Verso la Svizzera. Il viaggio di nozze di Esterina e Silvio. Il racconto di Marco Verdecchia
da “RICORDI CORSARI – volume secondo” di Marco Verdecchia in vendita su “Amazon“
Il primo volume di questi Ricordi corsari si è chiuso accennando a Silvio, un giovane ragazzo che, un giorno degli inizi degli anni ’60, era salito su un treno insieme a una ragazza. I due si erano appena sposati, ma quello che iniziava nella stazione ferroviaria di una piccola città di provincia, proprio la sera del loro matrimonio, non era un comune viaggio di nozze.
Non c’era posto negli scompartimenti del treno e la valigia su cui i due neo-sposi erano seduti era una di quelle, divenute proverbiali, sagomate a partire da scatole di cartone e rafforzate con un multiplo incrocio di spago; il corredo nuziale contenuto dentro quel cartone era certamente il più essenziale che si possa immaginare. Il viaggio che i due sposi avevano davanti era lungo un giorno intero o forse più, neanche loro avrebbero saputo dirlo con precisione. Incommensurabile appariva, invece, il tempo che sarebbe trascorso prima che a Silvio e alla sua giovane sposa fosse consentito di rivedere quei paesaggi così cari e familiari da cui non si sarebbero di certo allontanati per loro scelta. Dopo pochi chilometri, i rumorosi vagoni si trovarono a percorrere il viadotto ferroviario sul torrente Salinello e, subito dopo, si offriva alla vista dei passeggeri proprio i campi che Silvio, i suoi fratelli, i suoi cugini, i suoi genitori, i suoi zii e prima ancora i nonni e almeno altre due generazioni di avi, avevano calcato in lungo e in largo mille volte seminando, spargendo acqua e concime, trebbiando l’oro della terra che avrebbe dato pane, raccogliendo foraggi e granaglie, curando e portando a maturazione frutta e ortaggi, tirando il giogo dei buoi che sbuffavano per il pesante carico. In quella casa grande e povera dove d’inverno, come nel quadro di un presepe, saliva verso la cucina al primo piano il generoso tepore delle mansuete bestie ricoverate nell’ampia stalla, Silvio era nato e aveva visto le prime luci della vita. Tra i ricordi più lontani, quelli che più lo avevano iniziato alla terrena sofferenza e, soprattutto all’uso dei sensi, c’erano i rumori della guerra che, un paio di decenni prima, erano echeggiati anche lungo la stretta valle del torrente. Quando i suoi anni non erano ancora dieci, i lampi delle bombe lanciate dagli aerei alleati, durante l’angoscioso inverno tra il 1943 e il 1944, avevano illuminato a giorno il rifugio dell’intera famiglia rappresentato da un terrapieno naturale scavato da una stretta ansa del corso d’acqua; a quei lampi, gli atterriti contadini avevano celato il viso tra l’erba alta cresciuta sui piccoli dossi della piana alluvionale e avevano sentito sulla nuca e lungo la schiena le inusuali folate di un vento bizzarro che soffiava con alitate roventi sferzando ogni cosa e persino la doppia striscia di maestosi pioppi che segnavano le sinuose geometrie del corso d’acqua.
Ma tra le istantanee più ricorrenti scattate dagli occhi del bambino e conservate per sempre nella stanza delle memorie indelebili, ce n’erano anche alcune in cui si vedeva un treno che sferragliava sopra il piccolo viadotto che, dalla loro casa, nascondeva per un tratto la vista della foce del fiume; da dietro la canne legate che facevano da fatiscente recinto dell’aia, Silvio, le sorelline e gli altri cuginetti avevano guardato con curiosità e divertimento il misterioso serpentone scuro che, quando spirava lo scirocco o il levante, arrivava con la sua voce metallica e ritmata fino a metà collina. In quei momenti, i bambini avevano rievocato le mezze frasi sentite dagli adulti secondo le quali, sedendo negli interstizi del metallico serpente e lasciandosi portare lungo la vertiginosa distanza disegnata dai binari, si arrivava a luoghi sconosciuti e impensabili dove ogni metro di terra era nascosto, si camminava su un unico pavimento e si vedevano case le cui altezze sfidavano ambiziosamente il cielo.
