Il frate di Tussio

Il frate di Tussio

di Marco Verdecchia

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Dalla bottega del borgo al saio di San Francesco

Di padre Serafino Colangeli mi restano indelebili molti ricordi e vorrei cominciare a raccontarne partendo proprio dall’ultima volta che lo incontrai.

Mia madre era morta do pochi mesi e, essendo lei vissuta negli ultimi anni in una casa in affitto che apparteneva alla Piccola Opera Charitas, mi feci scrupolo di svuotare l’appartamento e riconsegnare le chiavi appena possibile. La mattina che mi recai nella sede della Piccola Opera era estate piena e a Padre Serafino restavano, della vita terrena, solo pochi mesi; sarebbe infatti mancato il 23 maggio dell’anno successivo.

Padre Serafino era sofferente già da parecchi anni; prima di quel giorno lo avevo incontrato alle esequie di mia madre a cui volle partecipare a ogni costo, sia pure con una breve visita, malgrado le raccomandazioni a desistere che gli dovettero venire dal suo medico e dai suoi collaboratori. Camminava a piccoli passi ed era evidente che ognuno di quei piccoli movimenti gli procurava una sofferenza fisica che, pure, dal suo volto non traspariva minimamente, anzi dietro gli occhiali e un piccolo ciuffo ribelle che ogni tanto gli cadeva sul viso, si percepiva sempre una espressione serena e illuminata che mai nessuna sofferenza riuscì a scalfire. Ogni volta che lo incontravo, soprattutto durante quegli ultimi anni in cui camminò su questa terra, io ero sempre assalito da una strana ansia che non sapevo (e non so ancora oggi) giustificare; era forse la percezione di trovarsi al cospetto di un essere davvero straordinario sebbene nulla, nei suoi gesti, nella sua espressione e nell’atteggiamento che mostrava, facesse pensare a un carisma e un ascendente tanto autorevole. Al contrario, era proprio la mitezza francescana di cui tanto amava parlare nelle sue omelie, che dominava, controllava e ispirava ogni suono della voce, ogni espressione del volto e ogni gesto ormai lentissimo che ancora riusciva a compiere.

Da quella particolare e inspiegabile ansia io ero assalito anche quell’ultima volta che bussai al suo studio per parlare con lui. In quella circostanza mi aprì la porta la sua segretaria che mi chiese in dettaglio la ragione di quell’incontro; spiegai che avrei voluto personalmente riconsegnare le chiavi dell’appartamento e le ultime ricevute delle bollette pagate e lo avrei trattenuto per pochissimo tempo, giusto il necessario per un breve saluto. Pur scusandosi tantissimo e usando forme di grande cortesia, la segretaria mi spiegò che Padre Serafino era in quei giorni particolarmente sofferente, assai affaticato e già carico di impegni per quella mattina; mi invitò quindi a rinunciare a incontrarlo; di tutte le questioni amministrative riguardanti l’appartamento avrei potuto parlare con un impiegato da cui mi avrebbe accompagnato. Fui naturalmente molto intristito da quella richiesta, ma non mi sentii di insistere neanche per un momento; parlai con un ragioniere a cui affidai le chiavi della casa, una cartella con le ricevute delle ultime bollette pagate e tutte le istruzioni pratiche che mi sembrarono utili; lasciai il mio numero di cellulare e dissi di contattarmi senza esitazioni se fossi stato utile in qualunque maniera o se vi fossero state altre spese che a me spettava onorare. Ripassai davanti alla porta dello studio di Padre Serafino ancora assai immalinconito per non averlo potuto incontrare; riflettevo con rammarico che, viste le sue condizioni di salute ormai assai precarie, stava svanendo con ogni probabilità l’ultima opportunità di guardare ancora quel volto da cui la sofferenza non aveva per nulla intaccato l’espressione serena e ispirata.

Scesi le scale e ripresi la macchina per andar via e non avevo ancora percorso cinquecento metri, che sentii squillare il mio cellulare. Accostai e mi fermai per rispondere. A chiamarmi al telefono era proprio la segretaria con cui avevo parlato pochi minuti prima; mi disse che aveva recuperato in gran fretta il mio numero dal ragioniere con cui avevo appena parlato; mi chiedeva, non senza palesare una certa ansia, di tornare indietro; il tono di quella voce era inequivocabilmente quello di qualcuno che ha appena subito una strigliata clamorosa e cerca disperatamente di rimediare alla sua “malefatta”; la signora finì presto per confessarmelo senza giri di parole: Padre Serafino, informato della mia visita, si era infuriato perché non mi avevano lasciato passare e aveva ordinato (dicasi ordinato) di richiamarmi, scusarsi e chiedermi la cortesia tornare indietro. Ebbi anche modo di intuire che avevano cercato di rinviare il nostro incontro, ma senza alcun successo, lui aveva replicato con tono perentorio e una sola parola: «Subito!».

Davvero non può nulla nessuna malattia contro uno spirito tanto indomito, pensai. Feci inversione per tornare indietro, felice e divertito a un tempo e solo un po’ dubbioso se io meritassi davvero tanta attenzione da quel carismatico frate di Tussio.

Così lo vidi per l’ultima volta; la sagoma era piegata da un lato, il volto, a dispetto della sofferenza, era sempre luminoso; il ciuffo caratteristico di capelli gli copriva il cranio ormai in gran parte calvo; i movimenti del corpo sempre minimi ma di chi non rinuncia a essere operoso. Sedeva di fronte a una scrivania stracolma di carte. Per potermi vedere meglio, con un gesto che gli era divenuto caratteristico, abbassava il volto per mettermi a fuoco sopra le lenti dei suoi occhiali da miope. Lo sguardo era quello inconfondibile di chi accoglie e la mente incrollabilmente lucida; aveva in mano le chiavi che avevo appena riconsegnato e la cartella che avevo preparato con tutti i vari documenti era aperta sulla scrivania davanti a lui. In qualche modo, “parlammo” per qualche minuto. Padre Serafino era diventato sordo da alcuni anni; una infiammazione al nervo acustico gli aveva tolto anche quel particolare contatto col mondo terreno. In quel colloquio breve e comprensibilmente difficoltoso ma intenso, egli ricordò mia madre, di cui gli diedi una piccola foto ricordo, ma anche mio padre e mia sorella Rita che se n’erano andati prima di lei; mi chiese poi di ognuno dei miei fratelli: «E Adriano? E Bruno? E Teresa?»; e per ciascuno di loro mostrò attenzione assoluta per quanto cercavo di fargli capire, rilassando poi lo sguardo solo quando comprendeva che stavano bene. Solo in una circostanza non riuscì ad afferrare o intuire quello che stessi dicendo, allora mi porse una penna e la prima pagina bianca dell’agenda che aveva sempre a portata di mano. Allora, come fossi uno scolaretto al suo primo esame di calligrafia, tracciai poche lettere in stampatello per rispondere a quanto mi chiedeva.

Poi, rammentando le raccomandazioni della sua segretaria, mi affrettai a congedarmi prendendo la sua mano e mi parve che facesse un particolare sforzo per stringere la mia con forza.

Non l’ho più rivisto.

***

Padre Serafino Colangeli era nato il 16 dicembre 1923 e venne destinato al convento di Maria Santissima dello Splendore di Giulianova nel 1950; arriva in quel monastero a ventisette anni avendo da pochi mesi celebrato la sua prima Messa. Prima di quella destinazione, Padre Serafino aveva completato gli studi superiori a Vasto e, dopo aver pronunciato i voti perpetui nel 1945, si era iscritto alla Facoltà di Lettere dell’Università Cattolica di Milano dove avrebbe completato gli studi occupandosi, nel contempo, della direzione spirituale di un istituto che accoglieva le giovani figlie dei detenuti.

Nella comunità religiosa giuliese, Padre Serafino rimarrà per tutta la vita, maturando sin dall’inizio un profondo attaccamento a quei luoghi e a quella gente, al punto che in molti scritti farà finta di confondere la nostra cittadina con la sua città natale e la citerà infatti spesso come «la nostra Giulianova». Quel frate, arrivato da un piccolo borgo delle montagne dell’aquilano, sarà protagonista non solo della vita spirituale del suo convento, ma anche della vita sociale dell’intera comunità che finirà per riservargli, unanimemente e indipendentemente dal credo religioso e della intensità della Fede, un rispetto e una ammirazione incondizionati.

Ma da dove veniva quel frate così dotato, sapiente e generoso da distribuire il suo talento in tanti ambiti delle attività umane: assistere i poveri nell’anticamera del convento, coordinare le migliori sapienze scientifiche per assistere i bambini dal loro disagio psichico, e persino allestire un museo d’arte contemporanea scrivendo sapientemente le introduzioni ai cataloghi delle mostre?

Per quanto qui scrivo o ricostruisco, con qualche “plausibile fantasia”, sono enormemente indebitato con Angelo Colangeli, nipote di Padre Serafino, che ha voluto con me condividere molti preziosi ricordi della sua famiglia. E, ugualmente, sono assai riconoscente a Toni Santogrossi – anche lui discendente dei Colangeli – che mi ha raccontato, a più riprese, di “tempi lontani” e che ha avuto la pazienza e la costanza di rivedere criticamente (e con non poca scientifica severità) questo manoscritto. In un certo senso ho solo “trascritto” quanto mi veniva narrato e quasi dettato, rimanendo ancor più affascinato dall’indelebile ricordo di quel frate che fu, da sempre, “di casa” anche nella mia famiglia.

***

Berardino Colangeli veniva da Tussio, una piccolissima frazione del comune di Prata d’Ansidonia, a poche decine di chilometri dall’Aquila. Sui selci del piccolissimo borgo, abitato quasi esclusivamente da contadini e pochissimi pastori, cammina i suoi primi passi e, correndo tra le querce e i faggi delle colline circostanti, vive i suoi primi giorni di infantile spensieratezza.

Il piccolo borgo di Tussio si trova sulle prime colline a ridosso dello  striscia pianeggiante che, deviando improvvisamente dalla valle scavata dall’Aterno, si insinua, come fosse l’antico tracciato di un fiume scomparso in era remota, fino al più popoloso borgo di Navelli, dove l’ultima propaggine dell’omonimo altopiano è vivacemente dipinta dai fiori di zafferano; in quel punto il misterioso fiume scomparso sotto il terreno carsico, imbuca verso la valle del Tirino dove ai lati della strada torna a dominare il verde brillante e, poco più avanti, l’acqua ritorna in superficie favorendo un piccolo miracolo di bellezza vegetativa sulle sponde del fiume Tirino. All’inizio di quel lungo bacino carsico si trova dunque Tussio, vigorosamente aggrappato a uno dei ruvidi versanti della vallata che, a noi che arriviamo da fuori e la ammiriamo dal belvedere del borgo, sembra oggettivamente stretta; tuttavia quell’aggettivo, stretta, non piace affatto ai pochi residui abitanti del borgo che vi leggono una scarsa considerazione della indubbia maestosità di quel panorama. In ossequio a quanto ci hanno raccomandato gli ultimi devoti della piccola frazione, non scriveremo allora che la valle è stretta, ma che una rondine che avesse voluto riprender fiato sopra il campanile della chiesa di Tussio, dovrebbe planare per circa due chilometri prima di potersi posare sui resti delle mura turrite che sovrastano lo speculare borgo di San Pio delle Camere. 

A guardarla proprio dalla balaustra che si trova sotto il campanile della chiesa dove abbiamo fatto posare la nostra rondine, quella vallata carsica appare così dritta da sembrare scavata dalla mano dell’uomo e l’impressione si rafforza a seguire la ampia striscia di asfalto che oggi la segna con una geometria essenziale, dividendo di fatto a metà la fertile valle alluvionale che fu, e in parte è ancora oggi, una delle poche fonti essenziali di sopravvivenza per i pochi abitanti di tutti i borghi arroccati sui rilievi circostanti.

Seppur separati dai due chilometri a volo d’uccello, quei due versanti si caratterizzavano, all’inizio del secolo scorso, per una micro-economia del tutto differente: erano pastori, quelli del versante orientale di San Pio, e guidavano le scarse greggi dai primitivi ovili, costruiti come capanne di pietra intorno alle mura del loro diroccato castello, fino ai piccoli pascoli lungo la piana, dove ogni tanto si fermavano a recitare brevi preghiere nelle chiese tratturali che si trovano, ancora oggi discretamente conservate, lungo la vallata: la Madonna di Cinturelli, Santa Maria del Campo e più avanti, giunti quasi nel comune di Civitaretenga, la piccola e preziosa chiesa dedicata alla Madonna del Campo. Erano invece contadini quelli di Tussio, assai gelosi dell’intimità e della diffusa solidarietà intessuta nei loro vicoli e nelle loro piazzette, da cui si allontanavano quasi esclusivamente per curare i piccoli appezzamenti intorno al borgo – spesso faticosamente terrazzati, dissodati per liberarli dalle pietre – e la piccola striscia verde sul versante più occidentale della piana. I due piccoli popoli si incontravano, neanche troppo spesso, nel punto di mezzo in cui scendevano dopo aver caricato sui carri, o semplicemente sulle spalle, le ceste della loro unica “moneta contante” con cui contrattare gli scambi: ortaggi, farina e legumi quelli di Tussio; formaggi stagionati, ricotta, uova e latte quelli di San Pio. E nello scambiarsi le “ricche mercanzie” non mancavano di affrontarsi con esuberante gaiezza; in particolare i tussiani si distinguevano per un peculiare orgoglio di appartenenza e, per questo, divenivano sovente bersaglio di piccoli e giocosi scherni al punto che, ancora oggi, i pochi abitanti del borgo vengono apostrofati con allusioni alla loro presunta repubblica e può capitare di sentir dire: «Lassaru perd ca’ quissu è de la repubbl’ca d’ Tusc» («Non badare a quel che dice che lui appartiene alla repubblica di Tussio»).

Quel piccolo luogo abitato da pochissime anime di contadini oggetti di tale popolare goliardia, è stato anche – sorprendentemente – sorgente di molte vocazioni religiose; nella cappella cimiteriale dei frati cappuccini di Giulianova riposano, oltre a quelle di Padre Serafino Colangeli, anche le spoglie mortali di parecchi religiosi che venivano proprio da Tussio o dalle immediate vicinanze; nella stessa cappella si trovano, infatti, i resti mortali di padre Celestino, anche lui di Tussio, prematuramente scomparso a soli 38 anni, proprio in quel 1950 in cui, come già abbiamo accennato, Padre Serafino arrivò nel convento di Maria Santissima dello Splendore, quasi a segnare un ideale passaggio nella costante presenza del piccolo popolo dell’alta valle di Navelli in quel convento francescano. Di Padre Celestino da Tussio, in moltissimi possono testimoniare che fu assi colto e fu tra gli animatori più attivi dello studentato di Giulianova dove i giovani frati si preparavano alla loro missione spirituale. Nello stesso sacellumriposa anche Padre Silvestro che veniva dalla vicina Poggio Picenze, mentre sempre da Tussio e anche lui francescano fu Padre Policarpo Leonardis vissuto tra il 1916 e il 1975. Dalla bella documentazione curata da Toni Santogrossi nel suo volume storie di Tussio (la minuscola della prima parola è voluta dall’autore), apprendiamo ancora che quel borgo diede i natali a Padre Filippo (1825-1896), predicatore e finissimo teologo oltre che insigne lettore di filosofia; Padre Policarpo (?-1904), cappuccino e apprezzatissimo predicatore noto in tutto l’Abruzzo; Padre Luigi (?-1923), anche lui cappuccino e anche lui finissimo filosofo e teologo. Era di Tussio e fu cappuccino Padre Giuseppe (1871-?) che venne eletto per ben quattro volte provinciale del suo ordine. Era invece domenicano Padre Vincenzo (1880-1956) che si distinse per le sue qualità morali e spirituali. Tra le suore che hanno visto la luce nel piccolo borgo aquilano citiamo Suor Alma Pia (1888-1970) che entrò nell’Ordine delle suore adoratrici dove fu anche, per ben quindici anni, Madre Superiore Generale dell’Ordine; di lei si ricorda in particolare un’opera incessante durante i difficili anni della seconda guerra mondiale, ma anche un peculiare carisma che sembrava scatenare vocazioni: furono ben cinque le ragazze tussiane che, grazie alla sua influenza, abbracciarono lo stesso ordine religioso.

