della gonna che arriva solo pochi centimetri sopra il ginocchio, ma si apre e si chiude a ogni passo offrendo velleitarie speranze che quella “scucitura” possa improvvisamente ampliarsi in maniera più generosa al passo successivo. Non sono solo io a notare quei “transiti”, tutti i nostalgici anziani che frequentano il locale si affannano ad avvicinarsi alle vetrine e a seguire la fanciulla che percorre seriosa il marciapiedi davanti a noi; arrivo a essere geloso, oltre che infastidito, anche da quelli: l’istinto dell’età mi suggerisce che la visione della mia compagna di liceo dovrebbe essere esclusiva per i miei 17 anni.
Intorno alle nove arriva al bar un altro degli avventori più fedeli, si tratta di un vecchietto dalla figura assai minuta e un bel paio di baffoni. Dovendo rivelare un qualche suo vizietto poco confessabile non ne citerò il nome, ma mi limiterò a identificarlo, per quanti lo conoscono già, dicendo che ha un cognome che è un numero a due cifre. Il vecchietto beve un caffè ristretto e molto zuccherato, al punto che impiega parecchio tempo a girarlo per ricavarne alla fine una crema dolciastra. Lui vive insieme a un fratello, entrambi sono scapoli e gestiscono un piccolo negozio di alimentari che si trova proprio sulla piazza fuori dal bar. Non hanno grande smercio; un supermercato “enorme” di quasi 400 metri quadri che hanno aperto a un solo isolato di distanza ha ridotto enormemente i loro incassi e sono pochi i clienti che quotidianamente entrano nel localino seminterrato a comprare uova, pane, farina e zucchero.
Nonostante il calo vorticoso della clientela, quel piccolo buco gestito dai due anziani uomini conserva aspetto assai curato e dignitoso; una delle due ante della porta di ingresso è stata sacrificata a diventare vetrina; vi sono esposti (e periodicamente spolverati) pacchi di pasta di marca pregiata, olio di semi, scatole di tonno impilate in maniera fanciullescamente artistica. Il negozietto si riempie soprattutto la mattina quando vocianti gruppi di fanciulli con cartelle e libri a tracolla, entrano a farsi riempire il panino ancora caldo con la mortadella, i più “ricchi” aggiungono anche una fetta di provolone; i profumi del pane fresco e di quel salume “da poveri” sono così intensi che la merenda arriverà alla ricreazione già abbondantemente smozzicata.
Il vecchietto del negozio di alimentari viene a prendere il suo caffè dolciastro tutte le sere intorno alle 9 e poi, quasi tutti i giorni feriali va al cinema. Nel nostro unico cinema, hanno provato per un po’ a fare Cinema d’essai, ma con scarsissimo successo: Fassbinder e Truffaut non hanno attecchito tra gli indigeni, sicché i gestori si sono riconvertiti a dei film che hanno locandine con sfondo blu-intenso, poche immagini e titoli assai espliciti solitamente incentrati su categorie di donne (casalinghe, poliziotte, insegnanti) che stanno in un misterioso stato definito come “in calore”. Il “vecchietto a due cifre” è assai esperto della materia, grande cultore ma anche critico severissimo; rivela sovente che prima di decidere se visionare la pellicola legge attentamente «chi sono le interpreti» e poi, dopo la visione, non rinuncia a raffinate esegesi ma anche a impietose stroncature qualora il soggetto del film non preveda una completa varietà di tutte le “situazioni drammatiche” che, a suo dire, una seria opera cinematografica deve contenere.
Dopo che altri vecchietti nottambuli hanno ascoltato con grande attenzione la recensione dell’alimentarista e critico cinematografico, comincia a farsi tardi. Quando si avvicina mezzanotte succede spesso che Giancarlo cessa improvvisamente di esercitare verbosamente e rumorosamente la sua parte di capo-tifos e si mette in silenzio ad ascoltare uno dei suoi avventori che ha voglia di raccontargli episodi vissuti; allora se ne sta per quarti d’ora quasi immobile sul trespolo della cassa a fissare il confidente di turno. Lo vedo sorridere ogni tanto e annuire con la testa a incoraggiare colui che gli narra di qualche “atto impuro” o di qualche avventura. In quelle circostanze, il mio datore di lavoro sembra davvero un attento e premuroso confessore; la barba curata che porta contribuisce a conferirgli una immagine adeguata, si direbbe che gli manca la stola intorno al collo per sancirne solennemente il ruolo di chi sta attentamente ricevendo la discreta confidenza di un penitente.
Stasera c’è uno dei due fratelli che sono assidui frequentatori del “nostro” locale; costui appoggia un piede sulla pedana del piccolo banco della cassa e prende a narrargli, con timbro basso e fare assai confidenziale, di una sua avventura; dal tono della voce e dalla corta distanza che cerca verso l’orecchio dell’improvvisato prelato, comprendo che anche stavolta si tratta di “argomenti ormonali”. Il marinaio, ormai in pensione, ha in mano un bicchierino di Cardenal Mendoza che sorseggia lentamente alternando il sapore del brandy spagnolo alle boccate di una Marlboro che accende in continuazione; come sempre porta camicia stiratissima con colletti enormi. L’uomo intigna anche, attraverso l’uso smodato di brillantina e deodoranti, a curare il suo aspetto ormai assai consumato dagli anni e dalla salsedine a lungo sofferta in mare aperto.
Riesco solo a sentire dei piccoli passaggi della sua narrazione accorata e capisco solo che, dopo aver dialogato a lungo con una certa signora, lui le avrebbe detto “Annalì, fammete da nu vacje” (“Anallisa, lascia che ti dia un bacio”) e, dopo aver ottenuto un esplicito consenso, si sarebbero abbracciati e lui si sarebbe accorto che, mentre la mano scendeva verso le parti più lontane della schiena, lei non opponeva resistenza alcuna, anzi, la donna sembrava incoraggiare manovre sempre più ardite. Non potendo ascoltare altro, mi limito a lungo a osservare da lontano la strana coppia formata dal vecchio marinaio e dal suo giovane amico improvvisatosi confessore; i due continuano a scambiarsi occhiate di complicità e gesti d’intesa. Sembra la cosa più poetica di tutto questo giorno e mi risuona nella mente un concetto piuttosto raffinato: «La differenza tra un incontro d’amore e uno solo di sesso sta nel fatto che se hai fatto l’amore, nel senso vero del termine, hai voglia di raccontarlo.
Al contarrio, se è stato solo l’appagamento di desiderio sessuale, puoi anche tenerlo solo per te». Dove avrò mai letto questa massima verità? Sarà stato un “Freud di passaggio” sulla mia scrivania o, forse, l’ho inventato io per spiegare lo strano interesse che quelle poche parole rubate mi hanno suscitato.Il marinaio ha finito di narrare quello che tanto desiderava condividere con qualcuno; scola le ultime gocce di brandy e accende l’ennesima sigaretta; Giancarlo si toglie idealmente la stola e prende a battere sulla cassa i prezzi di un’altra consumazione.