Poche ore dopo aver giurato perenne fedeltà alla sua sposa, dal finestrino di quel treno che lo portava verso l’inconsueto viaggio di nozze, Silvio si trovò a guardare da un’altra prospettiva e con struggente nostalgia la casa dove aveva trascorso tutta la sua vita fino a poche settimane prima, ma l’immagine fu a fuoco solo per un attimo perché gli occhi gli si velarono ben presto e, del resto, le lacrime gli avrebbero fatto compagnia per quasi tutto il viaggio.
Lo studio scolastico della storia ci ha abituato a pensare all’emigrazione come una sorta di gioco statistico; restano scolpite nella mente certe carte geografiche stampate su un libro dove sono tracciate delle grosse frecce che, astrattamente, designano flussi di disperati che, soprattutto dalle povere regioni del nostro centro-sud, raggiungevano i paesi del nord-Europa o le ancor più misteriose terre al di là della immensa macchia azzurra che, su simili carte appese nelle nostre aule scolastiche, era indicato con il suggestivo termine di Oceano Atlantico. Ma per comprendere il ponderoso compendio di drammi che le migrazioni comportavano, non è sufficiente guardare delle mappe o scrutinare numeri e tabelle; per intendere cosa fu quel tormento durato generazioni, occorre mettersi nel cuore di uno solo di quei migranti e non fondere plasticamente il fenomeno storico in un’unica amalgama iconicamente rappresentati da vagoni ferroviari pieni ove le valigie di cartone si passavano attraverso i finestrini. Non è sufficiente pensare alle moltitudini di uomini sfiniti che si allungano nella notte lungo i corridoi di quei vagoni, ma occorre immaginarsi dentro i panni di uno di essi, di uno solo. È utile sedersi idealmente sopra uno di quei vagoni insieme a Silvio e alla sua giovane sposa e guardare quel particolare viso di un giovane uomo che piange; poi è necessario posare l’attenzione su quel particolare malinconico sorriso della giovane consorte che prova a consolarlo. Silvio ha appena guardato la casa dove ha vissuto tutto il resto della sua vita fino a poche settimane prima; i campi che diedero granturco, orzo, foraggio e frumento sono adesso coperti di erba già alta e quasi selvaggia; la casa è abbandonata, i poveri infissi divelti dal vento, la porta massiccia della stalla, dove furono alloggiati gli ultimi capi di bestiame prima di essere venduti, è spalancata. I genitori di Silvio e i suoi fratelli sono adesso “ammucchiati” nei due vani di una cascina presa in affitto; il matrimonio del giovane contadino è stato “affrettato” anche perché in quella casa temporanea non c’è posto per un nuovo letto matrimoniale. Prima di avviarsi verso la stazione, Silvio ha abbracciato suo padre e gli ha promesso che presto costruiranno una casa tutta loro; ci sarà un appartamento per ognuno dei fratelli. La promessa pronunciata con il nodo alla gola verrà un giorno onorata, ma passeranno molti anni.
Poco più a nord, il treno sferraglierà vicino a un’altra casa colonica da dove, questa stessa mattina, una sposa è uscita vestita di bianco, con un elegantissimo copricapo di tulle e un larghissimo sorriso di quelli che le sono assai caratteristici e che esaltano ancora di più i suoi grandi occhi scuri e lo sguardo sereno e solare. Si chiama Esterina la sposa di Silvio ma, nella fonetica di quei contadini, quella prima vocale si pronuncia a fatica e allora la si elimina: Sterina è più semplice da dire. Sterina si commuove anche lei quando riconosce il polveroso viottolo che, solo poche ore prima, ha percorso a piedi per arrivare nella minuscola cappella in mezzo alle campagne dove si sarebbe svolta la cerimonia religiosa; le bambine hanno gridato che la sposa è bellissima e, in effetti, oltre al ricercato vestito che le è stato confezionato, c’è che la sposa è proprio una gran bella fanciulla, prosperosa e florida. Il tragitto che il corteo nuziale percorre dalla casa della sposa alla cappella era per fortuna assai breve; Sterina non è abituata a quelle scarpe coi tacchi e anzi, a dirla tutta, non è proprio abituata alle scarpe e gli era piacevole consuetudine camminare scalza sopra al tappeto di erba intorno a casa.