Era nata a Tussio Suor Evelina (1915-2009) che fu prevalentemente infermiera presso la croce rossa. Tussio diede i natali anche a Padre Achille (1918-1972), frate minore che fu a lungo parroco nel popoloso quartiere di San Sisto all’Aquila. Nello stesso borgo di cui parliamo visse l’infanzia Don Fabio (1950-2008) il quale, dopo una esistenza assai turbolenta e movimentata vissuta prevalentemente a Milano, ebbe una improvvisa e spettacolare conversione quando, dopo essere tornato a Tussio, assistette alla cerimonia d’inizio pontificato di Giovanni Paolo II; fu quindi ordinato sacerdote dieci anni dopo arrivando anche a avere rilevanti incarichi ecclesiastici per quanto riguarda la salvaguardia e la valorizzazione dei beni artistici.

Va menzionato ancora Padre Rosario, anche lui frate francescano, che era cugino del protagonista delle pagine seguente (Maddalena, la mamma di Padre Serafino era sorella del papà di Padre Rosario); il legame familiare si fece anche più profondo perché, alla prematura scomparsa dei genitori, Rosario e i suoi due fratellini furono, di fatto, cresciuti da Maddalena e da suo marito, quindi i due futuri frati cappuccini furono praticamente fratelli nella vita prima di esserlo in senso francescano. Anche Padre Rosario, racconta il nipote Angelo Colangeli, «fu personaggio di spicco nella comunità religiosa e dell’ordine francescano seppe interpretare, in particolar modo, la virtù della letizia con la quale sapeva conquistarsi la simpatia e l’ammirazione dei più giovani». A tutti questi religiosi aggiungiamo ancora il nome di Suor Clelia, figlia adottata dai Colangeli a cui faremo ripetutamente cenno nel corso delle pagine successive. 

Da questo frettoloso elenco largamente incompleto – che ho stilato consultando ampiamente il già citato libro di Toni Santogrossi – emerge inevitabilmente una domanda: com’è possibile che un borgo di poche centinaia di anime (poco prima della seconda guerra mondiale si giunse al massimo storico di circa 700 abitanti) abbia dato vita a così tante e intense vocazioni religiose? Quale particolare segreto o fonte di ispirazione si cela tra i selci e sotto i tanti archi che sono caratteristica essenziale di quel minuscolo nucleo abitativo?

Di questa propensione alla religiosità della piccola e mite umanità di Tussio possiamo, forse, trovare almeno una parziale spiegazione nella peculiare atmosfera che avvolge quella terra. La scarsità o la totale mancanza di acque superficiali rende quelle colline dominio pressoché incontrastato di giovani faggi e querce secolari i cui tronchi sembrano spuntare dalla terra dopo aver fieramente lottato per riuscire a bucare gli spuntoni di roccia che affiorano dal suolo. Ogni tanto, le macchie di alberi sono interrotte dalle rovine di antichi castelli abbandonati da secoli e, forse proprio per la loro essenza di rovine, essi appaiono come segni emblematici della caducità del potere umano. La più maestosa di quelle fortificazioni svetta dalla collina opposta a quella dove sorge Tussio, lungo quel pendio il piccolo borgo di S. Pio delle Camere è sovrastato da un’antica cinta muraria. In altra direzione, camminando lungo i piccoli sentieri che da Tussio conducono a Prata d’Ansidonia, si sfiora anche la collina ornata dalla cinta di mura turrite di Castel Camponeschi dove si cammina sui selci silenziosi di un villaggio ormai totalmente disabitato da più di mezzo secolo. L’unione di quei cammini, ruderi, antiche pietre e alberature avvezze a duri sforzi per la sopravvivenza, conferisce all’atmosfera dei luoghi qualcosa di mistico e il paesaggio, nel suo insieme, sembra richiamare prepotentemente i luoghi evangelici. Questa sensazione si rafforza ancora di più a camminare per le strade del borgo o ascoltando la mitezza e la istintiva solidarietà delle anime che lo abitano anche in tempi recenti; i dialoghi intessuti sono brevi, essenziali ed espressi in un dialetto molto arcaico, peculiarmente differente da quello del capoluogo pur non tanto distante. Ci si saluta non solo per consuetudine, ma per riconoscere nelle poche sillabe dell’altro che costui sta bene, che anche quel giorno promette serenità, pur nella durezza di una quotidianità spesso assai faticosa. È dunque probabile che proprio quella peculiare atmosfera abbia contribuito a ispirare vocazioni religiose ai molti abitanti del luogo che, soprattutto nei primi decenni del Novecento, lasciarono Tussio e i vicini piccoli agglomerati per seguire la vita monastica e religiosa.

C’è ancora un altro elemento per comprendere questa peculiare “anomalia statistica” delle tante vocazioni nate in quella terra difficile. Non lo anticipiamo troppo qui ma, nel narrare i fatti e i personaggi di quei piccoli popoli della montagna abruzzese, vedremo con grande evidenza, come lo spirito francescano, contraddistinto dai caratteri di mitezza, fratellanza e solidarietà, fosse già peculiare nella quotidianità di quelle povere famiglie, dove l’accoglienza e l’assistenza per il prossimo bisognoso era pratica istintiva e da secoli consolidata e praticata. Sarà proprio in quell’attitudine istintiva, in quell’ancestrale religiosità, che la Fede del piccolo Berardino, destinato a esser conosciuto come Padre Serafino, troverà fertilissimo terreno per germogliare e crescere con grande vigore.

All’inizio del novecento e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, non erano solo le vocazioni religiose a strappare a Tussio, come a molti altri paesini adiacenti, le anime più giovani e le braccia più vigorose: in molti erano costretti a emigrare in cerca di lavoro. Quando, quasi un secolo dopo, alcuni intraprendenti tussiani decideranno di recuperare quel che era possibile della memoria storica del borgo, arriveranno, in pochi mesi, messaggi e fotografie da ogni continente: dall’Australia, dal Belgio, dalla Francia, dal Canada, dal Sud-America. La maggior parte di quei tussiani non torneranno più nella terra dei loro avi e finiranno per perdere, nei decenni, ogni contatto con le loro origini, la loro stirpe, i volti, le pietre e i cespugli intorno a cui erano appena diventati “giovanotti” in età da lavoro. Eppure, la quasi totalità di loro, conserverà gelosamente almeno una foto oltre a un indelebile e struggente ricordo anche se, in molti casi, quelle reminiscenze saranno quasi inesprimibili per il povero lessico che l’esiguo numero di anni di scuola ha consentito loro di utilizzare. Di quelle lettere arrivate da così lontano – ormai non più su carta ma attraverso gli strumenti della comunicazione informatica – sarà peculiare caratteristica l’insistere su ricordi di persone umili, modeste nelle condizioni materiali e nelle ambizioni professionali; spesso i protagonisti delle loro memorie sono analfabeti e ignoranti, eppure le poche frasi pronunciate nel loro gergo rudimentale lasceranno un segno che rimarrà indelebile anche per esistenze lunghe e consumate a migliaia di chilometri di distanza. Saranno sufficienti quei pochi anni vissuti a Tussio per ricordarsi per sempre della sarta Filomena, del falegname Mastroliscio, del bravo Don Peppe che dal pulpito esortava i suoi parrocchiani alla pace e alla cristiana solidarietà.

Domenico Colangeli, papà di quel figlio che prenderà il nome di Padre Serafino, fu anche lui tra quelli che partirono per quei luoghi remotissimi in cerca di lavoro. Possiamo ben immaginare che un mattino, assai di buonora, uscì di casa stringendo in una mano una valigia consunta rimediata dalla soffitta di qualche parente e riempita con la biancheria essenziale. Un santino di San Domenico gli era stato infilato nella tasca del cappotto da una devotissima zia ed era ancora bagnato da una lacrima. La grande angoscia nell’anima era vanamente contrastata dal ferreo proposito di tornare, un giorno, appena sarebbe stato possibile.

Domenico, come quasi tutti i suoi compaesani, era nato contadino e, con suo padre, era stato anche pastore di un piccolissimo gregge; non gli ci volle molto perché si rendesse conto che quella di emigrare lontano era, anche per lui, l’unica possibilità che la vita gli consentiva per vivere onestamente. Domenico aveva ventisette anni quando, nel 1910, approdò, a bordo del piroscafo Madonna, tra le nebbie sconosciute e minacciose del porto di New York; certamente prima di scendere dal piroscafo, riprese in una mano la valigia assai consunta e infilò l’altra in tasca a cercar conforto dalla piccola immagine del Santo di cui portava il nome. Il fratello più giovane, Vincenzo, lo raggiungerà tre anni dopo, nel 1913, approdando sulla costa orientale del nord America a bordo del “lussuoso” bastimento Oceanic e della sua avventura raccontiamo in un distinto segmento di questo libro.

Dopo circa dieci anni, un mattino del 1920, Domenico scese da una corriera sulla polverosa provinciale nei pressi di San Pio e si avviò a piedi a percorrere gli ultimi due chilometri verso Tussio dove lo aspettavano ormai da qualche settimana. È possibile che durante quell’ultimo pezzo di cammino abbia alzato più volte lo sguardo a meravigliarsi di quanto fossero piccole quelle case rispetto ai disumani alveari a cui i suoi occhi si era ormai abituati. È altresì probabile che avesse un vestito un po’ più “degno” di quello che indossava il giorno in cui era partito; una valigia più grande e comoda da portare e, forse, un grande cappello a falde larghe come unico souvenir dei mondi lontani in cui aveva lavorato. La piccola immagine del “suo” santo, sempre custodita nella tasca della giacca, l’aveva accompagnato anche per tutto il viaggio di ritorno ma era ormai enormemente stropicciata. Gli occhi dovevano essergli diventati lucidi, i suoi come quelli di chi lo accoglieva; gli abbracci, le pacche pesanti ripetutamente battute sulle spalle; per gli uomini poveri di lessico, quelle manate erano l’equivalente di sentimenti di gioia e di affetto altrimenti inesprimibili. A attendere Domenico c’era, tra gli altri, il padre Carmine. Quando i figli avevano varcato l’oceano in cerca di lavoro o indossato la divisa dei cavalleggeri, quelle dell’anziano padre erano rimaste le uniche braccia a strappare pochi essenziali frutti al piccolo podere di cui la famiglia Colangeli era proprietaria.

Ma oltre al papà e a tutto il resto della famiglia, ad aspettare il ritorno di Domenico in paese c’è anche una bellissima fanciulla che di quel ragazzo ha solo sentito parlare e una volta, mascherando maldestramente la sua curiosità di ragazza dietro un’espressione di sufficienza, ne ha visto una foto rimanendo colpita da un sorriso immortalato sotto uno strano cappello a falde larghissime e davanti allo sfondo di mastodontici impianti industriali. La fanciulla tanto incuriosita dal ritorno del giovane emigrante si chiama Maddalena, è di cinque anni più giovane di lui, ha capelli lunghissimi, un viso rotondo, dei modi gentili e, come tutte le donne dell’epoca, è assai discreta, e in lei quella indole riservata è ancora più accentuata da una spiccata devozione religiosa. Nonostante quel pudore innato rafforzato dalla fede, Maddalena, in quei giorni particolari, trova modo di passare più volte al giorno di fronte alla casa dei Colangeli, lo fa spesso portando sulla testa la pesante conca che ha riempito d’acqua nell’unica fonte del piccolo paese; percorre quella via allungando un po’ il percorso e rallentando i passi per dilatare i tempi di quella manovra di innocente e giocosa seduzione. Forse, intona anche un piccolo canto liturgico per richiamare l’attenzione di “qualcuno” al primo piano, finché finalmente quel qualcuno si affaccia davvero da una piccola finestra e mostra un sorriso identico a quello della foto, ma stavolta palesando in pieno il viso pulito non più coperto dall’ingombrante cappello americano. La mamma di Maddalena è apparentemente distratta dalla pesante incombenza di crescere, con pochi mezzi, sei figli di cui Maddalena è la più grande di tre sorelle, ma quella donna, pur così affaccendata, nota ben presto l’anomalo buon umore della figliola, il largo sorriso che sovente le si dipinge sul viso senza alcuna ragione: – «C’ho una figlia scema che ride per niente» – dice con finto cinismo e a bassa voce come parlando tra sé e sé, ma nel suo animo sensibile ha ben capito che quella figlia è innamorata e, del resto, quel possibile futuro genero non le dispiace affatto, ne è anzi assai contenta.

Le poche banconote accumulate in tanti anni e nascoste sotto la carta del primo cassetto del comò saranno presto impiegate per i pochi pezzi del corredo e per una dignitosa festa; saranno ancora più poveri, ma certamente più felici perché quella figliola “si sistema” così bene con un giovanotto tanto serio. Predicendo con largo anticipo quanto stava per accadere, tocca quindi a lei avvisare il marito Ugo di un amore che stava nascendo (è ben noto che i maschi sono assai meno intuitivi nelle faccende di cuore). Il padre della futura sposa ha una corporatura assai mingherlina, per questo i paesani erano soliti appellarlo con il diminutivo: Ughetto. Anche lui è contadino e la sua statura già modesta si è ancora ridotta di qualche centimetro per la schiena che va curvandosi sotto la fatica dell’aratro e della falce che taglia il poco foraggio prodotto dal suo terreno. Ricevuta in maniera discreta la notizia di quanto si stava preparando, Ughetto, con spirito assai pragmatico, decide come impiegare la prima di quelle banconote risparmiate: dal suo piccolo terreno sceglie un ciliegio dal tronco generoso, provvede a tagliarlo perché possa stagionare in tempo e quindi si reca nella bottega dell’unico falegname del paese: Vincenzo Cerasoli, detto Mastroliscio e così appellato probabilmente per uno dei gesti classici che il falegname compie con la pialla. All’artigiano viene quindi rivolta una richiesta sintetica e perentoria: c’è da preparare un mobile nuovo, una credenza di ciliegio, perché quella che i Colangeli hanno in casa è piuttosto decrepita. E quando Mastroliscio, inevitabilmente, gli domanda come mai si interessa all’arredamento della casa dei Colangeli, lui gli rivela senza giri di parole quanto sta per accadere. E così il falegname viene a sapere del matrimonio che si prepara e ne viene a conoscenza ben prima del parroco e – sembrerà strano ma è così – addirittura prima degli sposi che, fino a quel giorno, non si erano mai incontrati da soli.

