Un reverendo irriverente

Un reverendo irriverente

IL LIBRO POSTUMO DI DON ENZO CHIARINI

“Viva, viva Sant’Eusebio “ , il titolo del libro postumo ,è la sintesi della descrizione che Filippo Lucci e Tiziano La Rovere fanno del prete che il clero e anche i benpensanti facevano di quest’uomo “votato” più a far del bene che (spero di non essere sacrilego) nel dire messa . O meglio,la funzione religiosa lui la metteva nel costruire pozzi, scuole e strade in Burundi dove poi è morto improvvisamente .Filippo e Tiziano, hanno raccolto in un volume l’eredità di Enzo, tre racconti, grazie per averci dato la possibilità di pubblicarli, del primo periodo di impegno civile e sociale , oltre che cattolico, del “Don”. Pubblicheremo in tre parti, ogni domenica i racconti. Per capire meglio, con la voce di Don Enzo, vi propongo un servizio mandato in onda dalla Tgr Abruzzo quando si laureò Nadia che poi abbiamo raggiunto lo scorso anno con una video conferenza in Germania dove ha avviato la sua vita professionale dal Burundi.

BIAGIO

Primo racconto

Il nonno Biagio, prima di morire, aveva raccomandato i suoi baffi ai

paesani che gli passavano ai piedi del letto come in una commossa rivista finale. Nessuno si sarebbe azzardato a toccarglieli quei baffo- ni, era la volontà di un moribondo. Biagino ripensava alla buon’ani- ma del nonno che aveva fatto una bella morte. Per lui non ci sarebbe stata la veglia di tanta gente al capezzale, non il pranzo di “consolo”, né il rosario per tutte quelle sere dopo la sepoltura.

Nessuno avrebbe apprezzato la sua fine.

Ma proprio dannato in tutto non ci voleva finire e sudava, suda- va, scaraventando il fazzoletto timido della moglie che provava ad asciugargli la fronte. Il cappellano passava svelto ed allegro per le camerate, dichiarandosi disposto a salvare tutte le anime, bastava raccontargli i peccati.

“Povero marito mio – diceva Santina – quanto ci siamo voluti bene”, e si ritoccava il naso con il fazzoletto soffiando leggermente.

Biagino la guardava un pò ma subito girava la testa disgustato. Quanti anni sofferti per nulla! La guerra, tre anni a Napoli o tutto quel tempo sotto terra nelle miniere di Villedemort in Belgio.

Ora, per colmo di fregatura, stava da sei mesi in quel lurido sana- torio. Dantino il primogenito, persona istruita, spiegava a tutti che Biaginetto, nato da pochi mesi, sarebbe stato facilmente attaccabile dai bacilli tubercolotici del nonno. E questo, a sua volta, non si sarebbe immaginato che quello spergiuro del figlio, potesse avere imparato tante cose con i soldi guadagnati in quelle budella stra- niere, scavando carbone. Non voleva però lasciare il ricordo d’un pazzo ai conoscenti né agli altri malati con i quali giocava a scopa. Ma una coltellata, una sola, a suo figlio e a quella troia della moglie che passava e ripassava quel fazzoletto sporco sugli occhi asciutti, l’avrebbe data si, come consolazione finale.

Tanto non era neppure sicuro d’essere accettato in purgatorio e i peccati suoi a quel prete là non aveva voglia di raccontarli.

Il Padre eterno li conosceva e poteva capirli da uomo a uomo. All’ospedale ora ci si andava come niente fosse e molti morivano per far posto alle troppe richieste. Ma su di lui pesava una maledizione,

oltre al comportamento rinnegato dai familiari.

“Che tu possa andare a finire la sanatorio e non possa avere mai bisogno di niente; gli si augurava, cioè, di non trovare aiuto in caso di necessità”. Tutto ciò glielo aveva strillato, quarant’anni addietro, una vecchietta. Le maledizioni colpiscono nei nostri paesi quando sei nel torto, e lui, purtroppo, l’aveva deposta la falsa testimonianza. Il figlio di Marietta, l’unico che il marito le aveva lasciato prima di morire, era innocente. Non l’aveva uccisa quella persona e non meritava di finire in carcere dove morì suicida. Biagino lo sapeva benissimo ma, davanti al quel proprietario, non riuscì a dire di no e giurò il falso.