Non è solo la nostalgia per i luoghi che lasciano a far piangere i due sposi sul treno. Al rimpianto si è aggiunta l’angoscia e l’inquietudine perché, appena sono saliti sul treno e sono rimasti soli, Silvio ha dovuto informare Esterina del contenuto di un telegramma che si era portato nella tasca dei calzoni tutto il giorno. Oltre all’amico che lo aveva aiutato a tradurre quelle parole scritte in tedesco, lui era il solo a conoscere cosa vi fosse scritto in quelle poche righe. Nessuno doveva saperlo; la notizia avrebbe devastata l’atmosfera della festa
La data di quel matrimonio era stata stabilita in forza di un impegno preciso: due giorni dopo i due sposi avrebbero dovuto iniziare a lavorare come addetti alle pulizie in un albergo di Berna; era dunque previsto che, dopo il viaggio in treno e la immediata sistemazione nelle stanze dell’albergo che erano a disposizione del personale, i due avrebbero immediatamente iniziato a lavorare. Silvio era stato in Svizzera per un breve periodo poche settimane prima e aveva concordato con i proprietari dell’hotel quelle precise modalità. Si era tuttavia presentato un contrattempo – chissà quanto raro nella organizzatissima Svizzera, in questo i neo-sposi proprio non mostravano particolare feeling con la fortuna –, i lavori di ristrutturazione dell’hotel non si erano conclusi alla data prevista, occorreva altro tempo, non precisato, e quindi l’assunzione era posticipata. Questo vi era scritto nel telegramma che “scottava” nelle tasche di Silvio. La neo-sposa ne fu informata solo sul treno, quando erano già partiti, e per lunghi momenti condivise con suo marito il senso di angoscia, l’incertezza, la sensazione di inquietudine: dove sarebbero andati adesso una volta arrivati in quella città inospitale e insidiosa? Come avrebbero vissuto, cosa avrebbero mangiato? Ma dietro la bellezza limpida e radiosa di Sterina, respirava anche un senso indomito di resistenza, di caparbietà e una capacità del tutto inusuale di resistere alle avversità e allo sconforto. Fu lei a stringere a lungo le mani del suo sposo, a dargli conforto, a rassicurarlo che erano in due, che ce l’avrebbero fatta insieme, che lei non l’avrebbe di certo abbandonato; bisognava avere fiducia.
Fu quello il primo frangente di una lunga serie di difficoltà a cui i due sposi fecero fronte per tutta la vita e a noi piace pensarlo con un ulteriore momento sacro: se davanti all’altare si erano promessi, in astratto, fedeltà e sostegno reciproco, nel corridoio di quel treno Silvio e Sterina rinnovarono quel giuramento, stavolta di fronte alla prima grande difficoltà che la vita coniugale prevedeva per loro; se davanti al sacerdote si erano scambiati gli anelli benedetti, in quell’abbraccio affrettato e discreto dentro un vagone affollato, la promessa che si erano reciprocamente fatta solo poche ore prima ebbe la prima tangibile applicazione.
Mentre le loro mani si stringevano, gli sposi cercarono di distrarsi e ripensare ai momenti più felici di quella giornata. Riandarono con la mente al momento in cui Silvio aveva visto Esterina arrivare in chiesa con l’abito nuziale, lo sposo promesso aveva guardato uno splendore di fanciulla che si avvicinava all’altare con un largo sorriso. E poi il pranzo con i pochi invitati scelti, secondo “misurata” tradizione: una coppia per ogni famiglia, solo gli zii di primo grado erano invitati. Ricordarono, uno a uno, i pochi e poveri regali ricevuti; quasi tutti erano ancora incartati nelle case dei loro genitori: un servizio di piatti e di bicchieri, alcune pentole e altri semplici oggetti adatti a riempire una casa che ancora non c’era e che, in quel momento, era solo uno scarso metro quadro di un vagone ferroviario. Tornarono con la memoria ai buoni piatti di quel pranzo: il brodo di gallina con la stracciatella e i vriscilli (ventrigli e fegatini di pollo a pezzettini) per aprire lo stomaco, quindi i maccheroni alla chitarra con le pallottine, il timballo preparato secondo la peculiare ricetta delle loro zone. Per finire la carne alla genovese (filetto di vitello al forno servito con salsa di cipolle e carote) e gli arrosti per i quali, nei giorni precedenti, erano stati sacrificati non pochi dei polli che razzolavano liberamente per il cortile; era stata anche servita verdura ripassata in padella con il vitello e le patate al forno con il pollame. Non era mancata una sontuosa torta casereccia: pan di Spagna imbevuto di alchermes e farcita di cioccolata e crema. Nei giorni precedenti, avevano lavorato tanto gli uomini della casa per liberare e ripulire il capannone usato normalmente per il rimessaggio degli attrezzi; era stata “armata” una