Possiamo ben immaginare che, nei primi anni ’20 del ventesimo secolo, la “movida” di Tussio fosse ben poco affollata ed elettrizzante e non c’erano certo molte occasioni per gli sposi per fare qualche altro passo verso quel progetto che il falegname già conosceva e per il quale aveva già cominciato a piallare le prime assi ricavate da un tronco di ciliegio ben stagionato, rimpiazzato nella catasta che stagionava con quello appena fornito dall’amico Ughetto. La messa domenicale era quasi l’unica occasione per incontrarsi; Maddalena sedeva con le altre donne tra i primi banchi nella parte sinistra della navata, Domenico rimaneva in piedi in fondo e sul lato destro dove erano sistemati gli uomini; durante la funzione è impossibile che i loro sguardi si incontrino anche perché le donne evitano in ogni modo di guardare dall’altra parte dove non manca mai qualche maschio incline a sguardi peccaminosi e sommamente inopportuni durante i sacri riti. Il parroco del piccolo borgo era all’epoca un tale Don Peppe Tursini – tra poco diremo più in dettaglio di lui – e quando quel sacerdote pronuncia, con marcato accento tussiano, il rituale “Ite missa est” tutti rispondo “Deo Gratias”, ma mentre il lato destra della chiesa si svuota velocemente, le donne restano in ginocchio a ringraziare ancora per il dono dell’Eucarestia che hanno appena ricevuto. Le parrocchiane usciranno subito dopo il parroco che, svestiti in gran fretta i paramenti sacri, sbucherà di buon passo dalla canonica e farà loro cenno di affrettarsi perché si appresta a chiudere la chiesa; come spesso gli accade soprattutto nelle festività, la sua premura è giustificata da un invito a pranzo di una famiglia del borgo vicino a cui non vuole tardare e il sagrestano, infatti, lo aspetta già davanti al sagrato con un piccolo barroccio trainato da un asino. Mentre i parrocchiani sono già spariti tutti a chiacchierare sulla balaustra panoramica che domina la vallata o sono seduti in qualche patio a sbicchierare ‘nu schizzittu di rosso – rituale festivo non meno consolidato della Messa di precetto – Domenico è rimasto appena sotto gli scalini; le pie donne gli scivolano a fianco con la testa bassa e la velina scura ancora sul capo. Tra quelle donne c’è anche la sua futura suocera che lo saluta discretamente con un cenno della testa. Maddalena, invece, ha rallentato di molto il passo presagendo – e sperando intensamente – in quell’incontro. I due giovani non hanno parole da dirsi tanto è povero il lessico a cui i contadini sono condannati, si tratta di gente abituata al silenzio e tuttavia il ragazzo “americano” che dal suo soggiorno oltreoceano si è guadagnato un po’ di “sfrontatezza”, trova il coraggio di salutare Maddalena e dirle che l’ha vista che portava la conca d’acqua; lei allora gli domanda quando e lui, mentendo, risponde “ieri” evitando di confessare che la osserva ormai da molti giorni. Maddalena è sospettosa di quante avventure quel giovane possa aver vissuto nella lontana America e gli chiede se anche laggiù, in quelle terre misteriose e sconosciute, non abbia osservato chissà quante ragazze recarsi alla fonte per prendere l’acqua e Domenico si imbarazza ancor di più a raccontare che no, non le ha viste anche perché da quelle parti l’acqua arriva direttamente a casa. Quelle poche parole sono coperte, per alcuni brevi frangenti, dagli scatti del pesante chiavistello che Don Peppe fa scorrere nel chiudere il portale della chiesa e, tuttavia, da qualche misterioso pertugio di quel portale di legno, ci piace pensare che un invisibile raggio di quel Dio che il frettoloso parroco voleva rinchiudere nella “sua casa”, sia uscito a benedire il dialogo impacciato eppure tanto emozionante per i due possibili sposi.

In quei primi anni del secolo scorso, aveva appena iniziato il suo lungo servizio nella canonica di Tussio il bravo don Peppe che abbiamo appena visto allontanarsi un po’ frettoloso e un po’ distratto dal sagrato della chiesa. Quel sacerdote passerà nella parrocchia tutta la vita, arrivando a conoscere in dettaglio i pochi peccati e le tante discrete virtù di ciascuno dei suoi parrocchiani – all’epoca poco più di 100 famiglie, prevalentemente numerose, per un totale di circa 700 anime. Il primo approccio attraverso il quale il bravo parroco si conquista subito la fiducia dei tussiani non è quello basato sulla predicazione o sulla solenne somministrazione dei sacramenti, ma sulla sua spiccata attitudine alla socialità: quando non riesce a guadagnarsi l’invito per il pranzo domenicale, don Peppe si aggira tra i vicoli del paese approfittando anche di un piccolo spiraglio tra le finestre per “spiare dentro casa” e farsi notare con un rumoroso saluto; e anche nelle poche occasioni in cui il padrone di casa non si affretta a invitarlo “ad accomodarsi” intorno alla tavola festosamente imbandita, è lui stesso che li anticipa “auto-invitandosi” quasi a estendere, con simpatica “libera interpretazione” della dottrina cattolica, i concetti di comunione e di condivisione. E quando si siede a quelle tavole non rimane certo in silenzio; si informa di ogni cosa, anche delle piccole facezie e non manca di commentare con spirito e peculiare ironia ogni avvenimento che gli venga raccontato; rimane poi seduto con i suoi conviviali fino a quando le donne hanno già sparecchiato e lavato i piatti, non disdegnando di stimolare la sua allegria col bicchierino di anice o rosolio che gli viene offerto. Don Peppe è anche un pastore di anime dalle mille iniziative; con grande spirito pratico talvolta sveste l’abito talare “d’ordinanza” – all’epoca una libertà davvero rara per i sacerdoti – e inizia a arrostire caldarroste per distribuirle a tutti i ragazzi del paese, i quali hanno ricevuto autorevole invito per tempo; guai a mancare perché le occasioni conviviali promosse dal parroco sono, di fatto, equiparate ai riti di precetto!

Con un rito, ovviamente presieduto da don Peppe, Maddalena e Domenico si sposano circa un anno dopo quell’incontro che abbiamo descritto e “sceneggiato” con qualche piccola libertà (pur rimanendo nell’ambito di una rigorosa verosimiglianza a quanto dovette davvero accadere). Siamo nel 1921 e quel giorno Don Peppe celebrerà Messa senza fretta; sarà naturalmente ospite al pranzo in onore degli sposi, e i convitati non toccheranno certo cibo prima che anche lui sia seduto davanti alla grande tovaglia bianca. Alla funzione assisteranno anche i parrocchiani di Prata d’Ansidonia e San Pio, avvertiti in tempo che quella domenica Don Peppe avrebbe unito in matrimonio due pie anime di Tussio. Quasi tutti sono agghindati a festa, anche quelli che non sono tra i pochi invitati al pranzo nuziale; in molti hanno dovuto prestare attenzione a non infangare le scarpe e i risvolti dei calzoni camminando sull’erba lungo i sentieri per arrivare all’altura del borgo. Il sacerdote sempre così indaffarato e dal linguaggio essenziale, quel giorno cerca di recuperare dal suo lessico il repertorio migliore per recitare una accorata omelia. All’uscita degli sposi in molti applaudono e gridano gettando riso; le donne si commuovono e, dopo la inevitabile lacrima, commentano a mezza voce il vestito bianco della sposa che sembra di ottima fattura; le ragazze corrono con la fantasia a immaginare il giorno in cui “toccherà a loro”; gli uomini ostentano maldestramente spirito più pragmatico chiedendo sovente alla moglie “cosa mai ci sia da piangere”.

Prima di quel rito ci sono stati giorni di febbrile attesa per tutto il piccolo paese. Un matrimonio non è evento formale, ma qualcosa che cambia sostanzialmente la vita degli sposi e delle loro famiglie. Ma il piccolo popolo è anche ben consapevole che quegli eventi garantiscono la sopravvivenza della vita del borgo; matrimonio vuol dire famiglia, figli, nuove anime, nuove braccia, nuove risorse e speranze. Senza tutto ciò quella piccola civiltà basata sulla reciproca solidarietà sarebbe destinata a morire; lo sanno i contadini, le massaie, gli artigiani e i pastori di Tussio. La consapevolezza che ogni unione fosse benedizione divina era così radicata che – come ricordano bene quelli che oggi sono anziani – qualora uno degli sposi fosse venuto da altro luogo, il giorno delle nozze lo sposo o la sposa sarebbe stato accolto all’ingresso del paese da tutta la comunità che, con questo gesto eclatante, solennemente sanciva l’abbraccio di benvenuto da parte dell’intero borgo.

Nei giorni che precedono la cerimonia ogni semplice gesto e ogni azione quotidiana è vissuto con una inspiegabile eccitazione; tutto si compie con gioiosa inquietudine e si scandisce mentalmente il tempo che rimane: quattro mattine, poi tre, poi solo due. Nelle case si stirano le camicie bianche inamidate degli uomini e per le donne si “accomodano” le gonne larghe decorate con motivi floreali; si va in chiesa a confessarsi con largo anticipo perché tutti faranno la comunione quella domenica per poter poi recitare, con “l’anima tersa”, una speciale preghiera a protezione della futura famiglia che arricchisce la vita di tutti. Per due settimane si sono apparecchiati in maniera permanente i buffet di benvenuto; i paesani fanno la spola tra la casa della sposa e quella dello sposo quasi tutti i giorni; la prima volta vengono a portare il “piccolo regalo” ben augurante, ma poi tornano a chiedere «come va?» e offrono mille volte il loro aiuto ai genitori degli sposi, per qualunque incombenza. In entrambe le case, sulla lunga tovaglia bianca ci sono i “canonici” confetti, le pastarelle secche, ma anche i “nocci atterrati”, questi sono fatti tostando le mandorle raccolte dagli alberi intorno, i frutti sono tostati e quindi glassati con lo zucchero sciolto nelle padelle; ci sono le ferratelle sottilissime e croccanti decorate dalle forme floreali degli stampini messi a disposizione da tutte le famiglie. I bambini sono eccitati e corrono dall’una all’altra di quelle due tavole imbandite a festa; la disponibilità di tutta quella “Grazia di Dio” li rende increduli, esaltati e quasi esitano ad approfittarne; le loro grida concitate sono colonna sonora permanente di tutti quei giorni febbrili. Vietato ai bambini è l’altro piccolo tavolo imbandito dove ci sono i liquori e le brocche col vino forte; intorno a quel tavolino stazionano a lungo gli uomini che sbattono i calici con grida di gioia; in mezzo a loro c’è spesso Don Peppe che ricorda che la liturgia prevede la benedizione del vino e, se Nostro Signore così ha prescritto, dovrà pur esserci una ben fondata ragione!

L’attesa sempre più frenetica raggiunge il suo apice la sera prima dell’evento; si farà serenata per la sposa come tradizione impone, Vincenzo, fratello di Domenico, è pronto con il suo organetto, gli altri ragazzi gli fanno cerchio pronti a iniziare le danze, ma il ragazzo fa finta di sbagliarsi e inizia ad aprire il mantice del suo strumento sotto la finestra dello sposo; quel fratello, con cui tanta fatica ha condiviso sull’altra sponda dell’oceano, si affaccia alla finestra di quella che sarà la sua camera nuziale e gli urla che si è sbagliato: la sposa è dall’altra parte. Tra le risate festanti Vincenzo si scusa dell’errore, dice che è colpa di Don Peppe che lo ha fatto bere troppo. Aspettano tutti che Domenico scenda e si allunga intanto il corteo verso la casa di Maddalena. La sposa attende da dietro gli scuri delle finestre; quando, tra poco, dovrà mostrarsi e salutare il suo sposo che canta qualcosa di romantico accompagnato dall’organetto del fratello, avrà da fare il massimo sforzo per non mostrarsi troppo commossa.

Prima del rito religioso, i preliminari “civili” sono altrettanto consolidati e rigidamente “liturgici”. Il paese si divide in due tra quelli che inizieranno il rituale a casa di Maddalena e quelli che lo seguiranno partendo dalla casa dello sposo; quasi si trattasse di un’altra laica Eucarestia ognuno di loro si serve un piccolo dolcetto dal tavolo che è stato rimpinguato di nuove pastarelle. Quindi si parte con i due cortei. Tocca allo sposo arrivare per primo in chiesa seguito dai parenti e dagli amici e, quando si trova seduto davanti all’altare, scattano di corsa i ragazzini che vanno a urlare all’unisono sotto il balcone della sposa: «Lo sposo è arrivato!». Quando arriva il momento di uscire di casa, per l’ultima volta da nubile, Maddalena stenta a trattenere le lacrime, la abbracciano le sorelle minori; le zie le dicono che è bellissima e cercano di sostituirsi alla madre la quale, invece, non riesce a proferire parola dall’emozione. La sposa scende le scale di casa; dallo strettissimo uscio buio si comincia a vedere la grande macchia bianca del suo vestito, allora le donne sospirano di emozione e meraviglia, i bimbi urlano freneticamente e gli uomini applaudono.

Come previsto e come da secolare consuetudine, la sposa va a vivere nella casa dei suoceri dove la nuova credenza è stata appena installata e ha cominciato il suo “servizio” ostentando i confetti avvolti in velette bianche. Dopo la messa, dal sagrato della chiesa, il lungo corteo a cui partecipano tutti i paesani si muove lentamente verso casa Colangeli, ma i padroni di casa sono corsi in anticipo per essere sulla soglia ad accogliere la nuora quando arriva. Davanti alla porta spalancata e abbellita da qualche vaso di fiori, Maddalena bacia i suoi suoceri, li ringrazia e, con voce un po’ tremante, li chiama per la prima volta “mamma” e “tatà” come è costume a simboleggiare, a un tempo, rispetto e intimità. Subito dopo, la padrona di casa e le tante donne che l’aiutano da giorni a preparare il pranzo, hanno smesso in gran fretta il vestito buono della festa per indossare il grembiule e una parnanza pulita per cominciare a preparare gli antipasti; gli uomini cercano di rendersi utili sistemando le sedie intorno alla lunga tavola imbandita; qualcuno è andato a casa di Maddalena per prendere le tre valigie con i pochi effetti personali e il corredo della sposa.

Ma c’è anche qualcuna, tra le donne di Tussio, che non ha seguito la messa nuziale. Ricevendo speciale benedizione e “apposita dispensa” da Don Peppe in persona, un paio di loro sono infatti rimaste nella casa dello sposo non indossando ancora l’abito della festa; mentre i due ragazzi si giuravano eterna fedeltà e reciproca solidarietà; le due commare hanno scrupolosamente sorvegliato la teglia con i due grandi tranci di genovese (filetto di manzo lentamente brasato al forno con salsa di cipolle e carote che, a fine cottura, vengono finemente tritate per essere usate come saporito condimento da spalmare sopra le sottili fettine di carne); al rientro dalla cerimonia, la padrona di casa ha verificato con loro che la cottura fosse sufficiente e quindi hanno spostato quell’arrosto nel “fornetto” della stufa dove si terrà caldo prima di essere servito (la genovese si serve appunto tiepida, mai appena sfornata). Il forno è quindi libero per accogliere il grande cosciotto d’agnello abbondantemente “sfumato” dal vino, guarnito di patate e ulteriormente insaporito con le mandorle.