Tutta la vita di guardinghi sacrifici non erano bastati per sfuggire a quella terribile maledizione urlatagli dalla vecchietta disperata.

Si rigirava ora nel letto, tossendo forte, giusto per fare qualcosa. Gli altri non ci badavano a quel luogo di cura e ci stavano sorridenti come se fosse un’abitazione normale. Andava a finire così, scacciato da casa come un cane. A chi lo poteva raccontare? Come potevano salvarsi quei giudei di parenti che l’avevano rinchiuso per fregarglisi i soldi della pensione, e non per il piccolo o le cure come andavano mentendo?

Le botte alla consorte gliele aveva fatte scegliere d’ogni colore. Con una zampata una volta le interruppe pure la gravidanza.

Ma quale marito a Crespiano non aveva rotto almeno un bastone sulle spalle della donna? L’uomo è l’uomo e il cappello se lo può girare come gli pare in testa. Il pane però, non era mai mancato in casa; non c’era nessun motivo per lagnarsi di lui. Era stato fuori a crepare anni e anni mentre i suoi se la spassavano.

Prima di partire per il Belgio così aveva ammonito Santina: “Ti raccomando… sennò è meglio che ti scavi la fossa”. Ma lei senza rispondere piangeva a calde lacrime, pensando forse all’uomo con il quale avrebbe potuto tradirlo.

Biagino quando stava all’estero tornava ogni due anni in Italia e aveva sempre del tabacco e delle storie per tutti. Altre notizie invece furono risapute per vie traverse, senza che le raccontasse.

In casa però nessuno dava pubblicità al fatto che il capo famiglia spediva solo un terzo dello stipendio. Si volevano evitare le compas- sionevoli parole di scherno.

Dantino, avviato al sacerdozio, era soprattutto irritato che suo padre fosse immorale e convivesse all’estero con un’altra donna, tornando in paese solo per picchiare la mammina. Costei si confidava solo con don Scoppola. Prima in confessione, poi in sacrestia e infine, con insolita frequenza, sempre per certe pratiche, nello studio del reverendo il quale le assicurò che, in fondo, anche lei aveva i suoi diritti e le sue esigenze morali e fisiche.

Il marito in Belgio non aveva nessuna intenzione di crepare.

La giornata più penosa era la domenica. Dopo aver messo il franco d’offerta alla messa italiana, detta dal prete italiano per i soli italiani, se ne andava in giro inseguendo tutte quelle gambe di straniere che non finivano mai. Una di quelle odiose sere domenicali, abbeverato stracolmo di birra, si ritrovò in caserma multato e bastonato dalla polizia. Si mise così a disturbare le ragazzine delle quali confondeva l’età e si porto in casa quella baldracca, di cui non capiva mai la vera storia tra le tante che gli raccontò, fino alla sua misteriosa scom- parsa. Era una che aveva sempre bisogno di denaro; ogni sabato e domenica lo trascinava a mangiare fuori al ristorante e le sere così, spesso, lei era curiosa di gustare la cucina italiana preparata da lui. Ora le occorreva questo ora quello. Era una signora e non poteva contentarsi di un grembiule eterno, come quello della povera cafona di Santina, la quale non s’era mai azzardata a chieder un vestito nuovo per non sentirsi dare della puttana.

Biagino, con quel gran giaccone di pelle, sembrava un americano e nessuno lo disprezzava fino a quando non apriva bocca e riconosce- vano ch’era italiano; perciò parlava poco e beveva molto.

“Lassù ci sta ogni sorta di comodità” raccontava durante le ferie ai paesani. “Medicina gratis, tram gratis, in Italia non c’è disciplina, nessuno si fa il fatto suo, e perciò non ci sarà mai progresso”.

La giovinezza a Crespiano l’aveva vissuta respirando voglia di sesso

e di cibo. Se si incontrava uno che portava una mela o una fetta

di pane gli si diceva: “Fammi fare una moccicata”; con chi invece portava una gonnella: “Fammela provare”. Con i più piccoli ci si poteva vantare anche di conquiste immaginarie, ma con i più grandi bisognava tacere, ascoltare e ricevere sberle in silenzio.

Tutt’al più si potevano lanciare parolacce e insulti, prendendo le distanze di sicurezza. A casa non si poteva raccontare niente; si guardava il papà mangiare e la domenica bisognava dimostrare la presenza alla messa, ripetendo qualche frase della predica.