rustica tavolata assemblando tutte le assi di legno disponibili, quindi la “povera” falegnameria era stata coperta e resa addirittura elegante con una grande tovaglia bianca offerta in prestito dai vicini. Nelle stesse ore febbrili, le donne di casa (zie, sorelle, mamma e qualche vicina di casa) si erano sfiancate affinché il cibo fosse degno della festa. A “dirigere” la cucina era stata chiamata zia Rosina (sorella del padre di Esterina) la quale era quasi una “professionista” che molto spesso si prestava a organizzare i banchetti. E mentre la memoria ripercorreva quella intensa giornata, si erano spente anche le ultime luci del tramonto; il treno viaggiava quasi lungo la linea di battigia, il mare si intravedeva appena per la luce offerta da un piccolissimo spicchio di luna. Nel frattempo la malinconia si era un po’ affievolita, al punto che i due ragazzi si ritrovarono vicinissimo e, quasi realizzassero solo in quel momento di essere sposati e, perciò, “autorizzati” a farlo, si scambiarono un lungo bacio appassionato (secondo quanto racconteranno loro il primo vero bacio) e, di fronte a quelle effusioni rese finalmente legittime dalla benedizione del sacerdote, noi distogliamo idealmente lo sguardo per lasciare ai due ragazzi quel minimo di intimità che si sono meritati.
Il treno varcò la frontiera svizzera il mattino dopo. I due ragazzi erano sfiniti, gli occhi erano rossi di stanchezza oltre che di commozione. Il paesaggio che sfilava davanti ai finestrini logori della terza classe era già definitivamente mutato e, quando tutti i passeggeri scesero col passaporto in mano, Esterina e Silvio sentirono nella schiena una sferzata di freddo affatto diverso da quelle che erano abituati a soffrire nella loro terra. Come tutta la folla che si assiepava su uno dei marciapiedi della stazione, i due ragazzi furono separati, costretti a seguire una lunga coda rispettivamente di uomini e di donne e quindi sottoposti a una scrupolosa visita medica che doveva accertare eventuali malattie di cui erano portatori. I controlli avvenivano dentro un grande e freddo capannone dove tutti era costretti a spogliarsi, separati da qualche fatiscente paravento che garantiva il minimo della riservatezza. Furono momenti di tensione e di paura: i due ragazzi temevano di essere separati qualora uno dei due fosse risultato non idoneo ai controlli sanitari. Ma tutto andò liscio e, dopo una sosta di poche ore, risalirono sul treno che riprese a sferragliare verso la capitale svizzera.
Arrivarono Berna la sera seguente. Esausti. Esterina avrebbe voluto anzitutto dormire, ma si sarebbe persino accontentata di togliersi le scarpe e camminare sull’erba. Invece, impauriti, silenziosi e quasi attoniti, camminavano sulle fredde piattaforme della grande stazione ferroviaria; si caricarono pazientemente i cartoni dei bagagli e presero a seguire la grande fiumana di teste che muoveva all’unisono verso l’uscita. Ebbero un attimo di sollievo solo quando, contromano rispetto alla moltitudine di passeggeri, Silvio riconobbe il volto del suo amico Vincenzo che li attendeva; i due si erano conosciuti nei pochi giorni in cui Silvio era stato nella capitale elvetica, ma avevano subito trovato una grande sintonia, al punto che Vincenzo sarebbe diventato presto “Cumpa’ Mince’”. Quell’altro emigrante attendeva la coppia da molte ore; qualcuno dall’Italia era riuscito a avvisarlo e lui era corso alla stazione per dare un primo indispensabile aiuto agli sprovveduti amici che non parlavano una parola di tedesco e non avrebbero saputo dove andare. Esterina strinse la mano con cordialità e riconoscenza a quel nuovo amico che le parve, in quel frangente, una sorta di emissario dello Spirito Santo. Non indugiarono in convenevoli perché il volto sfinito dei due ragazzi consigliò di affrettarsi a trovare una sistemazione almeno per quella notte. Camminarono circa un chilometro nella direzione dell’albergo dove avrebbero dovuto prendere servizio l’indomani; durante quel tragitto, ritmato da passi stanchi e pochissime parole, a Silvio venne un’idea che gli parve assai efficace e si sentì rincuorare: avrebbe detto alla proprietaria dell’albergo di non aver ricevuto alcun telegramma, in fondo lei non poteva sapere e, in ogni caso, il messaggio era arrivato solo tre giorni prima, ancora un leggero ritardo e lui non lo avrebbe ricevuto davvero. Prima di varcare la soglia dell’hotel e dirigersi verso gli uffici, Silvio concordò con l’amico le frasi principali che questi avrebbe dovuto tradurre. Si scambiarono allora un sorriso e Vincenzo si mostrò divertito e compiaciuto per quella trovata: «Ma come ti è venuto in mente?».
