Un reverendo irriverente

Un reverendo irriverente

seconda parte del libro “viva, viva Sant’Eusebio di Don Enzo Chiarini

Reverendo irriverente è la sintesi della descrizione che Filippo Lucci e Tiziano La Rovere fanno del prete che tanti tra i religiosi del clero e anche molti benpensanti facevano di quest’uomo “votato” più a far del bene che (spero di non essere sacrilego) che a dire messa . O meglio la messa lui la metteva nel costruire pozzi, scuole e strade in Burundi dove poi è morto improvvisamente .Filippo e Tiziano, ai quali vanno i miei ringraziamenti per aver accettato la pubblicazione su questo sito, hanno raccolto in un volumetto edito dalla DEPADU Abruzzo , che è poi l’associazione che ha raccolto l’eredità di Enzo, tre racconti del primo periodo di impegno civile e sociale , oltre che cattolico, del “Don”.

SECONDO RACCONTO

LE VOLEVO DIRE

Questa. Oh, non né parliamo. Questa è sposata ma libera come una

geisha, questa pure la conosco bene. Quest’altra invece m’ha deluso un po’ sotto l’aspetto, diciamo comportamentale. In complesso un vivaio eccezionale.

Ogni volta che si parla di politica, di Mercato Comune, del Parla- mento europeo o di corna, immancabilmente sfodero le mie relazio- ni coi nordici. Con le nordiche anzi, di cui ho pieno l’album.

E’ da poco che ho concluso l’ultima tournee’ europea.

Una cocente delusione sotto questo punto di vista che più interessa

nei discorsi. Per fortuna sono cose che restano tra me e me.

In ogni caso servono soprattutto le foto, prove palpanti della mia

forza di penetrazione sovrannazionale e, in più, le diapositive.

Mia moglie mi tradisce e, come qualcuno dice, ci ha preso gusto, la troia. Ma potrebbe anche parzialmente essere scusata, cari amici. Dove sono passato io non ci ho lasciato niente, ho fatto tabula rasa come Attila.

Pensate, una settimana intera con la signora Frey a Sangallo! Il ma- rito? Il marito! Ma cosa credete che sono come voi? Lui ci telefona- va dal Sempione. Ci chiedeva come stavamo, indifferente.

Gliene frega tanto a loro!

Quest’altra è la sorella dell’ingegnere. Roba da esaurimento! Dalla Svizzera sconfino in Germania, poi in Belgio, Olanda, Amsterdam. L’internazionale del consumo e del piacere ad ogni prezzo e in tutte le salse. Infine una puntatina a Milano da Sabina.

Un “De bello gallico” al completo ed eccomi finalmente qui.

Non vedevo l’ora di sdraiarmi su questa spiaggia. Ma necessito di un po’ di riposo, di relax, come si dice lassù.

Non ci tornerò più in Svizzera e neppure mi permetterò più di in-

vitarli. Ci sono gli alberghi.

Che paghino, porco d’un cane, che paghino come sempre ho pagato io. Brutti rozzi primitivi, voi e le vostre befane, buone solo a miago- lare, capaci di pisciare davanti ai tuoi occhi, le disinibite, ma frigide come trichechi al momento della verità.

L’avevo conosciuta al mare ‘sto Frey del cavolo, e con lui tutta la

tribù. “Ah lei conosce il tedesco! Ah è stato in Svizzera, in Basel. Si si, grande città, ricca, molto ricca!”

Gli spiegai subito che non ero un italiano qualsiasi. Io conoscevo un impiegato del console. Avevo partecipato ad una importante ri- unione a Basilea dove avrei potuto rispondere per le rime a certi interventi.

L’ingegner Frey di me apprezzava sostanzialmente e con entusiasmo la cantina. Gradì decine e decine delle mie care bottiglie.

Vino genuino eh! echt wein! Si rimpinzava inoltre di spaghetti cuci- nati alla nostrana, di questa e quell’altra specialità.

Mia moglie pareva tornata in fregola. Non badava a spese, non bla- terava più di parità, né di liberazione dai fornelli. Da parte mia mi onoravo nel far da autista e da cicerone.

“Le devo qualcosa per la benzina?” Si azzardò a dire una volta Frey. “Ma per carità. Mi faccia la cortesia. Qui siete miei ospiti!” La mo- glie e le sue amiche mi stordivano con le loro bocche e tutto il resto, ridendo come pazze. Per far capire che erano soddisfatte schiamaz- zavano: molto pene, molto pene, invece di molto bene.