L’iniziazione sessuale veniva fatta in maniera precoce e selvatica. Ci si metteva in fila in primavera, sotto qualche albero, ad ammirare i più esperti della compagnia che davano esibizione pubblica della loro maturità mascolina. Gli altri più piccoli, impazienti, sputava- no sopra i loro arnesi. Arrivata la stagione della frutta si andava all’arrembaggio vandalico di tutte le primizie campestri, rischiando la frusta dei contadini inferociti. E le ragazze, come omaggio o an- ticipo, a volte pretendevano le ciliegie di Ricuccio, il più truce pro- prietario della zona, e, più che voglia di frutta, era quella la grande prova di coraggio, piena di brividi per tutti.

La vita sessuale Biagino l’aveva vissuta fin troppo intensamente sin da piccolo che da grande; la scuola invece era stata un vero martirio. Quante botte sulla testa e sulle mani per quelle poesie a memoria più incomprensibili del confiteor. Imparato in ginocchio, durante i tre lunghi mesi, terrorizzato dal prete che iniziava l’ora del catechi- smo, interrompendo e picchiando senza pietà il nipote.

La scuola elementare era sdoppiata in diversi vecchi locali del paese e, al momento della ricreazione, prima i maschi e poi le femmine uscivano, a pisciare selvaggiamente nei prati.

Per eliminare certi inconvenienti il governo fece costruire un gabi- netto dove almeno la maestra si potesse sfogare tranquilla.

Ma non furono dello stesso parere gli scolari che, esclusi dopo qual- che esperimento dall’uscita di tale casotto, infilarono nei mattoni forati alcune bombette, avanzi raccolti dopo qualche festività, e le fecero saltare al momento.

Del resto anche il padre della guardia comunale faceva tutto nei

prati. Ad una certa ora del pomeriggio nessuno gli chiedeva dove andasse ma solo “Come si va?” ed egli, immancabilmente risponde- va “Dio non peggio”.

Se li ricordava tutti i suoi compagni di scuola, Biagino, anche se nessuno lo veniva a trovare al sanatorio. Forse non gli volevano rendere più disperati quei giorni che gli erano rimasti o che gli restavano. Avrebbe potuto crederla una visita di scherno l’andare a vederlo così ridotto, dopo una vita come la sua.

Savino però non ci viene per dispetto – pensava lui; e riandava alla lezione datagli molti anni addietro. Tornato per la prima volta dal Belgio, trovandosi a distribuire del tabacco, fece cadere appo- sitamente una sigaretta per terra e mentre costui si abbassava per raccoglierla, la stritolò ben bene con la punta fiammante delle nuove scarpe.

“Morto di fame” Biagino era stato chiamato da lui tempo addietro, solo perché la sua mamma era stata costretta dopo la guerra, a chie- dere della farina in prestito per fare del pane. Povera donna! Dei due figli partiti in guerra era tornato solo Biagino e il marito le era morto dopo qualche mese di prigione, per non aver consegnato al comune tutto il grano dovuto. Se n’era nascosto un po’ per la nuova semina. Così malaticcio come si trovava, fini per rovinarsi definiti- vamente in carcere, dopo lo scoppio della guerra.

“E’ così la vita!” esclamava Biagino quando poteva alzarsi e giocare a carte con gli altri malati, che avevano anch’essi tanti guai e ti face- vano parlare solo a patto di essere ascoltati a turno.

Tutto si confidavano, all’infuori dei veri rospi che nuotavano in quel mare di delusioni; per non aver ottenuto dalla vita ciò che era giusto e per non poter strozzare almeno metà di quelli che se lo merita- vano. Quando parlavano dei politici la conclusione era sempre la solita: tagliare la testa a tutti per aver un mondo più onesto.

Biagino non aveva da raccontare un passato politico degno di me- moria. Aveva scelto come norma di vita il meno peggio e, con tale parametro, constatato che nel millenovecento quarantacinque a Crespiano non si faceva mai notte, era partito per Napoli.

“Laggiù ci sta lavoro che non finisce mai” gli avevano assicurato.

E non erano bugie. Sgobbava sedici ore al giorno, ma la paga non corrispondeva alle attese. Una domenica che si sentì male e voleva fare solo dieci ore, l’assistente gli disse: “Io non ci posso fare niente, se non lavori sei licenziato”. Del suo soggiorno a Napoli amava tan- to ricordare l’episodio del fico delle suore.