La tavolata è stata preparata mentre il primo arrosto si brasava; è disposta in due tronconi uno all’interno della sala e l’altro sul patio esterno. Quando gli sposi e gli altri invitati al pranzo nuziale si stanno già sedendo, la padrona di casa e le sue preziose collaboratrici si affrettano a preparare l’antipasto; tradizione secolare vuole che a festeggiare gli sposi si inizi con la coratella d’agnello: dopo esser state macerate a lungo con aceto e foglie d’alloro, le interiora dell’animale sacrificale vengono finemente tagliate a cubetti e quindi lessate separatamente dividendo le parti più morbide da quelle ben più resistenti alla cottura. Dalle parti di Tussio si aggiunge anche un po’ di zafferano coltivato nella piana attigua.

A confortare temporaneamente lo stomaco dei commensali arriva quindi il brodo di gallina con i quadrucci all’uovo; a seguire i piatti si riempiono di maccheroni ammassati a mano e conditi con il sugo rosso arricchito del grasso delle costine. Seguiranno gli arrosti cui abbiamo già fatto cenno. Si beve molto vino, Don Peppe siede naturalmente anche lui a quella tavola e non prescrive alcun limite a quella “santa allegrezza”, neanche quando l’eccessiva euforia di qualcuno prelude a qualche battuta un po’ troppo pruriginosa su quanto accadrà tra gli sposi nella camera da letto che è già pronta al piano di sopra.

Così si celebrava il compimento di ogni amore che scoccasse in una qualunque delle piccole comunità di anime che vivevano ai bordi dell’altipiano dove si coltivava lo zafferano e così, verosimilmente, accadde per Domenico e Maddalena in un imprecisato giorno del 1921. Com’era consuetudine in ognuna di quelle occasioni e per ciascuna di quelle coppie di sposi, la comunità partecipa fino a notte fonda. Per tutte quelle ore non si interrompe quasi mai il suono dell’organetto che infervora tutti al ballo. In qualche momento, Vincenzo si è avvicinato al fratello neo-sposo per rinnovargli gli auguri e accennare con qualche commozione a quei giorni faticosi e grigi che avevano passato insieme nei dormitori del New Jersey. Dopo il pranzo i festeggiamenti durano fino a tarda notte; il viaggio di nozze dei due sposi è lungo esattamente come il percorso che Maddalena aveva fatto più volte, da casa sua fino a quella dei Colangeli, nel dolce tentativo, rivelatosi poi felicemente proficuo, di incuriosire il “giovane americano”.

Maddalena spegne per sempre quella poca spensieratezza che la vita gli ha offerto. Termina quel giorno anche l’effimera emozione dell’innamoramento e la giovane moglie prende immediatamente a lavorare con Domenico nel piccolo podere della famiglia. Un giorno d’inverno in cui non è passato ancora un anno dal matrimonio, dopo la tradizionale preghiera che prelude alla cena, Maddalena prende a guardare il suo sposo con una inusuale aria felice e, siccome lui non comprende subito, inizia a accarezzarsi il ventre; allora anche Domenico inarca i suoi giovani baffi e inizia a ricambiare quel sorriso. A quell’uomo che ha appena saputo che sta per diventare papà torna subito in mente la memoria di suo padre che da poco ha lasciato il mondo terreno, quella “silenziosa dichiarazione” di Maddalena è in questo una piccola consolazione: si prepara una nuova generazione per la famiglia Colangeli!

La stanza dove Maddalena mette al mondo i suoi quattro figli si trova al primo piano. In quella famiglia, era abitudine, da almeno tre generazioni, che quella particolare piccola stanza che vedeva luce grazie a una minuscola finestra quadrata che dava sulla strada e a un balcone da cui si accedeva alla grande terrazza della casa, venisse riservata agli sposi più giovani della famiglia; era una sorte di regalo di nozze con cui i più anziani della famiglia davano il benvenuto alla nuora che entrava in casa. In ragione di questa tradizione familiare, in quella camera videro la luce molte generazioni di Colangeli e, per ultimo, anche Angelo Colangeli al cui racconto si ispirano largamente queste pagine. La particolare “sala parto” ha il soffitto a botte (esiste immutata ancora oggi) sapientemente incastrato dagli artigiani del tempo, e il pavimento in mattoni di cotto rosso. Quando fu abitata da Maddalena e Domenico la stanza era arredata in maniera semplice ma con mobili che furono gelosamente conservati e che il tempo avrebbe reso preziosi, testimoniando nei decenni la sapienza e l’amore di quelle mani che, da pochi rami di ciliegio, avevano ricavato la testiera del letto, un piccolo armadio, un comò, una ampia cassapanca per custodire la dote che la sposa portava e due comodini su cui non mancarono mai di essere appoggiati un rosario e una immagine sacra.

Nella tarda mattinata del 16 dicembre del 1923, si sentì distintamente provenire da quella stanza un primo vagito che suscitò subito grande gioia nel papà e nei molti paesani che gli tenevano compagnia intorno al camino dove bruciava un generoso ceppo di quercia; fra le donne che avevano assistito Maddalena durante le fatiche del parto, c’era anche Suor Clelia, sorella di Domenico, la quale, dopo aver preso i voti, viveva nel convento delle suore zelatrici di Sulmona dove era anche diventata infermiera. In ragione di quella preziosa esperienza, Suor Clelia era accorsa a assistere la cognata quando il parto si faceva oramai imminente. È proprio suor Clelia che scende a comunicare che era nato un maschietto e che stavano bene sia lui che la madre. Subito dopo quell’annuncio festoso e rassicurante, Domenico e i suoi amici rivolgono lo sguardo verso la capanna del piccolo presepe che era stato allestito nell’ampio androne della casa, per ringraziare il Signore per la nuova vita che era arrivata e per il fatto che la salute della madre era stata preservata. Quella scena replica quanto era avvenuto quasi esattamente un anno prima quando, il 2 dicembre, era venuta alla luce la primogenita Elda. Il nuovo maschietto della famiglia si chiamerà Berardino che sarà poi detto Benino: il nome viene scelto probabilmente (su questo anche le memorie più anziane non sanno essere certe) per rinnovare la memoria di un nonno che era da poco scomparso.

Che ad annunciare la nascita del bambino agli ansiosi uomini riuniti davanti alla bella credenza creata da Mastroliscio sia proprio suor Clelia è una curiosa coincidenza, di quelle che, al di là della fede di ciascuno, rende particolarmente affascinante la sequenza degli avvenimenti che “regolano” e determinano la nostra vita. E vale allora la pena di aprire una ampia parentesi di qualche pagina per raccontare chi fosse quella suora e come la sua vicenda ben simboleggia, oltre ogni possibile lessico, l’atmosfera di solidarietà, di comunanza e di fraternità che si respirava in quelle povere case; atmosfera e spirito che saranno certamente essenziali nel determinare il destino religioso di Padre Serafino che abbiamo appena “visto nascere”.

Era successo che un giorno di settembre, lungo il tratturo, ancora oggi ben riconoscibile, che si dipana a metà collina e che fu per secoli percorso dai pastori abruzzesi per portare le loro greggi sui pascoli invernali degli altipiani pugliesi, il papà di Domenico si avvide che, da un lato di quel sentiero di “pecorari” era sdraiata una bambina dal corpo minuto e gracile; la creatura appariva palesemente sfinita per qualche sofferenza che in quel momento non si poteva indovinare. Il vecchio Carmine la prese tra le braccia e tentò di rifocillarla come poteva: un po’ d’acqua e un pezzo di pane che la piccola creatura iniziò a succhiare non avendo quasi forza a masticare e ingoiare. Quindi, preso tra le braccia quel piccolo peso, con molta premura la portò a casa affidandola subito alle cure materne della moglie. Il racconto che quel padre riporta in famiglia si limita all’essenziale: la bimba era abbandonata a sé stessa lungo il margine del tratturo, ma la più che sintetica narrazione è ben sufficiente per iniziare a accudirla (inutile farsi tante domande!). Per molti giorni la bambina restò in silenzio e nessuno si preoccupò di interrogarla su chi fosse e quali stenti l’avessero ridotta in quello stato di prostrazione e di solitudine; i “vecchi” Colangeli si accontentarono di vederla riprendersi gradualmente, di constatare che i suoi passi, nei primi giorni assai malfermi, diventavano lentamente ma sensibilmente più sicuri nel corso di alcune settimane; pian piano Clelia cominciò a mangiare con un appetito che non aveva certo mostrato nei primi tempi. Fu solo quando per la prima volta accese un sorriso sul suo piccolo viso che era rimasto sino ad allora sempre spento, che le domandarono chi fosse e da dove venisse.

La “trovatella” seppe solo raccontare di chiamarsi Clelia Ravasi e di avere cinque anni; ricordava inoltre che, ritrovatasi da sola, si era accodata a un gruppo di pastori lungo le vie della transumanza ricevendo, senza inutili parole, una scodella di latte appena munto e un pezzo di pane sottratto a altre misere razioni. Era poi arrivato un giorno, ormai sfinita da quel ritmo e da quel cammino per lei improbi, che non era riuscita a alzarsi dal suo giaciglio per seguire ancora quelle pecore da cui si era stata nutrita per un po’ di giorni. La corretta procedura avrebbe voluto che la piccola fosse affidata alle autorità per poi finire, con tutta probabilità, nelle anonime stanze di un orfanotrofio; ma essendosi ormai ambientata in quella famiglia, i poveri e generosi contadini rimandarono l’evento il più possibile non trovando il coraggio di separarsi da lei. Alla fine, uno dei pochi “dotti” del paese, tornato in visita nel piccolo borgo natio, consigliò di rivolgere istanza al Tribunale di San Demetrio e la richiesta di adozione fu infine accolta, anche se non senza difficoltà; circa un anno dopo esser stata trovata lungo il tratturo, la bimba fu quindi iscritta a scuola. È verosimile, anche se non possiamo averne la certezza, che venne scelta, come data del suo compleanno, il giorno e il mese in cui le braccia affettuose di quel padre adottivo l’avevano portata a casa. Domenico e Vincenzo presero subito ad amarla come una vera sorella, il carattere mite, spontaneo e affettuoso di Clelia fece il resto; dopo poche settimane né nella famiglia, né in tutto il borgo si fece più cenno alle singolari circostanze in cui la famiglia Colangeli aveva acquisito una nuova figlia.

A commentare questa piccola grande storia, si potrebbe forse dire che ben poca fatica era richiesta a Don Peppe, e ai suoi colleghi, per predicare i principi di solidarietà e accoglienza dei Vangeli: «Ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto» (Matteo, 25); doveva certo apparire fin troppo ridondante perder tempo a ricordare ai paesani quei moniti; i Colangeli e moltissime di quelle famiglie ben sapevano – e applicavano spontaneamente da secoli – quei principi, sicché il pur bravo sacerdote, poteva ben permettersi di “accorciare” le omelie all’essenziale per poter correre poi da una casa all’altra a officiare le molte funzioni laiche insieme con i suoi amati parrocchiani.

Il cognome di Clelia che ci è stato riferito era Ravasi ma non abbiamo alcun indizio che faccia almeno ipotizzare l’origine di quel cognome; l’unica plausibile ricostruzione sembra essere che, durante le pratiche di adozione, la bambina sia stata riconosciuta sebbene nessun parente ne abbia poi chiesto l’affidamento. Va inoltre precisato che nel suo bel libro, Quando il Vangelo si fa vita dedicato proprio alla memoria di Padre Serafino, Francesco De Lucia si riferisce a lei come suor Clelia Colangeli. Qualunque fosse il suo cognome, la vita di quella bambina che sembrava destinata a essere così breve fu invece lunghissima: suor Clelia morirà a 101 anni, nel 1993, presso il convento delle suore Ferrari all’Aquila; il suo corpo gracile e, apparentemente fragile sarà invece operoso e attivo sino agli ultimi mesi quando, diventata quasi completamente cieca, verrà assistita da suor Paola che successivamente sarà nominata Madre superiora dello stesso convento. Fino all’ultimo giorno la sua mente rimarrà lucidissima consentendole sempre di coltivare l’eterna gratitudine per la sua famiglia adottiva e per le braccia di quel contadino che, senza farsi nessuna domanda e senza nessuna esitazione, se l’era caricata sul petto e l’aveva portata a casa. Non si può neanche dire che suor Clelia sia morta propriamente di vecchiaia: sarà infatti una banale caduta a procurare ferite non più guaribili dal suo corpo ormai troppo provato da più di un secolo di vita.

Senza indugiare in romanticismi e misticismi eccessivi, ci permettiamo di lasciarci affascinare dal fatto che siano state proprio le braccia di Clelia a abbracciare per prime il piccolo Benino e che questo sia, quanto meno, una singolare e bella coincidenza: colei che fu accolta dall’abbandono e da una morte certa e precoce, si trovò a presiedere al venire alla luce di Padre Serafino che tanti abbracci dispenserà nella vita a esseri sfortunati. Dopo Berardino, Maddalena mette al mondo il fratellino Tullio Dante che nasce poco più di due anni dopo, l’11 gennaio del 1926; infine, nel 1927, arriva Lucia; anche lei vede la luce nel periodo di Natale, in particolare il 13 dicembre ed è del tutto verosimile che quella data ispiri ai suoi genitori il nome di battesimo.

Sin dai primi anni di vita, Berardino mostra di essere un bambino assai buono, oltremodo ubbidiente, affettuosissimo nei confronti dei genitori, della sorella Elda, poco più grande di lui, e del “piccolo” Dante che spesso culla tra le sue braccia con inaspettata premura. Benino non è proprio un bambino chiuso e taciturno, anzi si mostra precocemente pieno di curiosità e di domande a cui le anime semplici dei suoi genitori non riescono sovente a dare una risposta. Impara presto a conoscere gli abitanti del borgo e tutti lo prendono in simpatia perché si interessa a tutto, entra nelle case dei vicini, osserva le massaie che cucinano, domanda gli ingredienti di quei profumi che emanano dalle fornacelle accese; si avvicina alla culla dei più piccoli domandandone l’età, segue gli uomini nelle stalle incuriosendosi su come vengano sfamati e accuditi i preziosi animali che affiancano gli agricoltori nel duro quotidiano lavoro.

Quando Benino ha sette anni, papà Domenico utilizza gli ultimi risparmi accumulati durante gli anni di lavoro negli Stati Uniti per aprire un piccolo negozio di generi alimentari: si tratta della seconda attività commerciale, da sempre, a Tussio. Per il piccolo primogenito maschio della famiglia Colangeli si apre una ulteriore opportunità per stringere sorrisi e piccole amicizie con le paesane che vanno a far spesa; la testolina del bambino si vede appena spuntare da dietro al bancone dove Maddalena staziona l’intera giornata, ma Benino si alza in punta di piedi e sa farsi sentire da ogni cliente: saluta tutti, si fa voler bene con la sua fanciullesca e contagiosa serenità che sembra suscitare sollievo ma, soprattutto, ci si accorge presto che è lui a voler bene per primo a chiunque: non c’è anima che entri nella piccola bottega e che non divenga oggetto di curiosa attenzione da parte del “piccolo negoziante”; si ricorda di tutti e chiede di un familiare che stava male, di un bimbo che è appena nato, di un matrimonio che si sta organizzando in quella famiglia, di un emigrante lontano di cui si attende una lettera.