Frau Putzen, direttrice dell’albergo, era una valchiria tedesca dal fisico imponente; la sua sola statura sarebbe stata sufficiente a incutere rispetto e impaccio a qualunque interlocutore, figuriamoci a quei due ragazzi che venivano dalla campagna ed erano atterriti da quel mondo complicato e inospitale attraverso cui si muovevano per la prima volta. Usando diverse perifrasi, Vincenzo si accalorò a tradurre in tedesco i particolari di quell’equivoco: i ragazzi non sapevano nulla di quei ritardi nella ristrutturazione, erano partiti convinti che sarebbero stati subito assunti a lavorare e ospitati. La direttrice svizzera, abituata alla somma precisione di quel mondo e alla perfetta organizzazione con cui ogni quotidiano gesto veniva programmato, rimase incredula e sgomenta. Com’era possibile? Era stata lei stessa a spedire il telegramma, sarebbe stata la prima volta che le poste svizzere si rendevano protagoniste di una tale inaccettabile inefficienza! Il volto della Putzen era quello di una zitella austera, arcigna e quasi mai disponibile a lasciar trasparire un accenno di sorriso dalle labbra perennemente serrate in un atteggiamento rigoroso ed essenziale. Ma quella volta, di fronte ai due ragazzi spauriti, stanchi e, nel contempo, così ansiosi e disponibili a intraprendere qualsiasi lavoro, qualche muscolo ormai destinato all’atrofia provocò in quelle labbra un leggero movimento per lei assai insolito. Dal tono della frase pronunciata nella sua misteriosa lingua, a Silvio sembrò di intuire che stesse per fare una generosa concessione e, subito dopo, l’amico si affrettò a tradurre che, in via del tutto eccezionale e solo per una notte, avrebbero potuto dormire lì. Per una volta quella cosa che i credenti chiamano col nome ineffabile e incorporeo di Provvidenza si era materializzata nel viso perennemente severo della direttrice tedesca.
Vincenzo fu rapidamente congedato e diede appuntamento ai due giovani sposi per l’indomani sera nella piazza antistante la stazione. Silvio si caricò di nuovo i bagagli sulle spalle e, insieme alla sua sposa, prese a seguire il rumore dei tacchi della signora Putzen che echeggiarono lungo gli eleganti corridoi dell’albergo. Passarono davanti a un ampio guardaroba dove la signora indicò alla giovane sposa un particolare scaffale da cui fece cenno di prelevare un paio di lenzuola e una coperta; quindi condusse i due ospiti nell’ultima camera di un ulteriore corridoio che incrociava quello che avevano percorso in precedenza. Sterina si guardava attorno sbigottita cominciando anche a dubitare se, il giorno dopo, sarebbero stati capaci di ritrovare l’uscita da quel dedalo di intricate architetture. La direttrice aprì quindi una porta indicando di entrare; nella stanza c’era un letto singolo e della mobilia coperta da teli per limitare la polvere che si alzava durante i lavori di ristrutturazione; annesso alla camera c’era un piccolo bagno con tutti i servizi. Con ostentata autorevolezza, la Putzen disse ancora alcune frasi che i due ragazzi non potevano che far finta di capire annuendo vistosamente con la testa e quando la severa direttrice aggiunse alle parole un gesto che indicava l’orologio che aveva al polso, Esterina e il suo giovane sposo compresero che potevano passare lì la notte, ma avrebbero dovuto sloggiare molto presto, appena iniziavano ad arrivare gli operai. Prima che la direttrice uscisse, Silvio si ricordò di una delle poche parole che aveva imparato durante il suo breve soggiorno precedente: «Danke!»; a quel «Grazie!» fu risposto solamente con un leggero inchino della testa.