Ci provava un gusto speciale. Per mangiare dei frutti di questa pian- ta aveva dovuto attendere il quarantotto, anno della vittoria eletto- rale dello scudo crociato.

Le monache erano andate al di ringraziamento per lo scampato pericolo di perdere la verginità: Avevano ben saputo quali terribili cose i soldati russi erano stati capaci di fare subire alle loro con- sorelle polacche. Tali diavoli rossi sarebbero stati bene capaci di ripeter simili imprese in Italia. Uhm che brividi!

Fu proprio grazie a questa occasione, che aveva segnato per quelle religiose la vittoria dello spirito sulla brutalità, che Biagino poté saltare su quel fico nel loro giardino, facendolo tremare da capo a fondo senza essere invitato a ripassare il cancello com’era successo precedentemente.

Oltre a queste cose si raccontavano pure imprese impossibili a cre- dersi e si finì, così, con l’annoiarsi a forza di sentire le stesse cose e, l’andare a letto presto era tormentoso per colui che aveva perso le tracce del sonno. Biagino trascorreva intere notti lamentandosi a voce alta:” Mai, mai nessuno che tiene moglie e figli può finire al sanatorio solo perché c’è più largo e meno puzza.

E l’ex minatore ripensava ai vecchi che s’erano fatti pulire la merda durante due, tre, dieci anni dai parenti in casa. Al sanatorio voleva- no i soldi anche per la tisi, quei giudei. Non era bastato imbrogliare sulla silicosi, che era in realtà il trenta e non il novanta per cento. Il vecchio amareggiato, non sapeva ricordare alcun episodio piace- vole della sua vita; non riusciva neppure a capire il perché di tanti sacrifici fatti.

“Guardate lo zoppo”, pensava, rivoltandosi e sbuffando sul letto come un bufalo. “Sto zoppo ha fatto il porco tutta la vita, sempre

“bevuto” e dietro le femmine peggio di me e mò ch’è vecchio? Mò ch’è vecchio si gode la casa nuova a tre piani, sudata dal figlio in Germania. La nuora e i nipoti l’adorano e quando la notte esce dall’osteria, lo riportano sotto braccio a casa. La domenica mattina cammina a fronte alta per le vie del paese”.

Tempo addietro, poco era mancato che non s’apparentasse con que- sto emerito sfaticato, compagno di giovinezza. Carmela, bella e spu- dorata figlia di Biagino, era stata fidanzata con il figlio dello zoppo. Ma, purtroppo, Giovanni era morto in un incidente quindici giorni prima della data stabilita per il matrimonio.

Lo portarono giù nella cantina dell’ospedale e in chiesa non fu aper- ta la cassa, come si usava, per dare fiato agli strilli di dolore, poiché era sfigurato, macellato dalle lamiere.

Carmela urlava desolata, chiedendo a Cristo che cosa avesse fatto per meritare tale castigo. Tutti piagnucolavano, anche quelle ragazze che s’erano risentite per le maniere strafottenti di quella gazzella fortunata, così giovane e già sul punto di sistemarsi.

Le donne con le mani sul velo per non coprire del tutto i capelli, a passi lenti devoti, biascicavano requiem. “Coraggio, figlia mia, dice- va la mamma del morto.

Gesù chiude una porta e ne apre un’altra”. Ma Carmelina piangeva ancora di più. Non si fidava di quelle belle promesse; aveva paura degli occhi della gente e per tutta la collina non si sentiva altro che oh dio! Oh dio! Oh dio!, con un accento acuto sulla i che non finiva mai. “Quella puttana”, si confidava pochi mesi dopo la moglie dello zoppo, “quella sgualdrina non fa andare a godere mio figlio in para- diso”. Carmela, infatti, non aveva saputo resistere e al primo invito s’era rifidanzata e sposata prima dello scadere del lutto, contro ogni usanza e religione. Poi era partita ed erano ormai trascorsi otto anni. “Mia figlia ha fatto fortuna laggiù in Australia, ma sta lontano, così lontano che per tornare ci vuole dio e la madonna”.

Questa era forse l’unica consolazione per Biagino; l’ipotesi, cioè, che se Carmela fosse stata più vicina lo avrebbe assistito e tenuto in casa come una vera figlia.