Quando il negozio dei Colangeli inizia la sua attività, Benino da poco va scuola in una delle prime tre classi elementari che sono disponibili a Tussio; la sua prima maestra è la signorina De Rubeis, più conosciuta con il fittizio cognome di Gianberardino che era in realtà il nome di battesimo del padre. Questa maestra è anche una delle prime clienti di quella attività commerciale, abitando l’insegnante in una casa che confinava proprio con quella della famiglia Colangeli. Teresa – questo era il nome di battesimo della maestra – era la più grande di due sorelle e entrambe erano zitelle. Insieme a loro viveva anche il fratello più giovane, Antonio, che tutti in paese chiamano “Don Antonio” in ragione della ascendenza aristocratica che valeva, al più giovane rampollo maschio di quella stirpe, un titolo nobiliare che i miti e umili abitanti del borgo pur gli riconoscevano. Tuttavia i tussiani pronunciavano quel “Don” con una malcelata inflessione sarcastica (a Roma avrebbero detto “Don, ma de che?”). Almeno in parte quel giovane finiva per meritare quel discreto e lieve dileggio essendo perennemente sfaccendato, senza nessuna spinta a realizzare qualunque anche piccola impresa, come se confidasse che quel suo casato dovesse, di per sé, assicurargli agiato vivere senza neanche doversi almeno preoccupare di una saggia amministrazione del suo pur cospicuo patrimonio.

Al contrario, le sue sorelle, e in particolare Teresa, avevano da tempo abbandonato ogni pretesa superiorità di nascita e ben si mimetizzavano con le modeste massaie tussiane, salvo riservarsi qualche piccolo privilegio a cui sembravano non voler rinunciare più per consolidata abitudine che per pretesa superiorità di stirpe. Tra queste “attenzioni richieste” da parte della maestra Teresa, vi era l’impegno, per i suoi alunni, a recarsi a turno nella sua dimora, all’ora della merenda mattutina per ricevere, dalle mani della sorella dell’insegnante, un piccolo spuntino per lei preparato. Si trattava di solito di un cestino di vimini coperto con un tovagliolo bianco che proteggeva dalla polvere una tazza di tè e alcune fette biscottate. Anche Berardino era tra gli incaricati di questo servizio e nei mesi invernali, quando il freddo si faceva più intenso e le mani della maestra rischiavano di gelare nella fredda aula con poco riscaldamento, quegli stessi alunni erano altresì incaricati di andare a ricevere dalla sorella della maestra uno scaldino con i tizzoni ardenti per poter rimpinguare di calore il braciere della loro insegnate che era ormai quasi spento.

Ma a parte questi veniali peccati di superbia, la maestra Teresa era assai scrupolosa e affettuosa con tutti i suoi scolari e con il piccolo Berardino in particolare; di fronte al bancone di Domenico e Maddalena, si commuoveva ogni volta a vedere quel piccolo alunno già così solerte e volenteroso nel sostituirsi ai genitori per qualche piccola fatica e, anzi, non mancava mai di lodare quel figlio di fronte alla sua mamma, esaltandone le doti di scolaro diligente, assai curioso e insolitamente avido di sapere.

A onore delle sorelle De Rubeis, va altresì citato che la loro decadenza finanziaria non era, molto probabilmente, dovuta a sopravvenute e contingenti fatalità ma, molto più verosimilmente, alla scarsa propensione di quelle donne a sfruttare senza scrupolo la povera manovalanza di gente affamata; le grandi proprietà terriere, di cui anche quella famiglia ancora disponeva, erano infatti solitamente fatte fruttare grazie a un rapporto di lavoro ancora “di stile” medioevale che era detto di mezzadria; quel tipo di rapporto contrattuale, abolito solo all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, si configurava come una situazione molto più vicina alla schiavitù dei servi della gleba che a un vero rapporto di lavoro dipendente: i contadini, quasi tutti analfabeti, non erano in grado di controllare che fosse loro attribuito la parte di raccolto spettante – in teoria la metà, “a mezzo” da cui il sostantivo “mezzadria” – per cui venivano di fatto tenuti a un livello minimo di sussistenza e essendo la loro paga considerata quasi alla stregua del foraggio che si provvede agli animali per la loro sopravvivenza. A differenza di molti altri casati che vantavano un blasone simile, quella pur ricca famiglia non aveva saputo esser così cinica da perpetrare quella sociale e spietata ingiustizia, finendo col perdere le sicure rendite agricole e arrivare a vivere del solo stipendio della maestra Teresa oltre ai proventi che negli anni avevano ottenuto dalla progressiva vendita di gran parte delle loro proprietà agrarie. E forse anche a parziale suffragio delle ingiustizie perpetrate dai suoi avi, quella insegnante era anzi divenuta assai religiosa, stimolando severamente la riottosa sorella a frequentar chiesa e santificare ogni festa come lei stessa faceva. Quella fede accresciuta, come sovente accade, dagli anni della piena maturità, gli riserverà anche profonda commozione quando vedrà il suo alunno, Berardino Colangeli, tornare per la prima volta a Tussio indossando il saio di San Francesco.

A prestar servizio nella casa dei Giamberardino, vi era anche una simpaticissima vecchietta, anche lei rimasta per sempre nubile: Nunzia si recava in quella casa un tempo nobile a offrir vari servizi in cambio dei pochi spiccioli che quelle zitelle potevano permettersi di spendere; in particolare era incaricata di far bucato, non essendo ancora quelle donne sufficientemente “decadute” da accettare di occuparsi di quella faticosa mansione. Inoltre, quando le mercanzie da acquistare erano parecchio pesanti, si recava per conto della famiglia di Don Antonio, davanti al banco presidiato a turno da Domenico e Maddalena con il supporto del piccolo Benino il quale, dopo aver fatto i compiti, scendeva in bottega per “studiare” anche quella mite, umile e variegata umanità di cui si sarebbe occupato con tanta generosità nella sua vita da sacerdote. Questa Nunzia era assai simpatica, vivace, chiacchierona; si sentiva la sua voce squillare ben prima che aprisse uno spiraglio della porta d’ingresso del negozio e, appena varcata quella soglia, Berardino sgusciava da sotto il bancone e preparava la sua guancia perché sapeva che, dopo aver a lungo scherzato a alta voce con Domenico, quella arzilla vecchietta gli avrebbe dato confidenza pizzicandogli la faccia con forza e avrebbe commentato ancora: «Quanto si sta facendo bello questo bambino!». E “quel bambino che si stava facendo bello”, a un tempo divertito e intenerito per il prevedibile commento di Nunzia, finiva per domandarsi quasi quotidianamente quanto mai potesse essere cresciuto, visto che quella simpaticissima paesana l’aveva incontrato – e gli aveva pizzicato la guancia – solo due giorni prima.

E quasi ogni pomeriggio sentendo la voce squillante e “giocosamente” prepotente di Nunzia dentro la bottega dei Colangeli, scendeva dalla sua casa proprio di fronte, anche Serafina, sicché alla voce vivace di Nunzia si sovrapponeva quella altrettanto esuberante, ma più bassa e caratterizzata da un peculiare tremolio, dell’altra vecchina. Pure costei, all’epoca già assai anziana e anche lei ormai irrimediabilmente zitella, era assai predisposta alla “chiacchiera” spassosa. La mite Serafina aggiungeva qualche lazzo a quelli di Nunzia e anche da lei Benino riceva quasi quotidianamente complimenti e affetti ben pronosticabili. Succedeva quindi che Domenico, o la sua sposa, avessero a chiacchierare in allegria per lunghe mezz’ore prima di smerciare un solo pacco di farina o qualche incarto di concentrato di pomodoro o mezzo sacchetto di zucchero “generosamente” pesato a favore delle sue rumorose clienti; d’altronde, in quei paesi, la funzione peculiare di tali botteghe non era solo quella di provvedere alle provviste alimentari dei pochi e poveri paesani, ma anche quella di fungere da luogo d’incontro e di allegra condivisione delle poche, e in fondo banali, storie che si dipanavano tra le modeste mura delle poche case. Domenico come chissà quanti altri, in borghi analoghi, si accontentava “francescanamente” di quei modesti incassi.

Era dunque zitella la vivace Nunzia, così come lo era la mite Serafina e anche le “decadute” sorelle Giamberardino; e già da questa modesta statistica dello stato civile di quelle clienti di Domenico, si può ben percepire il male endemico e inesorabile che già ammorbava, un secolo or sono, l’esistenza in vita di quelle preziose e, purtroppo, in larga parte perdute comunità rurali. I giovani ragazzi del borgo erano ormai in gran parte in un altrove assai remoto; verso il Belgio, la Svizzera, il Canada, l’Australia, la Germania, il Sud-America e la baia di New York, erano già partite molte braccia e, a differenza di quanto accadde per Domenico e Vincenzo Colangeli, da quei remoti e sconosciuti paesaggi, tornarono indietro solo lettere scritte con lessico essenziale e calligrafia incerta. E poi arrivavano indietro i vaglia che mal ripagavano l’irrimediabile perdita di tante anime: era denaro versato in valuta, cosiddetta, pregiata che veniva ritirato nell’ufficio postale di Tussio – allora avevano anche questo! – e consentiva la sopravvivenza ai vecchi, alle donne sole, ai pochi bambini e alle tante vedove che erano restati tra i selci di Tussio.

Erano davvero poche le famiglie che strappavano di che vivere a quelle colline poco generose intorno a Tussio e Berardino le conobbe tutte, stazionando con la sua esile figura di fanciullo dietro gli scaffali della bottega di papà Menicuccio e mamma Maddalena. Tra queste clienti c’era anche la piccola Marietta che era vedova e anche i suoi figli erano lontani in cerca di lavoro; stavolta la deformazione del suo nome non era un vezzeggiativo ma anche un appropriato diminutivo ispirato alla sua statura davvero modesta, al punto che i sette anni di Benino furono già sufficienti a sovrastarla in altezza. Quando arrivava nel suo negozio, Maddalena ne sentiva solo la voce e doveva sporgersi parecchio dal bancone della bottega per guardare la esile figura che aveva davanti. Intenerito da quella corporatura esageratamente minima, Benino si offriva molto spesso di accompagnarla per i due vicoli che separavano la bottega dalla casa di lei, caricandosi quelle mercanzie spesso abbastanza pesanti con le quali Marietta, ormai assai anziana, stimava di sostenersi per qualche giorno senza più uscire. E arrivato a poggiare, non senza fatica, quelle buste di carta sul piccolo tavolo della cucina di quella donna, Berardino si guadagnava una ricompensa in valuta ben più pregiata di quella spedita dalle Americhe e ritirata nell’ufficio postale: il sorriso di Marietta e la carezza delle sue piccole mani che non arrivavano neanche a coprire le guance del piccolo futuro frate.

La clientela del negozio è costituita, come si vede, da gente mite, umile, o addirittura povera o, comunque, dalla “capacità di spesa” assai modesta. Anziché pagare in contanti, molti di quei paesani chiedono a Domenico di «segnare sul quaderno» e di pazientare per il pagamento. Esisteva allora “ru quadernë”; si trattava, appunto, di un quaderno, di solito dalla copertina nera e con le pagine segnate da righe orizzontali e due righe rosse verticali, su cui per ogni cliente venivano segnati i crediti che la famiglia Colangeli doveva esigere nei confronti di ciascuno di loro. I braccianti chiedevano di attendere la fine della settimana o del mese quando sarebbe stati pagati dal padrone; i contadini chiedevano addirittura di aspettare la stagione del raccolto o la successiva vendita di grano, farina, eccetera; gli allevatori domandavano a Domenico di pazientare fino all’abbattimento del vitellone che stava crescendo o degli agnelli che ancora erano troppo gracili e troppo “leggeri” per ricavarne un prezzo appena remunerativo. Quando Berardino e suo fratello Dante impararono a scrivere, erano spesso loro “a segnare” e tenere adeguata contabilità su quei quaderni.

Ma è certo che Domenico e Maddalena furono degli esattori alquanto “distratti” di quei poveri creditori, e possiamo scriverlo stavolta con certezza “documentale”. Durante un recente restauro della casa di Tussio dove Padre Serafino vide la luce: a più riprese è riemersa una quantità di variegati “reperti”, alcuni dei quali davvero assai curiosi. Sono stati infatti rinvenuti molti di quei quaderni con la copertina nera e le pagine dalle righe rosse, da cui risultava evidente che molti di quei crediti non erano mai stati riscossi ed erano, per così dire, certamente non più esigibili perché “prescritti” dalla inesorabilità del tempo oltre che dalla generosità spontanea e discreta di Domenico e Maddalena. Non è un caso che, nel suo ultimo scritto dettato alla sua segretaria, poche settimane prima della morte, Padre Serafino ricorderà: «Fin dall’anno del mio noviziato ho compreso […] che la mia vita di francescano doveva essere dedicata ai poveri; e in questa mia propensione riconosco l’influsso della mia cara mamma, Maddalena Cicerone Colangeli che era sempre disponibile ai poveri e mi ha suggerito di vedere sempre in essi la persona di Nostro Signore Gesù Cristo».

Tra i crediti di Maddalena e Domenico rimasti insoluti c’era anche quello dei coniugi Maria e Luigi; quella brava e laboriosa famiglia era stata terribilmente colpita dal destino che gli aveva tolto, in rapida e drammatica successione, i due figli maschi, i quali, con la forza delle loro braccia, consentivano la sopravvivenza anche dei loro genitori. Al dolore per quella improvvisa e inconsolabile assenza, si era aggiunta la conseguente perdita di ogni fonte di reddito. A turno i due coniugi si recavano nel negozio di Minicuccio (così era appellato Domenico dai paesani); di solito andavano al mattino presto o all’imbrunire per non incontrare altre persone; si vergognavano infatti di dovere chiedere ulteriore credito a quei commercianti che già tanto erano stati generosi con loro. Col passare dei mesi Maddalena e suo marito avranno cura di eliminare qualunque preoccupata espressione per quel credito che cresceva e che era ineluttabilmente destinato a diventare una “donazione”. Dopo un certo tempo, quando Benino si apprestava a aggiungere una riga sul quaderno dove “si segnavano” i crediti di Maria e Luigi, papà Domenico aggiungeva all’indicazione della cifra del conto un complice e discreto segno dell’occhio verso il bambino il quale comprendeva che quel debito non andava segnato: per quei particolari coniugi quella cifra andava intesa come una carità nei confronti di chi non sarebbe altrimenti riuscito a metter qualcosa sulla tavola. È forse troppo immaginare che il futuro Padre Serafino sorridesse orgoglioso della generosità di quei genitori? A noi pare comunque assai plausibile. Invitiamo anche il lettore a tornare, per un attimo, alla domanda che ci siamo posti all’inizio di questo racconto: come mai da un borgo così piccolo sono venute tante vocazioni religiose, soprattutto francescane? Ebbene, crediamo che nello “stile aziendale”, chiamiamolo di Maddalena e Minicuccio si trovi, almeno in parte, la risposta.

Alla loro morte, dopo una lunga vecchiaia vissuta sopportando ogni sorta di privazione, Maria e Luigi lasciarono in eredità alla famiglia Colangeli la loro casa di proprietà, memori e riconoscenti di essere stati aiutati per anni nella loro endemica povertà. Non si tratterà di un vero risarcimento – l’immobile era ormai quasi diroccato e di davvero scarso valore – ma di un dono ben più prezioso: un segno tangibile della loro memoria e gratitudine per quel discreto e silente aiuto che avevano a lungo ricevuto. Nel frattempo Minicuccio e Maddalena erano già morti e sarà il figlio Dante a ereditare materialmente quel lascito per poi provvedere a cedere l’immobile a un prezzo del tutto simbolico e con l’unico intento di salvare quella casa dal crollo definitivo.