Ma come fai ad acchiappare tutte ‘ste biondone, mi chiedevano i colleghi? Mica sono un italiano come gli altri io! Io non aspettavo che la preda cedesse, dopo estenuanti sedute di cenni ed ammicca- menti, per poi portarla direttamente al basso maneggio.

Così animalescamente muti e libidinosi, che schifo! Io no. Io lavora- vo di testa; architettavo piani e progetti di largo respiro.

Non abbordavo mai femmine direttamente, non tramavo per avere appostamenti. Io dissertavo coi maschi, ragionavo di economie na- zionali, di vacanze diverse a contatto con la gente dell’hinterland e della cultura tradizionale. Tramite simili preamboli arrivavo al clan, alle femmine. Lì per lì tutto si esauriva in chiassose passeggiate e in gran bevute, ma un giorno o l’altro la mia tattica e il mio lavoro avrebbero pagato. Lo speravo tanto e perciò accettai senza indugio l’invito a recarmi all’estero. Una mia visita avrebbe fatto loro un immenso piacere, mi avevano assicurato.

“Va in Svizzera pure lei a lavorare?” Mi chiedevano in treno gli ope

rai. “No, io ho degli amici. Conosco un ingegnere proprio svizzero nativo, viene sempre a trovarmi d’estate”. Una volta chiarito che non ero un semplice emigrato, mi compiacevo nel dissertare dei lavoratori all’estero raccomandando, però, un po’ più di educazio- ne. “Sapete che cosa manca agli italiani? La lingua, la preparazione professionale e il modo di comportarsi”. Come direttore – aggiunto di un istituto professionale, gestito dai sindacati in tempo di crisi economica, non potevo dire altro.

“Ci prendiamo tutti la cattiva nominata per colpa di quelli che si

ubriacano, girano col coltello e accimentano le minorenni”.

“A me il padrone mi rispetta. Io lavoro e mi faccio i fatti miei”. “Dobbiamo ringraziarli che ci danno il pane”. “A Barletta sapete voi quanto prendevo al mese?” “A noi ci hanno licenziati.

Siamo faticati quasi 20 anni nelle gallerie autostradali.

Mo’ sono finite e allora che fai? Non c’è rimasto più niente da bu- care. Il governo dove li prende i soldi?”

“Ma si, vorrei vedere io”, replicavo da parte mia a questi loro sfoghi. “Da che mondo e mondo i popoli si spostano, non siamo mica in Russia! Sapete voi da dove proveniamo noi italiani?”

Nessuno lo sapeva e manco gliene importava granché. “Noi italiani, continuavo, siamo sempre sati un popolo di viaggiatori, dovunque abbiamo portato civiltà, dovunque. Dobbiamo farci onore”.

A Zurigo li lascio con i loro valigioni e cambio per S. Galle. “Hallò! Ja sono io”. “Ma che sorpresa herr direktor, veramente in questi giorni siamo occupati, ma un po’ di tempo per lei lo trove- remo”.

Una casetta un po’ strana quella di Frey ma funzionale.

I bambini mi riconobberodistrattamente ma, giacché la mamma in- sisteva nel dire: “Guardate chi c’è?” misero da parte i giochi e inco- minciarono a strillare beffardamente: “Gelati, gelati” dicevano quasi intendessero chiamarmi con questo nome. Questa era la gratitudine per aver comperato loro cose a bizzeffe in Italia.

Porcellini allevati in maniera modernissima, sudici e maleducati. Sputavano, mangiavano tutto con le mani e le dita; poi te le rifilavano sul vestito.

“ Non fa niente signora, sono bambini, non si preoccupi, ho un’altra giacca nella valigia.” Mi presentarono il loro cane bernese e ne rice- vetti un morso alla gamba. Un male terribile.

Mi spiegarono che l bestiola aveva aggredito per paura. Troppo timido! E per i pantaloni? “Lasci perdere signora.

Ne comprerò un altro paio. L’importante è la salute, si dice dalle nostre parti.”

“La possiamo invitare al caffè? “No grazie, ho già fatto”.

Ma constatai che oltre al caffè ingerivano un’abbondante merenda. Avevo fame e poiché nessuno si preoccupava di preparare pentole e spennare galline, per toglierli dall’imbarazzo, li invitai al ristorante. Quando, terminata la cena esclamai: “Il conto a me! Nessuno fiatò, gente di poche parole ‘sti nordici. Generoso in patria e fuori patria, pagai fior di franchi sonanti che, cambiati in lire, ci mangeresti quindici giorni. Invece di ringraziarmi, ridevano, ridevano come barbagianni scimuniti, che lasciata la notte, scoprono che la luce è più interessante delle tenebre.