Dantino invece, il figlio maschio, gli stava troppo vicino.

Non s’era fatto prete, ma nell’anima e nel muoversi, risultava ancor più odioso d’un ecclesiastico; gentile con i ricchi e nervoso con i poveri ignoranti. Prendeva sempre le difese della mamma, giacché considerava il papà un uomo spregevole e soprattutto immorale. Tempo addietro il povero genitore s’era provato a lanciare un gran sputazzo dalla finestra e per poco non aveva fatto secco l’assessore che veniva a trovare il figlio.

“Devi scusarlo”, gli disse prostrato Dantino, “Sputa dappertutto, sia politicamente che spiritualmente. E’ il nostro disonore ma stiamo cercando una soluzione”.

Poco dopo la nascita del bambino, lo sistemò davvero, povero vec- chio. Cominciò a spargere la voce che il papà non stava bene, e lo ripeteva a tutti, anche se convinto che neppure il più scemo di chi l’ascoltava potesse crederci.

Biagino era sorpreso di certe novità in famiglia; da un po’ di tempo non capiva l’insolito riguardo nei suoi confronti. Fu così che accettò di partire per certe visite di controllo sanitario.

Dopo sei mesi però, stava ancora lì dentro a quelle strisce del pigia- ma, come un leone selvatico caduto dentro le sbarre di un circo, a dare spettacolo alla gente delle proprie sventure.

Il figlio, prima di portarlo dai medici, a tu per tu con don Scoppola, aveva rivelato tutta la sua apprensione per il genitore che, in pro- cinto di ricevere la prima pensione, rischiava di rovinarsi del tutto se lasciato in libertà. “All’età di sessantanove anni è il colmo signor parroco, ma lui è incorreggibile”. “Può darsi – rispondeva il prete – che all’ospedale rifletta un po’ e si confessi.

A quell’età potrebbe anche lasciare perdere donne e sbornie”.

“Lo spero proprio con tutto il cuore”, assentiva serio Dantino, che

era amico di tutte le persone influenti.

“Sarà un verme, dicevano di lui i paesani, ma può sempre servire per pescare qualche pesce” e perciò facevano finta di tenerlo in considerazione. Lui aveva sempre desiderato divenire qualcuno e verso la fine degli studi teologici era uscito dal seminario, convinto

che anche laico, avrebbe potuto rendere grandi servigi all’umanità. Per attuare la sua missione doveva far carriera e qui non si può so- fisticare né badare a sacrifici; la carriera è a carriera.

La cosa più importante – confidava spesso alla moglie – è restare a galla. E Dantino impavido in mezzo alle tempeste che hanno tra- volto ben altri pesi, sta ancora lì tenace, accarezzato dalle onde e baciato dal sole, quale enorme stronzo, nell’azzurro del vasto mare. Suo padre, restando in casa, avrebbe potuto ostacolare la sua bril- lante carriera strisciata verso il successo. La mamma, inoltre, aveva diritto a riposarsi e a liberarsi di quell’”antropido” del marito che al- zava ancora il braccio pesante sopra di lei. Santina non sapeva cosa dire; la consolava solamente il pensiero che avrebbe goduto d’una bella pensione fino alla morte e cercava di rendersi utile lavando il cesso, le pentole e il bambino. L’italiano non lo sapeva parlare e così, per non sentire gli insulti irritanti della nuora, taceva.

Oppure parodiava goffamente il dialetto, nella speranza d’avvici- narsi alla lingua del figlio che, al pari della consorte, non tollerava brutte figure davanti agli ospiti.

“Ah come si respira in questa casa!” si confidavano gli sposini, tra- stullandosi col pupetto dopo la partenza del vecchio.

Ammettevano, che in fondo, Biagino non era cattivo.

Una sera avevano perfino detto al medico che era disposto a dare tutti e due gli occhi pur di tornare a casa e rimettere sulle ginocchia Biaginetto. Ma essi avevano agito per il bene sia del nonno che del nipotino. Con la tisi, se l’avessero scoperta nei polmoni del vecchio, c’era poco da scherzare.

Piuttosto era il caso di darsi briga affinché il genitore fosse ricom- pensato con un’altra pensione, anche per i meriti di guerra.

Biagino nel millenovecentoquarantuno era stato trascinato fino a Stalingrado; poi con altri due camerati aveva iniziato una ritirata privata piena di rischi e di fame, confortata solamente dalla com- prensione di quelle facce rotonde dei contadini russi, buone come il pane fatto in casa.