Ma oltre a tanta generosità, l’attività richiedeva, per l’organizzazione e i mezzi disponibili a quei tempi, una grande fatica. Almeno un paio di volte alla settimana, quando è ormai quasi ora di pranzo, davanti al negozio di Maddalena si ferma un carretto trainato da un cavallo esausto: si tratta di una magnifica puledra di manto scuro, si chiama Stellina e il suo nome è ispirato da una macchia bianca che l’animale ha in mezzo agli occhi e che sembra, appunto, una piccola stella. Dal carro scende Domenico che bacia il piccolo Berardino che gli è corso incontro; quando il padre lo prende in braccio, il bambino sente l’odore acido del sudore che imperla la fronte di suo padre e tuttavia lo stringe forte palesando la dolce ansia con cui lo ha atteso. Poi corre a svolgere uno delle sue mansioni quotidiane che lo riempiono di gioia: porta il secchio grande di ferro vicino al muso di Stellina e, mentre la bestia si disseta, lui gli accarezza a lungo la criniera e la strana macchia bianca sulla testa, convinto di dare così sollievo alla stanchezza di quella bestia che è preziosa risorsa per la sua famiglia. In quelle mattine Domenico e la sua cavalcatura sono reduci dal lungo e polveroso percorso verso L’Aquila dove il capofamiglia ha caricato pasta, zucchero, farina, e anche mercanzie per i più “ricchi” del paese: sapone, caffè e biscotti.

E un giorno al piccolo futuro francescano dovette accadere una delle tante esperienze destinate a segnarlo profondamente. Berardino ha iniziato la scuola solo da poche settimane quando sale sul carro del papà Domenico per il suo primo “lungo viaggio” verso L’Aquila: un privilegio che si è conquistato a fatica, con molte insistenze per nulla scalfite dai tentativi del papà di procrastinare l’evento: lo ha avvertito che dovrà alzarsi molto presto, quando ancora fa buio, che il viaggio sarà lungo e avrà freddo perché l’autunno è già inoltrato. Ma nessuno di quegli avvertimenti ferma il desiderio del bambino che si appresta eccitato a quella prima affascinante scoperta del mondo che esiste oltre la collina di Tussio. Un certo mattino, dunque, papà Domenico si avvicina al suo lettino e lo trova già sveglio, con le mani giunte; Benino ha finito di recitare in anticipo le preghiere che la mamma Maddalena gli ha insegnato e con cui gli ha raccomandato di iniziare ogni giornata; ha scandito con particolare enfasi l’invocazione all’Angelo custode, perché quel particolare giorno sente di dover esser preservato dalle tante sconosciute difficoltà che il papà gli ha prospettato. Quando Stellina viene caricato del giogo e attaccato al carro, fa ancora buio; l’animale sembra intuire il duro lavoro che lo attende anche quella mattina e percorre al piccolo trotto il primo tratto scosceso che conduce verso la vallata; poi le redini lo tirano a sinistra e comincia a inerpicarsi sulla lunga leggera salita svalicata la quale la strada prende a scendere verso Poggio Picenze.

Nel frattempo si comincia a vedere la luce rossa dell’alba e appare agli occhi di Berardino una nuova vallata tutto sommato non dissimile da quella che è abituato a vedere, se non fosse per una lunga fila regolare di pioppi disegnata lungo il percorso dell’Aterno che scorre parallelo alla strada. A un tratto, ai bordi del cammino percorso dalla mite e obbediente puledra, appaiono alcune donne infreddolite e con un pesante fardello caricato sulla testa; quando sentono le ruote trascinate da Stellina, le donne si voltano e sembrano far festa a Domenico che le ha riconosciute. Si guadagnano così un passaggio sul carro fino al mercato e ai campi verso cui sono dirette; e la fatica della mite puledra serve così, in quel tratto in cui viaggia “a vuoto”, a risparmiare un po’ di energia alle contadine che avrebbero dovuto ancora camminare a lungo. Anche da quelle donne assonnate e infreddolite, Berardino si guadagna subito una forte empatia; le guarda con occhi curiosi e il suo viso mostra insieme il sonno precocemente interrotto e la strana eccitazione per quella giornata insolita che è appena iniziata. Alle contadine che lo interrogano su che cosa sta per fare, il bambino risponde sicuro che sta andando a L’Aquila per aiutare il padre a caricare i pacchi per il negozio.

Quando, dopo circa tre ore di viaggio, la conca aquilana si spalanca davanti al carro, le donne sono già scese alla loro destinazione; giunti nei pressi di Bazzano, qualcosa (o Qualcuno?) ispira Domenico a cambiare strada e, per quel giorno, non prosegue, come era solito fare, sulla ripida salita verso porta Napoli, ma tira la briglia a destra per svoltare verso la strada più lunga ma più “leggera” che gira intorno alla collina di Collemaggio. Scandito dai passi di Stellina, si apre allora gradualmente, davanti agli occhi incantati di Benino, l’imponete bellezza della Basilica di Collemaggio, prima il bel campanile, quindi le mura maestose dell’abside, e ancora la lunghissima parete che segna la navata meravigliosamente impreziosita dalla Porta Santa e infine, meraviglia ancora più inaspettata, la stupefacente facciata di masselli bianchi e rosa con il maestoso rosone. Il bambino ne rimane ammaliato e con una mossa un po’ spericolata lascia il posto accanto al papà sul sedile del barroccio per saltare sul carro e continuare a abbagliarsi gli occhi man mano che quella meraviglia viene lentamente inghiottita dagli abeti del viale alberato che l’animale percorre lento e docile. Domenico percepisce bene quell’emozione intensa, ma certo non può sapere che quell’imprevisto cambio di percorso aggiunge un altro tassello decisivo a determinare il destino di quel suo primogenito maschio.

E poi c’è un altro strano presagio che attende il bambino quel giorno particolarissimo: quando il carretto trainato da Stellina ha finito di percorrere il viale davanti alla Basilica, inizia a imbucare verso la ripida discesa che porta verso la stazione ferroviaria (l’attuale via XX settembre); l’ungo quella strada, quasi completamento nascosto dal parapetto posto verso la vallata, si trova il convento di Santa Chiara animato già allora dai frati cappuccini; dalla stretta scalinata che mena verso il convento sta salendo un frate che in cima a quella salita incrocia subito lo sguardo emozionato di Berardino il quale è ormai estasiato dalla sequenza di nuovi paesaggi che gli si presentano. Accade allora che una mano esce dal saio di quel frate e cominci a salutare il bambino e lui ricambia il saluto, inspiegabilmente attratto anche dal sorriso mite di quel monaco; le due mani si agitano ancora a lungo e il sorriso di entrambi diventa sempre più largo e affettuoso, fino a quando il cavallo si trova a percorrere il gomito della curva successiva. Può essere che quel frate abbia allora raccomandato al suo Santo il futuro di quel bambino di cui a lungo aveva incrociato lo sguardo sereno, forse avrà detto una preghiera; sta di fatto che circa quindici anni dopo Berardino avrebbe a lungo soggiornato in quel convento, quando ormai nessuno conosceva più il suo nome di battesimo e per tutti egli era diventato Padre Serafino.

Arrivati nel grande deposito vicino alla stazione, Domenico provvede a dissetare la sua puledra prima di iniziare a caricare il barroccio; il bambino comincia a sentire il peso della stanchezza e delle ore di sonno che gli mancano, ma ostenta vitalità: ha promesso che sarebbe andato per aiutare suo padre, allora prova a caricarsi sulle piccole braccia i pacchi da riportare a Tussio, ma le scatole con la farina hanno peso proibitivo e anche quelli di pasta gli scivolano inesorabilmente dalle mani; porterà tuttavia qualcosa, i colli più leggeri, camminando a fianco di suo padre con fare sempre più sicuro, ingigantendo le poche forze che i suoi sette anni e il fisico magro gli provvedono.

Durante il viaggio di ritorno, Berardino sembra aver vinto, almeno in quel frangente, il torpore che lo aveva colto alla fine del viaggio di andata; si gode ancora lo spettacolo che adesso conosce, ripassano davanti al convento ma non c’è più il frate con cui aveva silenziosamente familiarizzato un’ora prima, allora sbircia verso la vallata per cercare di intuire cosa ci sia sotto il vicolo di scale da cui aveva visto spuntare quel saio così cordiale. Poi rivede davanti a sé la magnificenza di Collemaggio e rimane nuovamente affascinato dalla maestosa grandezza dell’edificio, quindi si addormenta, appoggiando il capo alle mercanzie che hanno caricato e che Stellina trascina con grande fatica. Quando arrivano sulla salita di Poggio Picenze, sono ormai stremati sia lui che Stellina; la stanchezza dilata i tempi dei ricordi immediati; la giornata sembra interminabile e lontanissimo appare il momento in cui sono usciti di casa con il sole che ancora tardava a illuminare la vallata sotto Tussio. Su quell’ultima salita prima del rettilineo finale, Domenico scende dal carro per alleviare la fatica del povero animale e inizia a camminargli a fianco senza forzargli l’andatura. Berardino si sveglia e si offre di fare lo stesso, ma il padre lo prende in braccio e lo ricaccia nel piccolo spazio rimasto tra i pacchi, c’è quasi un piccolo giaciglio sufficiente per lui; Domenico lo sistema e lo invita a riposare e, se ci riesce, a addormentarsi.

Arrivano a Tussio che è quasi mezzogiorno, rivedere la sua casa dopo quel lungo, estenuante ma emozionante percorso, fa tornare a Berardino l’eccitazione e la voglia di parlare. Alla mamma narra subito, con parole rotte per l’emozione intensa; mentre racconta gli pare di rivedere la meraviglia della Basilica e gli pare di rivivere l’intensa suggestione che ha vissuto e che ancora gli rompe le parole nella gola. Chiede allora a Maddalena se quel Gesù che abita nella meravigliosa chiesa è lo stesso che vive nella ben più povera madonna in Gloria di Tussio o se si tratta di un Gesù ben più ricco in grado di “consentirsi” una dimora tanto sontuosa. Maddalena sorride intenerita e, solo dopo aver mascherato l’intensa emozione, spiega che Nostro Signore è sempre lo stesso e che abita in tutti i luoghi dove gli uomini pregano, non importa quanto sia ricco l’edificio e, anzi, Gesù ha una particolare predilezione per le chiese spoglie, quelle prevalentemente frequentate dai poveri.

Quel viaggio a L’Aquila sarà quasi l’unico per i pochi anni che Berardino trascorre nella sua casa paterna, ma almeno adesso la sua fervida fantasia riesce a raffigurarsi meglio il papà in ogni momento delle giornate in cui ripete quel percorso: si sveglia pensandolo che ha appena caricato le donne lungo la discesa di Poggio Picenze; durante le ore che passa a scuola, immagina ancora papà Domenico che percorre l’infinita fiancata della grande cattedrale, e poi carica i pesanti pacchi da riportare nel negozio di Tussio.

Anche grazie a quel “viaggio”, si rafforza, nel piccolo Padre Serafino, la percezione di quanto sia grande il valore di quello viene messo ogni giorno sulla tavola; cresce prepotente in lui la vocazione che ne segnerà l’intera esistenza terrena; il suo spirito religioso si nutre della fede intensa della tenerissima mamma Maddalena capace di suscitare «dolce serenità nel cuore» (così ne scriverà lui stesso, molti anni più tardi), ma quella fede trae certamente altrettanta ispirazione della muta e silente devozione di chi è dedito al lavoro nei campi, non solo di suo padre ma anche degli altri contadini del piccolo borgo che egli incrocia quotidianamente. In qualche modo seppur misterioso, quelli che coltivano la terra sono religiosi ante litteram, portatori, talvolta in modo del tutto inconsapevole, di valori consolidati e profondi di solidarietà e di un senso profondo di gratitudine alla Natura essendo quest’ultima, nel loro nobilissimo e inespresso pensiero, sinonimo esatto di Dio. «Tutto è Grazia!», così ripeterà tante volte Padre Serafino dal pulpito e, certamente, tra le maggiori Grazie che hanno reso quella vita così peculiare, c’è quella di essere nato da una stirpe di miti e laboriosi agricoltori. Anche per questa “nobile” nascita, Berardino inizia a frequentare assiduamente la chiesa e si fa apprezzare dal parroco per l’intensità con cui, ancora bambino, partecipa alle liturgie, ma soprattutto prende a vivere la sequenza delle ricorrenze religiose come scandite dal susseguirsi dei lavori nei campi: il Natale è la fine della semina; la Quaresima è il tempo della preghiera e della speranza per il raccolto che matura, la Domenica delle Palme è il termine della potatura prima della primavera e di quelle potature si chiede la benedizione del Signore; la Pentecoste prelude alla fortuna del raccolto ed è anche celebrazione della ricchezza essenziale donata dalla terra e meritata dalle braccia che la lavorano.

Sin dalla primissima infanzia, i quattro fratellini Colangeli sono legatissimi tra di loro e lo saranno per tutta la vita malgrado il destino riserverà loro un percorso affatto diverso: di Padre Serafino sappiamo molte cose già prima di questo piccolo libro; Dante emigrerà in America Latina e poi in Australia prima di diventare un insostituibile collaboratore dell’Opera fondata dal fratello francescano. La sorella più grande, Elda, vivrà la sua vita in Canada, mentre la sorella “piccola” gestirà un panificio all’Aquila, proprio nei pressi della chiesa dedicata al santo di cui il loro papà portava il nome.

Intanto, in quei giorni lontani tra il finire degli anni ’20 e l’inizio degli anni ‘30, quei fratellini giocano insieme con allegria e complicità lungo i vicoli di Tussio e, grazie a quei ludici rituali celebrati correndo sopra i selci sporcati dal fango e dagli animali che quotidianamente “transumano” verso i pascoli circostanti, Benino e i suoi fratelli, un certo giorno, attirano l’attenzione di un fotografo e si guadagnano inconsapevolmente il primo scatto di una macchina fotografica che li immortala in una posa che coglie i loro sguardi increduli e quasi smarriti.

In quella prima loro foto che li ritrae, gli “eredi” della famiglia Colangeli hanno tutti lo sguardo quasi impaurito; hanno davanti a loro un marchingegno che non hanno mai visto e che sembra destar loro qualche diffidenza. Era accaduto quel giorno che anche quel piccolo borgo aveva dovuto subire il lugubre rituale delle manifestazioni 

fasciste di quegli anni; nella piazza di Tussio era prevista la presenza del Podestà in persona e le molte autorità della zona si affrettavano a intervenire ossequiosi davanti a cotanto ospite. Naturalmente c’era anche il fotografo che doveva immortalare l’”edificante” e pomposa scena, ma mentre si attendeva l’arrivo di sua eccellenza, l’uomo con la macchina fotografica si incuriosisce di quella piccola famiglia che gioca e chiede il permesso alla signora Maddalena di poterli ritrarre insieme. Ottenuto quel consenso, li fa schierare uno a fianco all’altro davanti al muro di casa e li ritrae in quella bellissima istantanea in cui i fanciulli hanno l’espressione sbigottita per quello strano personaggio che ha piazzato il treppiedi della sua attrezzatura e ha poi nascosto la testa sotto un misterioso panno nero. Quando il fotografo tornerà in paese per appendere all’albo ufficiale le foto del “venerabile” podestà, porterà con sé anche una stampa di quell’immagine di cui farà dono alla famiglia Colangeli.

