Una truffa d’altri tempi

Una truffa d’altri tempi

Storia da Libro Cuore su come imparammo a scrivere

di Marco Verdecchia

Del mio maestro elementare rammento meglio l’espressione perennemente sofferente che i tratti somatici. Ricordo che aveva il viso lungo, pochi capelli, occhiali spessi  e tondi da miope che gli ingigantivano i grandi occhi castani; indossava quasi sempre una pesante giacca grigia, un gilet  e un consunto cappello “Borsalino” che, nei giorni più freddi, teneva sulla testa ormai quasi calva anche quando stava seduto alla cattedra.

Era già parecchio anziano quando io l’ho conosciuto, al mattino arrivava su una FIAT 500 grigio scuro che parcheggiava proprio vicino al portone della scuola; era una sorta di parcheggio a lui riservato poiché non vi erano altre vetture dentro l’ampio cortile in cui, nei pochi minuti che stavamo insieme prima delle lezioni, sfogavamo le nostre esorbitanti energie giocando a ‘ngrillicce, una sorta ammucchiata spericolata che è assimilabile alla mischia del rugby.  Il maestro saliva le scale dopo che noi eravamo corsi avanti, di malavoglia, per ingabbiarci dietro il banco delle sofferenze quotidiane; ci voleva qualche minuto prima che il maestro arrivasse al primo piano stringendo sempre al petto una borsa d’acqua calda. A metà mattinata arrivavano Ida o Fernando, i premurosi bidelli, che gliene portavano un’altra con l’acqua appena bollita. Il maestro non si lamentava mai troppo del suo stato sofferente, anzi scherzava spesso sulla sua età alludendo a i suoi radi capelli bianchi e i suoi baffi, anche questi canuti. Nell’immagine che rispolvero ogni tanto dai remoti scaffali dei miei ricordi, io lo vedo sempre seduto alla cattedra, tra due finestre enormi perennemente occluse da tende marroni; le tende erano chiuse, ufficialmente, affinché non entrasse troppo sole, ma in realtà esse “vigilavano” che i nostri occhi vispi non avessero a distrarsi troppo guardando quei cieli limpidi e pensando a quanto sarebbe stato bello correrci sotto.

Intorno alle dieci e mezza suonava la campanella, ma la ricreazione non forniva grande sfogo a quella voglia di correre che agitava le nostre gambe e le nostre braccia impazienti. Si stava in fila per due nel corridoio, mangiando due fette di pane spalmate di ventricina o anche solo unte con un filo di olio; dovevamo aver cura meticolosa che le nostre scarpe fossero all’interno delle mattonelle esagonali nere che scandivano la rigida geometria del lungo corridoio. Prima di entrare in bagno per il nostro turno, affidavamo la preziosa merenda nelle mani del compagno schierato dopo di noi, sperando ogni volta che non ne approfittasse troppo durante la nostra assenza.

Nella dicotomia del “mondo di Peppone e Don Camillo” che colorava i discorsi del popolo in quei tempi, il maestro era perfettamente schierato per Don Alberto, il vigoroso parroco della nostra comunità. Era raro che parlasse delle sue idee, ma in qualche circostanza alzava lo sguardo e si lasciava scappare un pensiero intimo che doveva essere per lui assai ricorrente: “Io ci farei una scommessa con questi comunisti che non credono in Dio”. Nessuno di noi azzardava un commento o anche solo una chiosa per quella incrollabile fede che veniva istintivo ammirare, eppure la logica stringente e impietosa dei bambini, seppur silenziosamente, non poteva fare a meno di notare che quella scommessa il maestro poteva solo vincerla: se Dio non fosse esistito, né lui né i suoi “antagonisti rossi”, sarebbero sopravvissuti un secondo dopo la morte, e quindi quella ideale scommessa non poteva essere da lui pagata, se mai avesse perso.