La porta si richiuse; i due ragazzi ammantarono il piccolo materasso con le lenzuola senza dire una parola e limitando i movimenti per non far rumore, quasi avessero timore di disturbare qualcuno, seppure erano ben consapevoli che tutta la struttura era vuota. Prima di coricarsi, Silvio aprì uno degli scatoloni; ne trasse la biancheria pulita per sé e la moglie e un piccolo involucro che era stato incartato con particolare cura; era qualcosa avanzato dal pranzo del giorno prima. Erano passate poco più di due giorni dalla festa, ma a loro quel tempo dovette apparire una infinità. Sempre in silenzio finirono di scartare il foglio di carta oleata che conteneva qualche fetta di pane con in mezzo un po’ di carne alla genovese. Solo alla vista di quel pane realizzarono che avevano fame, non avendo mangiato quasi nulla durante tutto il lungo viaggio; apprezzarono dunque molto quei sapori; oltre a soddisfare la fame accumulata, quel cibo esalava profumi familiari e quindi rassicuranti. Dopo il frugale pasto quasi clandestino, Silvio e Sterina si svestirono e si coricarono abbracciandosi strettissimi nel letto a una sola piazza. La loro vera luna di miele iniziava in quel momento e sarebbe terminata definitivamente il mattino dopo, assai presto, come aveva platealmente raccomandato la severa direttrice Putzen indicando il suo orologio. Furono finalmente poche ore di riposo intervallate da abbracci lunghi, istintivi e appassionati: in quegli anni la prima notte di nozze era davvero la prima!
Silvia e Sterina si svegliarono assai di buonora e non perché fosse suonata la sveglia o perché avessero avuto incubi sognando il severo monito della direttrice dell’hotel, ma perché i contadini sono abituati così. Nonostante l’immane fatica delle giornate precedenti, si erano destati all’alba. Rimisero nelle scatole le poche cose che avevano usato e uscirono per i corridoi non ancora illuminati avviandosi verso l’uscita. Quindi percorsero a ritroso il tragitto che avevano fatto la sera precedente, l’unico che conoscevano. Si ritrovarono così nella grande piazza al di fuori della stazione; già a quell’ora sembrava un formicaio con gente che correva in tutte le direzioni; sotto le panchine centrali arrivavano i tram da cui scendevano sciami di insetti umani. Colpiva, tra le altre cose, che quasi nessuno parlava, ma tutti sembravano febbrilmente diretti verso una qualche abituale meta dove sarebbero arrivati prima se non avessero pronunciato parole. Silvio e Sterina scelsero una panchina un po’ in disparte anche perché si accorsero che i loro bagagli attiravano gli sguardi severi e spesso sprezzanti delle mute moltitudini che vagavano per il piazzale. Lì avrebbero dovuto attendere tutta la giornata, fino a quando il loro amico – e indispensabile traduttore – non sarebbe venuto per aiutarli di nuovo. Il cartello al centro della grande piazza indicava il complicato nome tedesco, Bahnhofplatz; Sterina faceva fatica solo a pronunciarlo e si chiedeva come si potesse imparare a parlare una lingua così contorta. A Silvio, quei suoni così lontani dalle sue sillabe, riportarono alla mente il giorno sommamente infausto in cui i soldati tedeschi avevano occupato la loro casa di campagna. Ricordava, in particolare, un soldato biondissimo che nell’autunno del ’43 era piombato nella loro povera casa di contadini e si era tolto l’elmetto scoprendo la capigliatura dal colore davvero insolito. Il militare aveva poi urlato parole incomprensibili ma, dal tono inequivocabilmente minaccioso, l’intera famiglia avevano compreso che dovevano rimanere in silenzio e immobili mentre i militari perquisivano la casa.
Partendo dal quel primo lontano ricordo che il suono del tedesco aveva evocato, Silvio e Sterina passarono l’intera giornata a ricordare piccoli episodi della loro prima giovinezza che pareva loro, in quel frangente, epoca remotissima. Avevano in tasca poche lire portate dall’Italia, ma non sapevano come cambiarle nella moneta locale; del resto il denaro era davvero poco e non ce n’era per fare molto “shopping”. Decisero allora di digiunare e aspettare che arrivasse compare Vincenzo.
