La poesia di Maria
Radici profonde e sguardo verso il mondo
Amo i paesi di montagna,
un gruzzolo di pietra di antico colorato,
avvolti da anelli di verdi sfumati,
adagiati alla base della cima svettante
e l’orlo del fiume narrante.
Amo i paesi di montagna
e le loro storie che da sempre raccontano
salendo dalle valli ai monti.
Oggi vi racconto una fiaba, la storia di un mondo che non esiste più e che a noi arriva come ultimi bagliori, echi di racconti, suoni e rumori che si sono stratificati dentro le nostre ossa come l’eco del big bang, il debole segnale a microonde che permea tutto l’Universo.
Credo essere l’ultima testimone di un mondo perduto. Mi posso a buon titolo pensare non abbastanza vecchia per aver fatto appena in tempo a respirare a pieno l’aria deprivata, superstiziosa e magica che ancora, dal medioevo, s’irradiava nell’Abruzzo montano e rurale fino ai tre quarti nel novecento ma, dall’altro, non sono abbastanza giovane da disconoscerlo e, conseguentemente, vivere con leggerezza questa pseudo modernità, caratterizzata dall’assenza di tradizioni e assenza di conoscenze solide e profonde; una realtà nebulosa fatta di criticità, contraddizioni e approssimazioni.
La storia che mi accingo a narrarvi è causa di una data. Mi sono trovata a vivere a cavallo dell’epoca che morente, lasciava posto alla successiva che avanzava, il cui incipit, come sempre avviene, insorgeva malformato e dissestato. Sono stata un’acrobata che ha vissuto saltando fossati, lanciando l’arto inferiore destro sulla sponda che mi si parava davanti, mentre il sinistro era ancora piantato sulla sponda opposta.
Ora penso d’essere stata coraggiosa a fronteggiare i due mondi: il calante nell’atto di risucchiarmi e il crescente nel gesto di ghermirmi. Sono una sopravvissuta perché, seppur nel mezzo della bufera epocale, sono riuscita a non farmi avviluppare dal declino e parimenti ho schivato i bagliori, le trappole e le promesse ammalianti gridate a squarciagola dalle Sirene di turno.
Temprata com’ero, sono rimasta solida, ma senza rigidità, prontamente ho compreso il cambiamento che si operava sotto i miei piedi. Ad ogni passo in avanti guardavo indietro e vedevo il vecchio franare e, con la versatilità di chi è abile nel fare cose diverse, sostenuta da una mente aperta pronta ad apprendere, ho coniugato in maniera ostinata, irreversibilmente, l’antico con il nuovo.
Nella mia mente ho fotografato i miei campi di esperienza e me li porto ancora con me come bagaglio-salvagente, come scrigno di semi di antiche varietà di piante rustiche e resistenti, pronte ad entrare in azione qualora ce ne fosse bisogno.
In periodi topici, vado a ripescare nel micro kit della sopravvivenza ed estraggo il microbiota che rilassa il mio animo contratto da sforzi accidentali, sovraccarichi abituali, stiramenti, strappi e lesioni.
Piuttosto che buttarmi nelle affollate rievocazioni sorte con l’intento di ricreare e far rivivere stili di vita di un’epoca passata in modo spettacolare e affatto autentici, incoraggiando coinvolgimenti approssimativi e indifferenti, io in maniera esatta, precisa, accurata e puntuale estraggo i miei ricordi scintillanti, mai opacizzati dal tempo.
La mattina del diciassette gennaio, di tanti anni fa, guidata da mio padre, a mia insaputa, sono entrata nella grande corrente della tradizione che vuole Sant’Antonio Abate, patrono degli animali da cortile, da compagnia e da stalla e ho posto anch’io il mio segno nella storia infinita.
Usava nelle campagne teramane, la mattina di Sant’Antonio entrare nella stalla, dove avevano riposato placidamente al tepore, mucche, vitelli e asino, con estremo riguardo e prima cosa, dietro la porta, veniva apposta la nuova effige del Santo più illustre tra tutti gli eremiti, così come appare nelle iconografie, immerso nel verde, circondato dalla folta rappresentanza degli animali domestici e corredata da orazioni, tesi ad assicurare una buona salute alla fattoria tutta.
Il secondo passo era quello di fare un gran segno di croce atto a benedire tutti i quadrupedi presenti nella stalla.
Il terzo, consisteva nel fare una croce sulla cute pelosa di ciascun animale, una sorta di tatuaggio a tempo limitato.
Ecco, quando ero già abbastanza grandicella, capace di fare e capire il senso profondo del segno Cristiano, accanto al mio papà che mi teneva sulle braccia, sotto la sua supervisione, con grandi forbici affilate in mano, ho fatto crocette sulle natiche delle belle mucche soavi, candide nel pelo, ma ignari dell’altrettanto candido gesto religioso.
Mi sono sentita, nell’eseguire quel gesto devoto, importante ed autorevole, come una piccola grande officiante nell’atto di impartire la massima benedizione.
Lo stesso giorno, poche ore più tardi, sono andata a scuola come sempre. Non ricordo nello specifico in quali attività sia stata impegnata; sicuramente nella lettura, forse un dettato, che a quei tempi era ben in uso, probabile la risoluzione di un problema di aritmetica, ma ricordo benissimo, invece, cosa ho fatto quando sono tornata a casa.
Dopo aver riflettuto abbastanza, ho ritenuto che anche il mio gatto preferito doveva godere dello stesso trattamento riservato di buon’ora alle mucche, così, mentre l’ignaro felino era teneramente acciambellato sulle mie gambe, ho segnato divinamente anche lui e allora sì, sono per davvero entrata a pieno titolo nel grande respiro universale.
Sebbene bambina, mi sono sentita parte del passato ancestrale, sospesa tra remoto e futuro, cullata dalla dolce brezza che mi sospingeva in avanti, come la vita sempre vuole, andare avanti incontro al futuro, senza mai perdere il contatto sicuro con il passato che ci fascia e ci riscalda, anche d’inverno, anche il diciassette di gennaio, quando fuori c’erano i pesci di ghiaccio appesi alle grondaie e si camminava entro i cunicoli scavati nella neve.
Sempre il mio viaggio nel passato mi rigenera e mi spinge ad andare avanti con energia e voglia di scoprire cose nuove, con le radici che diventano continuamente più profonde e lo sguardo costantemente attento sul mondo e, mentre tutti intorno rievocano il Sant’Antonio, io me lo rivivo come era davvero e ve lo racconto come testimone di prima mano.

Il fiume narrante, colonna sonora di chi guarda il mondo attraverso la natura, quella stessa natura che si fa religione, una spiritualità davvero ancestrale
È proprio così, Gina!
Spiritualità ancestrale…