Eravamo una classe di solo maschi; al Provveditorato degli Studi qualcuno aveva deciso che i nostri incerti ormoni sessuali avrebbero dovuto attendere la scuola media per prendere forma e carattere. E, sempre per quella misteriosa selezione operata da ignoti saggi, eravamo una classe di scapestrati, tutti figli di “poveri Cristi” semi-analfabeti che sbarcavano il lunario con grande fatica; non c’era, tra noi, nessun figlio di un avvocato, un dentista o un geometra, quelli stavano tutti in un’altra classe di nostri coetanei a cui impartiva lezioni una bella e giovane maestra nell’aula in fondo al corridoio, ben più ampia e luminosa della nostra. Claudio dormiva in un retrobottega insieme alle cassette di frutta e verdura di cui sua madre faceva commercio dentro un fondaco umido e buio; Francesco sfogliava i libri di scuola tra le polveri di una falegnameria e imparava le lettere dell’alfabeto tra il ritmico rumore della pialla e l’odore delle vernici; suo padre era alto e smilzo e non parlava quasi mai, proprio come suo figlio; per la sua professione e la sua aria mite, il padre di Francesco mi ricordava la statuetta di San Giuseppe del mio presepe. Molte delle famiglie dei miei compagni non avevano neanche un lavandino dentro a casa e, dopo le corse forsennate a inseguire un pallone sgonfio tra i selci dei vicoli, ci si dissetava passandosi fraternamente il coppino(mestolo), che si riempiva immergendolo nelle conche di rame annerito; la conca era allora stoviglia assai preziosa e ben lungi dal divenire un simpatico souvenir delle terre d’Abruzzo. 

Anche per le nostre umili origini, ci sembrava assai inospitale e poco accogliente  quel mondo della scuola così insolitamente asettico, profumato e tanto diverso delle nostre case e dagli odori di muffe che eravamo abituati a respirare. Ed era stato difficilissimo accettare che la nostra lingua fosse solo un dialetto di cui vergognarsi, rassegnandosi a imparare un nuovo idioma ostile, “colto” e pieno di regole incomprensibili: il semplice tradurre le parole quotidiane con quelle nuove non bastava. Non era sufficiente aggiungere una opportuna vocale alla fine di ogni parola come ci era sembrato di intuire all’inizio; nelle frasi pronunciate a casa avevamo appreso un solo verbo ausiliare: “essere”, nella nuova lingua ne esistevano due e la scelta dell’uno o dell’altro doveva avvenire sulla base di algoritmi a noi misteriosi, sicché per molti mesi, nei nostri primi incerti “componimenti letterari”, perseverammo a scrivere sono mangiato anziché ho mangiato. E non si capiva perché la “e” volesse talvolta un accento e o la ragione per cui la “a” dovesse essere preceduta, in alcuni casi, da una “h” che però non si pronunciava (ma allora perché perdere tempo a scriverla se non si pronuncia?).

A quei tempi le regole scolastiche imponevano che si sostenesse l’esame alla fine della seconda elementare per poi accedere a quel “triennio” che sembrava già un traguardo accademico importante delle nostre carriere. E quando, con grande nostra angoscia, si avvicinava la fatidica data di quella prova, tutti eravamo certi che ci attendeva un disastro ineluttabile. E nell’incombere di quel prevedibile disastro, il nostro Maestro fece un giorno qualcosa di assai inaspettato. Si alzò dalla cattedra, lui che era quasi sempre lì seduto stringendo al petto la borsa dell’acqua calda, si mise in mezzo a noi lasciandoci intendere che desiderava parlarci in maniera insolita e confidenziale. Ci spiegò allora che sarebbe stato lui a leggere il dettato il giorno dell’esame e ci insegnò un segreto codice che aveva elaborato con chissà quale sofferenza della sua irreprensibile morale. Se, nel pronunciare una parola, si fosse aggiustato gli occhiali o grattato la testa o spostato il cappello sul capo, voleva dire che la “e” di quella parola era con l’accento, ovvero la “a” andava scritta con la “h” davanti. Al contrario, se avesse letto mantenendo ferme le mani a reggere il foglio, la “e” e la “a” andavano scritte senza quelle “cervellotiche” complicazioni. Poi fece silenzio per un lungo minuto e chiese retoricamente: “A chi dovete dire tutto questo?” E si rispose da solo, solennemente, incrociando l’indice destro alle labbra: “A nessuno!”. Poi passò ancora tra i banchi e a ciascuno di noi ripeté la domanda e la risposta: non dovevamo dirlo a nessuno, neanche ai nostri genitori.

Abbiamo mantenuto la promessa, signor Maestro; a più di mezzo secolo di distanza, credo proprio di essere il primo a violare quella consegna. Il dettato andò bene, grazie soprattutto alla inaspettata “truffa”. E adesso, prescritto il reato, possiamo pubblicamente ringraziarla per aver “macchiato” la sua specchiata coscienza per noi.

Grazie Maestro, grazie di cuore! Mi piacerebbe proprio sapere se ha poi vinto la sua scommessa con i comunisti.

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