L’odissea di quel primo impatto durerà per i due ragazzi qualche settimana. Silvio e Esterina vennero ospitati per alcuni giorni da una famiglia della comunità italiana. Nella estrema periferia della città, quasi un ghetto, vivevano infatti già alcuni parenti della sposa-emigrante. Per qualche settimana dormirono su un materasso che veniva steso a terra la sera vicino al tavolo della cucina per essere riavvolto alla meglio ogni mattina. A dispetto del suo aspetto sempre acerbo e perennemente ostile, Frau Putzen fu di nuovo generosa con loro. Probabilmente motivata dalla piccola bugia di Silvio che aveva negato di aver ricevuto il famigerato telegramma, offrì ai due ragazzi un impiego provvisorio in attesa che la ristrutturazione dell’albergo venisse completata; i due furono così incaricati delle pulizie straordinarie dei vari locali man mano che i lavori venivano ultimati. Le mansioni erano umili e impegnative, ma non così tanto da mettere in difficoltà la resistenza delle braccia che avevano per tanti anni lavorato le campagne con mezzi spesso arcaici. Quella tenacia non passò inosservata e, quando le attività dell’albergo ripresero regolarmente, i due furono immediatamente assunti: Silvio fu impiegato in cucina, mentre la sua sposa fu incaricata delle pulizie nelle sale da pranzo e nei bagni.
Se avessimo fatto le foto ai nostri protagonisti in quei giorni particolari, avremmo notato uno strano evento che modificava sensibilmente le loro figure. L’unica foto ufficiale del matrimonio mostra uno sposo assai magro, quasi in maniera patologica, mentre la sposa è ben florida e prosperosa. In quei primi mesi di vita svizzera accade che quasi le parti si invertano: Silvio in cucina porta in continuazione “qualcosa alla bocca”; è la istintiva reazione di chi ha patito a lungo la fame o quanto meno reiterate carestie. Al contrario, Sterina non sopporta quel cibo, ha la nausea delle salse pesanti con cui condiscono ogni cosa, dei salsicciotti insipidi fatti con carni non identificabili; per molti giorni, si nutre solo di pane e c’è, probabilmente, in quel rifiuto alimentare anche una inconsapevole struggente nostalgia non solo dei sapori e dei profumi con cui è cresciuta. In una ideale sequenza di foto scattate in quei giorni, vedremmo allora che la sposa dimagrisce, mentre il suo sposo inizia a mettere su parecchi chili. Preoccupato per quella dieta troppo povera, spesso Silvio “sale” al piano di sopra a portarle qualcosa che lei possa gradire.
Frau Putzen, dopo aver sperperato nei primi due giorni tutto il suo patrimonio in materia di filantropia, torna a essere una leader severa, arcigna, e impassibile alla fatica altrui; sistematicamente segue i nuovi assunti e controlla ogni loro azione; passa sui mobili appena lucidati due dita della sua mano ossuta e mostra sovente a Esterina dei residui granelli di polvere che, secondo i suoi standard, non sono tollerabili. Gli epiteti con cui Silvio e la moglie, così come tutti gli altri italiani, sono bersagliati sono irridenti e umilianti; cingali è l’insulto più frequente, probabilmente deformazione di zingari. Ma non sono solo gli indigeni a accanirsi in quel deprecabile sport dell’insulto verso il più debole; nell’albergo presta servizio anche un affiatato gruppo di emigranti friulani e, per loro, tutti gli italiani che non sono originari di Pordenone sono “napoletani” e “terroni” e, in quanto tali, portatori di pessime abitudini igieniche e civili.