Una bontà del genere non l’aveva mai intravista negli occhi dei belgi

di cui stimava solo la precisione e il denaro.

Fu in Belgio, infatti, che aveva cominciato a interessarsi di partiti. Erano andati a dirgli che avrebbe potuto godersi la vita se non ci fossero i padroni a spremere i poveri cristiani come limoni.

I comunisti erano stati gli unici a interessarsi di lui e così, spiacente di non essere ricco aveva cominciato a maledire la sua condizione di lavoratore. Era sempre presente, potendolo, alle processioni operaie dove si urlavano giaculatorie contro tutti.

Al sanatorio però neppure i “compagni” venivano a consolarlo. Non si può dire, d’altronde,che si disinteressassero del tutto a lui. Ai comizi infatti tuonavano contro gli sfruttatori che costringono il povero ad emigrare e crepare dovunque il padrone ne abbia biso- gno. “Ed ecco –soggiungevano – come vanno a finire questi figli del popolo; col novanta percento di silicosi e con i polmoni mangiati e corrosi dalla tubercolosi”! Se Biagino li avesse sentiti avrebbe strac- ciata la tessera del partito. Lui giurava di stare bene, benissimo.

Le sue malattie erano state inventate da Dantino per scacciarlo di

casa e fregargli i soldi.

Ormai dormiva sempre di meno. Era troppo agitato, mordeva le lenzuola e si puliva il sudore sul cuscino. “Eh povera me” – esclama- va Santina dilatando le pupille, – “non ti tocco, non ti tocco.” Biagino era irritato e non voleva essere né consolato, né rimboc- cato da quei sozzi parenti. Pensava che mordere loro un orecchio sarebbe stata una lezione da poco; forse solo un volo dalla terraz- za avrebbe potuto placarlo. “E’ un delirio reverendo” – sussurrava rattristato Dantino al cappellano dell’ospedale il quale, all’ennesimo tentativo di convertire quell’anima peccatrice, s’era sentito insultare con un “vaffanculo tu e tutta la tua razza”.

Il malato s’era alterato e dopo notti di tormento s’era deciso a ven- dere l’anima al diavolo. Tra le tante storie udite da ragazzo ricorda- va con particolare terrore quella di Mingiulo che era stato portato all’inferno con tutto il corpo.

Faceva molta paura tale episodio perché recente e sulla cui veridici-

tà tutti i vecchi erano disposti a giurare.

Si diceva che, mentre questo tizio stava per spirare s’era udito un gran rumore. Tutti avevano abbandonato la stanza del moribondo per vedere che diavolo fosse avvenuto sotto nella stalla delle vacche, e, al ritorno, erano rimasti muti e con gli occhi sbarrati. il corpo di Mingiulo non c’era più. I parenti avevano portato poi al cimitero la cassa vuota. Mingiulo aveva venduto l’anima per una pignata di monete. Biagino non avrebbe voluto perdere la speranza di salvarsi l’anima. Ma come poteva rassegnarsi a fare la fine di scemo, docile come castrato a quei giuda traditori?

Nella camerata osservarono con stupore la sua calma improvvisa. Non ansimava più e l’infermiere burlone, vedendolo così rilassato, aveva ricominciato a lanciare le sue battute senza sugo.

Una mattina, dopo colazione, il malato, aiutato da Santina si alzava. Voleva prendere un po’ d’aria. Ma arrivato al parapetto della ter- razza, concentrando le forze che gli restavano, afferra quello stuzzi- cadenti di sua moglie e la lancia nel vuoto. Gli infermieri arrivano appena in tempo per trattenere almeno lui che stava per tuffarsi in strada, dietro la vittima.

Dantino, passati i primi attimi di grave imbarazzo, spiegava che non ci poteva far nulla se il papà era impazzito a causa del riacutizzarsi dei dolori. Anzi, il suo genio girava già intorno ad una possibile richiesta di invalidità civile per la mamma, che, miracolosamente salva dopo quel volo di cinque metri, aveva però riportato serissimi guai e cedimenti in tutta l’impalcatura ossea.

Giunto al manicomio, Biagino s’era fortemente stupito che quello non fosse il carcere e cominciò a dimenarsi con ferocia, urlando che lui non era matto.

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