Sappiamo, dai ricordi di Angelo Colangeli, che quella foto era sfortunatamente scomparsa per almeno un paio di decenni; a Maddalena quella immagine era molto cara; la invocherà più volte quando cadrà gravemente ammalata e, ormai prossima alla morte, sarà assistita amorevolmente dalla nuora Maria: «Che peccato che quella bella fotografia de ri figli më s’è persa!». Molti anni dopo, svuotando i cassetti proprio della credenza di ciliegio assemblata da mastro Vincenzo prima del matrimonio di Domenico, si scoprirà con emozione che la preziosa reliquia era stata dimenticata tra due strati di carta, di quelli con cui si foderavano i cassetti a evitare che i panni si trovassero direttamente a contatto con il legno. A raccontare ai propri figli i dettagli circa la storia di quella foto, sarà Dante, il fratello minore di Padre Serafino che, ritrovandosi inaspettatamente in mano quella icona della propria infanzia che credeva perduta, non si farà scrupolo di piangere a lungo di commozione.

Possiamo ben immaginare quanto fosse dura la quotidianità per quella famiglia e per tutto il piccolo popolo del borgo; e tuttavia lo sfiancante lavoro dei genitori, che toglie certamente attenzione ai piccoli eredi della famiglia, non intacca minimamente il primo percorso scolastico dello scolaro Colangeli Berardino; l’esile allievo si dimostra da subito un bambino di rara intelligenza con una curiosità e una fantasia assolutamente fuori dal comune. Appresi i primi rudimenti che gli consentono di leggere, prende a divorare ogni scritto che gli capiti tra le mani e inizia a assillare con incalzanti quesiti tanto la maestra quanto il parroco.

Abbiamo già “conosciuto” la maestra Teresa De Rubeis che era tra le clienti di papà Domenico e mamma Maddalena e che, lavorando in quella scuola fino alla pensione raggiunta agli inizi degli anni ’60, sarà insegnante elementare di una intera generazione di Tussiani. È proprio la maestra Teresa a dover rispondere a quelle prime domande curiose e “avide”, per non dire assai insidiose, del piccolo Benino. La scuola si trovava in un edificio, ora decadente, situato al centro del paese; la grande aula era a mala pena riscaldata da una stufa di terracotta sistemata vicino a una delle grandi finestre e, come tutti gli altri bambini, il futuro Padre Serafino arrivava ogni mattina a scuola recando con sé una sorta di quotidiano obolo in legno o in frascame che sarebbe servito, durante la giornata, a alimentare il fuoco della stufa per provvedere di un po’ di tepore l’aula scolastica. Gli scolari erano soliti poi appoggiare la loro merenda su quella stufa affinché si mantenesse calda fino al momento dell’intervallo in cui l’avrebbero consumata. Le attività degli scolari non terminavano con la tradizionale “campanella” che segnalava la fine dell’orario delle lezioni – crediamo anzi che non fosse proprio in dotazione quello strumento così “moderno” – ma proseguiva con la pulizia delle aule. A questa particolare attività erano addetti soprattutto i ragazzi “meno bravi “, ovvero quelli più anziani che cercavano di farsi perdonare gli anni di bocciatura con lavori manuali; le bocciature, in quegli anni, non erano rare né rappresentavano un tabù per cui accadeva che, per raggiungere con profitto la terza classe delle elementari, si arrivasse a compiere anche dodici o tredici anni.

Dopo quei primi tre anni di scuola, in cui fu premurosamente seguito dalla maestra Teresa, Benino proseguì il suo primo percorso scolastico nella scuola primaria di San Pio delle Camere dove arrivava ogni giorno avendo disceso il pendio della collina di Tussio per poi risalire un tratto del versante opposto. Sono circa due chilometri quelli che Berardino percorre ogni mattino (come quelli della rondine che abbiamo immaginato all’inizio di queste pagine) e ha modo di osservare intorno a sé i suoi amici pastori e contadini che nel pomeriggio incontrerà nel negozio dei genitori e che, all’ora in cui lui si incamminava verso San Pio, sono già da tempo a guidare le piccole greggi sui pascoli intorno al borgo o a dissodare la poco fertile terra per ricavarne da vivere. Quando il bambino scende sulla strada polverosa, sono molte le braccia che si alzano a salutarlo; è l’unico gesto che Benino riesce a cogliere perché le voci sono spazzate via dalla brezza gelida del mattino e i sorrisi di quei paesani sono troppo lontani per essere colti distintamente dai suoi occhi pur così attenti e curiosi.

Quando già frequentava la scuola a San Pio, per Berardino arriva il giorno certamente assai emozionante della Prima Comunione; di quel giorno, certamente indelebile nella memoria del “nostro” frate, resta una foto molto bella che lo ritrae insieme a tutta la famiglia. Siamo presumibilmente nella primavera del 1932, Benino doveva quindi avere circa nove anni e mezzo: è vestito a festa e con l’aria anche qui piuttosto inquieta per il miracolo tecnologico della fotografia che si compie per la seconda volta davanti ai suoi occhi; con il braccio cerca sicurezza cercando la mano della mamma la quale ha un’espressione serena e, a un tempo, solenne. Il volto di papà Domenico mostra soddisfazione e compiacimento, quasi sembra che fatichi a celare sotto i curatissimi baffi un largo sorriso che reputa inopportuno per quel raro ritratto in cui sono riuniti tutti insieme. È già una bellissima fanciulla la primogenita Elda che siede sullo sgabello vicino al papà; si intravede poco della piccola Lucia, mentre Dante, che ha già sorpassato in statura il fratellino maggiore, ha un’espressione assai bonaria e un po’ sorniona che gli sarà peculiare tutta la vita. Il muro e le finestre che fanno da sfondo al gruppo famigliare sono quelle del convento delle suore dove, molto plausibilmente, quel giorno della Prima Comunione di Berardino la famiglia Colangeli ha offerto un piccolo rinfresco ai parenti e a tutti i “fratelli” tussiani.

L’ampio edificio dove prestavano le loro attività quelle suore si trova proprio all’ingresso del borgo di Tussio e ancora oggi ne sono visibili le rovine. L’edificio era appartenuto ed era stato abitato dal Commendator Gaetano Cicerone, benemerito e illuminato cittadino del borgo, il quale volle ingraziarsi il ricordo dei paesani mettendo a disposizione della comunità tussiana una parte del prestigioso immobile. Quella parte dell’edificio fu dunque assegnato a una piccola comunità di tre suore che vissero a lungo in un “convento” costituito da una unica stanza che riservarono per loro. Si trattò di un ottimo “investimento” in quanto quelle religiose utilizzarono il palazzo nobile per numerose iniziative culturali e intrapresero diverse attività assai stimolanti e utili per il “sofferente” borgo. In particolare fu avviato un asilo che funzionò con metodi innovativi o addirittura rivoluzionari per l’epoca. Come testimoniato da un’opera dello stesso Cicerone (“Tussio nei 99 castelli che fondarono L’Aquila”), per l’educazione dei piccoli abitanti del borgo si applicava infatti il cosiddetto metodo Montessori che prende il nome dalla geniale educatrice marchigiana nata vicino ad Ancona nella seconda metà dell’ottocento. Tale metodo, ancora oggi poco conosciuto in Italia ma diffusissimo in molti paesi anglosassoni, si basa sulla libera scelta, da parte del bambino, del proprio percorso educativo. Anche Elda e Lucia, sorelle di Padre Serafino, si trovarono a crescere e istruirsi in quelle grandi stanze di Palazzo Cicerone. Elda e Lucia, insieme a altri bambini, frequentarono l’asilo e, più tardi, insieme a molte altre giovani fanciulle provenienti anche dai borghi vicini, alternarono alle intense preghiere nella piccola cappella ricavata nell’edificio, a lavori di ricamo all’uncinetto, cucito e tutte le attività tipiche che, all’epoca, erano esclusive per le mani femminili. Tra le tante iniziative di accoglienza e supporto di quelle suore e di altre associazioni cattoliche, vi era anche la disponibilità a aprire generosamente le porte della scuola e degli spazi circostanti ogni qualvolta questo potesse essere necessario per i compaesani; e quindi, molto verosimilmente quel particolare giorno furono aperti i cancelli per la festa della Prima Comunione di Berardino. Certamente né quelle suore, né tanto meno il futuro frate potevano sapere che dentro quelle stesse mura, circa 35 anni dopo, si sarebbe aperta una sezione della Piccola Opera Charitas a cui Padre Serafino dedicherà gran parte della propria esistenza.

Dopo l’intensa emozione per la sua prima comunione, ci fu un’altra decisiva esperienza destinata a segnare in maniera prepotente l’infanzia e tutta la futura esistenza del piccolo Benino e questo avvenne durante la celebrazione della seguente novena di Natale.

Riferendosi alla predicazione dei frati, soprattutto francescani e domenicani, che era in uso sin dall’epoca medievale e che è stata praticata fino agli anni ’70, si è sovente parlato di mass medium del Medioevo; anche il francescano Bernardino da Siena, assai venerato nella zona dell’aquilano al punto che a lui è dedicata una delle più importanti basiliche della città, può certamente essere annoverato fra questi predicatori. Questi frati erano soliti girare soprattutto per le campagne e per i borghi minori a dar supporto e ispirazione ai parroci locali. Avendo gli stessi parroci, come i loro parrocchiani, da faticar parecchio per sbarcare il lunario, non potevano sovente approfondire letture e studi di retorica al fine di migliorare il proprio eloquio e raffinare gli argomenti per rendere più affascinanti le omelie che pronunciavano dai pulpiti delle piccole chiese in mezzo ai campi o in borghi popolati da uno sparuto numero di famiglie. E questa era certamente la situazione del pur bravo Don Peppe. I predicatori erranti erano soliti compiere queste missioni pastorali soprattutto nei giorni che precedevano le ricorrenze più solenni, il Natale e la Pentecoste in particolare. Era inoltre consolidata tradizione che si celebrassero le cosiddette Novene (nove giorni di preghiera) nel periodo che precedeva la sacra festività. Nel presenziare quei riti, i predicatori facevano seguire al Rosario dei dotti e accorati sermoni prendendo spunto da brani delle Scritture o dalle loro esperienze pastorali precedenti. E i parrocchiani assistevano incantati a quelle raffinate esegesi delle Sacre Scritture, non solo perché spiegavano con passione e sapienza la parola di Dio e le gesta del Salvatore, ma anche – e forse soprattutto – perché le prediche comprendevano particolareggiate narrazioni di mondi lontani che a quei parrocchiani sarebbero rimasti per sempre sconosciuti. Molti di quei frati, infatti, avevano un lungo passato da missionari, erano reduci da terre lontane ove avevano conosciuto civiltà tanto diverse dal piccolo orizzonte agricolo dei piccoli borghi ove si trovavano a predicare. E gli occhi delle pie donne, dei miti contadini, ma anche dei curiosi bambini, si illuminavano di meraviglia nell’apprendere di luoghi tanto remoti, di abitazioni costruite con le canne, di altari consacrati sotto nessun altro tetto se non la maestosa ombra di albero immenso, di eucaristie celebrate con piccoli frutti invece di ostie; di piccoli esseri affamati e senza scarpe, capaci di sorridere e gridare di gioia per un piccolo pezzo di pane, di lacrime asciugate nell’annuncio di una nuova speranza e della gioia indescrivibile e appagante che quei frati portavano indietro con sé tornando da quelle missioni ardite in terre ancora selvagge (se è lecito confondere il “selvaggio” con la povertà, ma il discorso si complicherebbe assai e lo lasciamo cadere).

Accadde dunque che, poco prima del Natale del 1933, uno di quei bravi predicatori prese alloggio nella canonica di Don Peppe; non sappiamo il suo nome, né il suo aspetto e tanto meno da quale convento arrivasse, ma possiamo bene immaginare che fosse figura assai carismatica che ostentava orgoglioso il povero saio francescano pur indossandolo con grande dignità. Possiamo figurarci che avesse una lunga barba ormai bianca da cui sbucava un perenne e bonario sorriso con uno sguardo attento a osservare ogni viso che gli si parasse davanti; si aiutava a mettere a fuoco il volto e la storia di ognuno di quei cristiani con l’ausilio di un paio di occhiali spessi, necessari a chi ha sforzato per molti anni la vista indugiando giorni interi nella lettura delle Sacre Scritture e delle mistiche riflessioni dei Padri della Chiesa. Come detto, non sappiamo come si chiamasse quel frate, ma avendo egli un ruolo tanto importante nella storia che raccontiamo, gli daremo un nome di fantasia: Padre Domenico, in assonanza col bravo papà di Benino e con il Santo a cui tanta parte della popolazione aquilana è ancora oggi assai devota.

Come tradizione e per una curiosa (forse emblematica) coincidenza, la novena natalizia inizia il 16 dicembre, proprio il giorno in cui Berardino aveva ricevuto in dono qualche dolce e aveva visto svolgersi per lui una piccola festa per celebrare i suoi anni che, da quella data, cominciavano a esser scritti con due cifre. Dopo la piccola festa, il piccolo Colangeli aveva stretto la mano di Maddalena nel breve tragitto necessario per recarsi alla chiesa di Tussio, per poi prendere posto tra i primissimi banchi. Il nuovo predicatore suscita subito una forte impressione nei confronti di tanti parrocchiani; Padre Domenico ha un sorriso accattivante, una prosa assai studiata e raffinati strumenti retorici appresi dalla secolare tradizione dei suoi confratelli che, per quasi un millennio, hanno camminato per le strade del mondo predicando la Buona Novella. Come deve fare un bravo oratore, mentre parla dal pulpito egli gira lo sguardo trovando modo di osservare almeno per un “lungo istante” ciascuno dei fedeli che, di giorno in giorno, si fanno sempre più numerosi; il frate racconta di mondi lontani, di terre immense, di piccole cappelle consacrate sparse lungo boschi e savane raggiungibili solo da piccole imbarcazioni, di paesaggi incontaminati dalla mano dell’uomo e abitati più da animali che da cristiani.

L’intensa impressione che quel predicatore suscita sul piccolo Berardino è destinata e rimanere indelebile; lo racconterà lui stesso anche a voce, in molte occasioni. Il nipote Angelo ha conservato nitido quel particolare ricordo e lo ha condiviso con me. Padre Serafino ricordava come fosse rimasto addirittura turbato e facesse fatica a descrivere, con il lessico ancora essenziale della sua quinta elementare, l’emozione intensa che provava e che non sapeva dominare. Col tempo imparerà a riconoscere quel segno come la chiamata di Dio che segnerà prepotentemente il percorso di sua vita, ma in quei giorni da bambino sa solo confidarsi con la mamma a cui confessa, per prima e quasi vergognandosi, che sentiva forte il desiderio di “farsi frate”. Da fervente cattolica, Maddalena, gli sorride, lo abbraccia, lo rassicura; possiamo ragionevolmente ipotizzare, non potendo naturalmente esserne certi, che ella reciti preghiere dai banchi della chiesa di Tussio affinché il Signore esaudisca quel desiderio imperioso che vedeva inequivocabilmente accendersi nella piccola e già sensibilissima anima del figlio. Per onestà va precisato che, nel già citato volume da lui curato, Francesco De Lucia parla di «due padre passionisti» che furono ospiti a Tussio nell’imminenza di quel Natale, ma noi ci siamo attenuti alla versione leggermente diversa che ci è stata raccontata dai nipoti di Padre Serafino. Anche qui, come per il cognome di suor Clelia, nulla cambia per quanto riguarda le parti essenziali delle vicende.