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Passeranno circa quindici anni prima che Silvio e Sterina possano tornare definitivamente in Italia; tante saranno le umiliazioni che dovranno subire, parzialmente consolate da due grandi gioie: due anni dopo il loro primo viaggio da emigranti nasce Gianfranco e, ancora quattro anni più tardi, Claudia. Il primo figlio viene inizialmente affidato a una famiglia di contadini che, dietro un certo compenso, lo tiene dalla domenica sera fino al venerdì quando i genitori vanno finalmente e riprendere e “godersi” quel vivace fanciullo che cresce in gran salute tra i suoni dei campanacci che sono legati al collo delle grandi mucche allevate nella fattoria. Quando viene al mondo anche Claudia la gestione dei due bambini si fa assai problematica; i genitori non hanno abbastanza risorse per raddoppiare il compenso che i contadini chiedevano e, del resto, anche quei pur generosi agricoltori non riescono a accudire agevolmente un’altra bambina, avendo essi stessi una prole abbondante. Fu dunque necessario prendere una decisione dolorosa ma quanto mai indispensabile: i bambini vengono riportati in Italia e affidati ai nonni anche con l’intento di farli studiare nelle scuole italiane. Per fortuna a occuparsi di loro sono due nonni tenerissimi e premurosi: Leonilde e Felice (per i nostri lettori più fedeli sono i protagonisti dell’ultimo racconto del volume precedente). Nel frattempo, Silvio e Sterina passano per molti lavori nel tentativo di migliorare ogni volta la loro condizione e accorciare il cammino che li avrebbe riportati nella casa che stavano costruendo nel paese d’origine. Dopo l’albergo lavoreranno in una tipografia e quindi in una fabbrica di materiali edili. E ci vorranno quindici anni affinché la coppia partita per un “singolare viaggio di nozze” si renda conto di un aspetto che fu per loro assai sorprendente da scoprire: oltre al piccolo gruzzolo per poter iniziare a lavorare in Italia, essi avevano accumulato un inaspettato e consistente patrimonio di affetti e stima. Quando lasciano il loro appartamento del Canton Ticino – dove si erano trasferiti negli ultimi anni – e salgono in macchina per seguire il camion che ha caricato tutti i loro mobili, molti dei loro vicini, dei loro colleghi e dei loro amici li abbracciano con affetto e si commuovono. I due “terroni” avevano resistito a quel clima ostile subito per tanti anni ed erano anzi stati capaci di lasciare dietro di sé una diffusa impressione di stima, di rispetto e di ammirazione.
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Silvio era mio cugino, portava il mio stesso cognome poiché i nostri papà erano fratelli e partì per la Svizzera quando io avevo un anno di vita. Ciò che ho scritto in queste pagine mi è stato raccontato da lui e da sua moglie; entrambi, mentre erano incalzati dalle mie domande, hanno spesso pianto ancora nel riandare coi ricordi a quei giorni, per loro, assai amari. Tra le altre cose, mi hanno anche raccontato, con nostalgia e rimorsi che è poco definire struggenti, di quanto fosse doloroso avvertire la estraneità dei loro figli ogni volta che tornavano in Italia una volta all’anno; in particolare la piccola Claudia rimaneva avvinghiata al collo della nonna non riuscendo a percepire che quei due giovani signori, la cui presenza in casa era a dir poco sporadica, erano i suoi veri genitori.
Io ricordo distintamente che, in ogni estate della mia infanzia, c’era almeno un pomeriggio in cui una macchina bianca con una targa svizzera parcheggiava sotto casa mia. Ogni volta che tornavano in Italia, era “buona creanza” per gli emigranti andare a portare “un pensierino” e cordiali ossequi a tutti gli zii. Certamente Silvio e Sterina lo fecero sempre con i miei genitori e, quando vedevo quella macchina bianca, io salivo velocemente le scale della mia casa sentendo già in bocca il sapore inebriante della cioccolata; in casa nostra, quel sapore era “proibito” in ragione delle scarse risorse disponibili per acquisire tali “alimenti da ricchi” e le uniche volte che io, da bambino, ho mangiato quella golosità si trattava di cioccolata “svizzera” che mi regalava mio cugino Silvio.
Silvio non fu il primo né l’ultimo dei cugini a varcare la frontiera in cerca di lavoro; dopo di lui andarono a guadagnarsi da vivere nei cantoni elvetici anche il fratello Francesco e la sorella Fortunata. Prima di loro erano andati in Svizzera Amerigo, Giacomo, Romolo e Amedeo, figli di mio zio Giacinto. Iole, figlia di zia Pasqualina era emigrata in Venezuela già da tempo e non sarebbe più tornata se non per vacanze; suo fratello Mario partì invece per l’Australia insieme all’altro cugino Giovannino, figlio di zia Giulia.
Di tutte quelle struggenti nostalgie che i miei cugini soffrirono sopra i treni e le navi che li portavano tanto lontano, non rimane adesso che qualche sinuosa freccia multicolore sulle cartine geografiche stampate nei libri di storia. Possano queste inadeguate parole riscattare, sia pure in misura modesta e molto tardivamente, le loro sofferenze.