Il primo a poter rendere diretta testimonianza delle attitudini inconsuete di Berardino è certamente suo fratello Dante che ha poco più di due anni meno di lui. Dante lo ricorderà tutta la vita e lo racconterà più volte (anche a chi scrive qui): lui gioca con Berardino come tutti i bambini: si nascondono tra i vicoli e si rincorrono sui selci del borgo, danno calci a qualcosa che somiglia molto vagamente a un pallone; disegnano la “campana” nello spiazzo davanti a casa e ci saltano sopra seguendo le semplici geometrie del disegno. Ma succede sempre più spesso che Benino smetta di entusiasmarsi per quei salti e inizi a proporre regole ludiche del tutto peculiari e inaspettate: «facciamo che tu eri un povero e io ero un frate missionario che veniva per aiutarti». Sebbene sorpreso, se non turbato, dall’inconsueta sceneggiatura che quel fratellino gli propone, Dante lo asseconda, si sdraia lungo le pietre dei vicoli fingendo di essere affamato e osserva con gli occhi semichiusi Berardino che si avvicina mimando di indossare un largo saio, si inginocchia al suo fianco e fa il gesto di dissetarlo con un misterioso bicchiere che finge di avere in mano.

Arrivò poi un giorno, intorno al 1933, in cui venne ospite a Tussio un altro frate francescano, Padre Serafino Carosi. Costui era il fratello del marito di Carolina che, a sua volta, era sorella di Maddalena. In un piccolo borgo di anime quasi tutte assai devote, possiamo ben indovinare come in molte famiglie si siano contese il gradito ospite a pranzo o, almeno, solo per un “complimento”. E tra le tante case che Padre Carosi visita quel giorno c’era certamente quella della cognata Maddalena che lo accoglie festosa avendo in braccio la piccola Lucia che è arrivata da soli tre anni. La lunga barba del cappuccino, il suo fare bonario, il palese affetto con cui viene accolto da tutta la famiglia, non mancano di destare una viva impressione al piccolo Berardino che, inizialmente diffidente, rivede in lui il Padre Domenico di cui abbiamo parlato. Prende allora a avvicinarsi a quella lunga barba brizzolata con sempre maggiore curiosità e fiducia e, alla fine, trova modo di rivolgergli una domanda che deve aver covato per un po’ di minuti:

– «Tu sei un missionario?»

La domanda viene rivolta fissando il saio di quello zio che tanto gli ricordava il frate predicatore dalle cui omelie il bambino era stato tanto ammaliato. Il sacerdote si affretta allora a spiegare che non era propriamente un missionario, ma che aveva tanti confratelli impegnati in quell’opera anche in terre assai lontane, mentre lui svolgeva la sua missione nel convento di Sulmona.

– «E allora tu non aiuti i bambini poveri in quelle terre dove le chiese sono fatte di canne?»

Le domande che si fanno a quell’età risultano spesso imbarazzanti per gli adulti: sono quesiti diretti, limpidi, finanche impietosi. Il frate cappuccino gli accarezza ancora la testa cercando le parole e, sia pure con qualche difficoltà, alla fine le trova:

– «Sono molte le persone che hanno bisogno di aiuto, non solo i poveri ma anche quelli che non sembrano avere difficoltà a vivere; anche loro hanno bisogno di essere aiutati come tutti quelli che vivono lontano da Dio, che non hanno il dono preziosissimo della Fede e per le quali la vita scorre senza un senso profondo.»

Padre Serafino Carosi non aveva certo il carisma, l’eloquio e la ponderosa dottrina del missionario predicatore di cui Berardino aveva memorizzato molti stralci delle omelie, e tuttavia alla fine riesce a mettere insieme un po’ di parole per spiegare cosa fanno i frati nei loro conventi, la missione che portano avanti in silenzio, la grande ricompensa che quotidianamente percepiscono di ricevere da Dio. Berardino ascolta attento e silenzioso, e termina quel breve dialogo con una frase perentoria a cui nessuno dei presenti si sente di replicare:

– «Io quando sarò grande farò il missionario per aiutare i bambini poveri!».

Quando Berardino pronuncia quelle parole, Maddalena, perennemente operosa, sta preparando il caffè e le pastarelle per il gradito ospite e il proposito palesemente espresso dal bambino non la sorprende di certo. E tuttavia a quella frase si ferma, si asciuga le mani sul grembiule che ha indosso prima di fare il segno della croce e recitare, in silenzio, un semplice Amen. Sono tutti colpiti dalla chiarezza e dalla determinazione con cui il bambino ha pronunciato il suo desiderio; allora aspettano che esca fuori a giocare prima di parlarne e confessarsi reciprocamente il loro stupore. Maddalena da donna molto devota, rinnova ancora una silenziosa preghiera per quel desiderio che le sembra un inaspettato quanto immeritato dono del Signore. Prima di lasciare la casa, Padre Serafino Carosi prospetta ai genitori una possibilità: a Sulmona c’è uno studentato dei frati Cappuccini, visto che il ragazzo è assai bravo a scuola, potrebbe frequentare la scuola media in quel collegio e, contemporaneamente, seguire il suo percorso religioso, «sempre che questa sia la volontà di Dio!», aggiunge prudentemente, prima di palesare una prima difficoltà:

– «Costerà un po’ di soldi, gli studentati non sono gratuiti!».

Maddalena rimane in silenzio, ma Domenico dice subito che i soldi non sono un problema, lui li avrebbe certamente speso volentieri per quel quatranittu che mai aveva dovuto rimproverare! Le stesse parole le avrebbe pronunciate quasi ogni papà, ma quello che intenerisce fino alla commozione è che Domenico le dice come se avesse chissà quali risorse da investire; lui, contadino di Tussio, proprietario di un cavallo, una piccolissima attività commerciale, poche pecore e una baracca che funge da stalla e da rimessa per il foraggio. Quando Berardino viene informato di quella opportunità ne rimane entusiasta; allora si trova qualcuno che scrive una lettera circostanziata a Padre Carosi a Sulmona, pregandolo di trovare la soluzione che lui stesso aveva proposto, perché il futuro fraticello è ben felice di seguire quella strada. Finché un giorno arriva la risposta tanto attesa. Siamo agli inizi dell’estate del 1934; il primo figlio maschio di Domenico Colangeli ha appena finito la scuola elementare e si appresta a partire da Tussio per seguire il richiamo della sua precoce vocazione; l’amico di famiglia gli ha trovato un posto nello studentato di Sulmona prendendosi cura anche di “tirare sul prezzo” con il Padre guardiano, perché papà Domenico non può permettersi di pagare rette troppo salate.

In uno dei primi giorni dell’autunno successivo, Berardino sale sul carro trainato da Stellina. Sul barroccio salgono anche Domenico e il piccolo Dante che, ancora inconsapevole di quanto soffrirà per la mancanza del suo fratellino e compagno di giochi, quel giorno è eccitato per essersi guadagnato il permesso di partecipare a quel viaggio; andranno col baroccio fino alla stazione di San Demetrio e da lì, il futuro Padre Serafino salirà sul treno per Sulmona; in quella stazione troverà qualcuno vestito con un saio che lo condurrà verso il convento e, in senso più largo verso la sua vocazione. Nel primo tratto di strada sale anche Maddalena; negli ultimi giorni, all’entusiasmo per vedere quella sua creatura chiamata da Dio, si è sostituita l’amara consapevolezza che quel figlio tanto amato, integerrimo nei comportamenti e nei sentimenti, non lo rivedrà che poche volte e che è quasi come se il Signore se lo riprendesse dopo averglielo donato per pochi anni. La sua devozione incrollabile le impone un ulteriore dolore: non può neanche confessare a sé stessa quanto quella percezione di perdita sia per lei lacerante; deve essere fiera se quel bambino viene chiamato a una vita di fede, quasi che i suoi sentimenti di madre fossero adesso un peccato o, comunque, una sorta di tentazione da scacciare. Arrivati al bivio sulla lunga e dritta strada provinciale, il carretto svolta a sinistra, come era consueto per andare a caricare nel capoluogo aquilano, ma stavolta la prima meta è più vicina. Maddalena scende dal carretto per tornare a casa a piedi, quell’ultimo saluto è struggente; Padre Serafino lo ricorderà più volte nei suoi scritti: seguire la chiamata della sua vocazione era anche lasciare per sempre quegli affetti familiari tanto cari. Maddalena fa finta di avviarsi, ma subito si cela dietro un cespuglio a osservare che il baroccio, tirato dal mansueto animale, scompaia all’orizzonte; l’immagine diventa sempre più sfocata non solo perché il carretto si allontana, ma anche perché la sua vista si vela irrefrenabilmente di lacrime.

E così, quel tiepido mattino del primo autunno, Berardino inizia il suo cammino che lo porterà a diventare quel frate tanto amato da molti, da quasi tutti. Da quel minuscolo borgo popolato di umili contadini si porta dietro un piccolo patrimonio materiale di effetti personali racchiuso in una piccola consunta valigia già usata da altri per i viaggi verso terre lontane in cerca di lavoro, ma porta con sé anche un grande seppur impalpabile patrimonio di sentimenti e di spiritualità che, come una preziosa e inesauribile eredità, non mancherà di essere spesa durante la sua lunga missione umana e spirituale. Da quelle figure umili e infaticabili in mezzo alle quali ha vissuto, Padre Serafino eredita la mitezza, l’umiltà, lo spirito di solidarietà che nessun parroco ha mai dovuto insegnargli dal pulpito della piccola chiesa, perché dotazione ancestrale e inestirpabile della gente che vive della terra e che da quella terra è solita ricavare sia il pane sia le profonde ragioni dell’esistenza. Molti anni più tardi di quel mattino d’autunno in cui lascia Tussio, quel grande frate scriverà: «Fin dalla giovinezza lo Spirito mi ha condotto tra i poveri, facendomi capire che era quella la mia strada», e in quelle parole è certamente riassunta la “firma” che la vita nel piccolo borgo ha indelebilmente impresso nella sua illuminata opera. E ancora in quelle poche righe che possono essere considerate il suo testamento spirituale, ormai assai anziano e sofferente al punto da non poter più scrivere ma solo dettare alla sua segretaria, Padre Serafino Colangeli farà scrivere (lo riportiamo per la seconda volta perché lo riteniamo davvero essenziale): «In questa mia propensione riconosco l’influsso della mia cara mamma, Maddalena Cicerone Colangeli che era sempre disponibile ai poveri e mi ha suggerito di vedere sempre in essi la persona di Nostro Signore Gesù Cristo».

A Tussio tutti ricorderanno per sempre quel bambino vivace e buonissimo che quel giorno salutarono di buonora e che, per l’ultima volta, videro in “abiti civili”; quando tornerà per la prima volta nella casa natìa, Berardino ostenterà già con orgoglio e gratitudine a Dio il saio di San Francesco. Negli anni successivi, i suoi paesani lo vedranno poco, ma ne conserveranno memoria e si sentiranno orgogliosi che quella loro terra abbia fruttato ancora una vocazione destinata a dar sollievo a anime lontane, sconosciute e bisognose. Fintanto che il Signore darà loro il dono della vita terrena, i tussiani ne domanderanno spesso notizie a Domenico e Maddalena e avranno in mente la figura del piccolo frate a ogni messa, ogni rosario, ogni tramonto che li vede recitare una preghiera di gratitudine per il giorno vissuto.

Si ricorderà di lui la maestra Teresa, oltremodo orgogliosa di aver iniziato alla scrittura e all’istruzione un alunno che così bene saprà fare negli studi superiori. Pregherà per lui Nunzia che tanto si era affezionata a quel bambino solerte e intraprendente che in ogni modo cercava di aiutare il papà Domenico dietro al bancone del negozio. Vorrà notizie di lui anche la piccola e dolce Marietta a cui Berardino, premuroso, portava i pacchi della spesa fino alla sua casa guadagnandosi, in cambio, un sorriso riconoscente. E con il consueto tremolio della voce accentuato dall’emozione per quel ricordo delicato che conservava, chiederà di lui Serafina che lo benediceva dalla sua finestra di fronte, ogni volta che Benino sbucava dal patio della sua casa e la salutava con cordialità e sincera gioia. E lo benediranno anche Maria e Luigi, perennemente memori della generosità di quell’intera famiglia che fu ben “esportata” da quel futuro frate nato tra le montagne dell’aquilano. Avranno pensieri per lui anche i suoi compagni di scuola, molti dei quali dovettero certamente intuire che quel talentuoso bambino avrebbe fatto parlare di sé anche lontano da Tussio.

E immaginando, come in un film montato in maniera bizzarra, di essere anche noi su quella piana, quel mattino del 1934, a guardare il trotto lento di Stellina che trascina il carro verso San Demetrio, ci piace alzare la nostra mano a salutare idealmente quel bambino che lascia la sua terra, certamente con struggente commozione, per andare a indossare un saio con cui farà grandi cose. Che Dio ti assista, caro Benino, fai buon viaggio, fino a Sulmona, ma anche per il resto della tua vita terrena!

*** 

Per chiudere questa breve dilettantesca biografia di quella ispirata infanzia, mi viene ancora da pensare a quell’ultimo colloquio che ho descritto all’inizio di questo brano.

Durante quei pochi minuti di colloquio, in alcuni frangenti non ero riuscito a farmi capire con il movimento delle labbra e allora Padre Serafino mi aveva porto una pagina bianca della sua agenda affinché scrivessi quanto volevo dirgli. Quando mi alzai per salutarlo, chinai vistosamente il capo e gli dissi ancora «Grazie, grazie!» cercando di far leggere bene il labiale. E lui avvicinò l’una all’altra le sue mani e raggruppò le dita, con un gesto che deve essergli anche costato qualche fitta di dolore, e bisbigliò quasi polemico: «Ma grazie di cosa?»

Già, caro Padre Serafino, «Grazie di cosa?». Bella domanda. Davvero ci vorrebbe un bel volume di carta per spiegare di cosa devi essere ringraziato, non solo tu, ma anche quel Destino che ti ha messo sulla strada nostra e, soprattutto, sul cammino di tanti “meno fortunati”, come li chiamavi tu.

Intanto, io che sono “laico” e non certo portatore di quella Fede luminosa che guidava le tue azioni terrene, vorrei ringraziarti per avermi fatto scrivere un semplice pensiero sulla tua agenda; sarebbe stato più ovvio, e finanche più opportuno, usare un foglio di carta qualunque per poi gettarlo via dopo aver letto la banale frase che ci avevo scarabocchiato sopra. Invece, quel piccolo pensiero era rimasto sulla tua agenda e sono sicuro che la sera di quel giorno di agosto, prima di chiudere gli occhi esausto per l’ennesima quotidiana fatica, hai di nuovo scrutinato le pagine della tua agenda che avevi riempito quel giorno, e hai “ripassato” tutti gli incontri, rinnovando ancora un pensiero o una preghiera per ciascuno di noi.

E se dovessi dire, da laico, che cosa è la Santità, io direi che è quella cosa lì: l’attenzione minuziosa verso ogni essere, le cui vicende permangono sull’agenda personale, senza finire accartocciati nel cestino dei rifiuti.

Mentre scriviamo le ultime righe di questa minimale biografia, si apprende dalla stampa che è iniziata, per Padre Serafino Colangeli, la causa di beatificazione. Non avremmo nulla da testimoniare in questa procedura che si basa rigorosamente sulla dottrina cattolica ma, dopo averne scritto, sentiamo di doverci augurare che tale processo abbia a riconoscere quelle doti straordinarie che, pur laicamente, abbiamo cercato qui di raccontare.

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