Il giorno dopo, dato che i padroni di casa si davano tanto da fare per

restare indifferenti, incominciai a raccogliere i miei cenci.

“ Parti già?” “Si, mi rincresce, ma ho appuntamento in Germania. Forse ripasserò al ritorno”.

“Oh sì! Ripassa che mi farai tanto piacere. La settimana prossima sarò sola. Frey va al Sempione a passarvi i suoi quindici giorni di soldato”.

Queste parole mi rinfrancarono. Per male che fosse andata altrove, avrei potuto sfruttare quel jolly della signora, così lieta di ospitarmi in assenza del marito.

In Germania Doris mi si fece conoscere meno sprint. In Italia mi era parsa più ricca. Figlia di dottore tedesco, “avrà molti soldi” pensavo io. Invece, morto il papà finirono anche le apparenze del benessere. La madre era rimasta sola con la domestica a godersi la graziosa villetta con la piscina ed invitava, per distrarsi, degli amici a farvi il bagno, nudi.

Anch’io accettai volentieri l’invito e mi tuffai senza il fatidico peri- zoma. Ogni volta che ne mostro le foto ai colleghi rivivo l’emozione eccitante di quei momenti spregiudicati e naturisti.

Si faceva di tutto, mi ricordo, per distrarre gli occhi, con aria indif-

ferente, dai genitali propri e altrui.

A tavola, a passeggio e in giardino non si parlava che di ferie. Milletrecento marchi, millecinquecento marchi, duemila marchi, tre settimane, tutto compreso. Oh la Grecia, oh Maiorca, oh le popo- lazioni, oh la cucina! “In Svezia no. Lassù una delusione – dice- vano – prezzi alti, tipi tozzi, sessualmente primitivi e prevedibili”. All’Italia erano riservati i più belli elogi: Venezia, Firenze, il papa. Troppi ladri però! Troppo indisciplinati gli italiani. Secondo loro, noi avremmo bisogno di qualche uomo forte.

Non si parlava mai della Germania, se non del marco stabile e forte. Quasi un paese fatto per dimenticare, lavorando e producendo più degli altri. Unico diversivo, sei mesi per programmare le ferie e altri sei per rievocarle.

In attesa di ereditare la casa paterna Doris abitava su, all’ultimo piano. In Italia si direbbe una piccionaia. In compenso tutto era aggiustato con gusto razionale. Dormii in una specie di sgabuzzino. “Io mi adatto; ho dormito anni in tenda; ho fatto per tanto tempo lo scout” la rassicuravo. Doris venne a darmi la buona notte in- dossando abiti assai succinti. Volevo dirle che era molto carina e invece esclamai: “Che bella la Germania!” Ella rise e mi schiaffò un bacio sonoro e possente. Sentii i suoi odori penetrarmi, ma tenni duro. Quell’uomo del marito poteva non essere un vero nordico, in quanto a gelosia. Lo conoscevo così poco del resto. Il giorno dopo accettai volentieri di accompagnare Doris per la spesa.

Droghiere, mercatino, macellaio. Ovunque restavo interdetto nel vedere i centesimi del resto e il severo controllo sui grammi; ebbi l’impressione di essere ricco e pagai un chilo di fettine.

Da noi dieci lire, cinquanta lire nessuno le calcola; la lira cade a

terra ma non trova chi la raccolga. In Germania no.

I marchi nessuno li raccoglie perché nessuno li perde.

Lasciai Doris come l’avevo trovata. Passò il treno, mi caricò e via in direzione del Belgio. Per primo visitai William, un italiano di lusso che lavorava alla CEE e sa tutto. Spesso dice che non sa esprimersi per farsi capire. Bel personale, capelli lisci, sempre primo della clas- se. Presto, ma è anticipazione riservata, sarà promosso dall’ufficio di sotto a quello di sopra.

Era domenica e, aspettando che io trovassi la proposta poco interes- sante, mi disse: “La messa in quel convento è un’altra cosa, vedrai”. Il luogo era bello e panoramico e i frati erano molto cordiali con William. L’occhio si incantò sopra una serie di manifesti richiamanti l’uomo alla riflessione, all’ordine stabilito da Dio, contro il materia- lismo e contro il consumismo. “Fate un’offerta”.

Finalmente ci rimettemmo in macchina diretti verso l’Olanda.

“Se troviamo Hans risparmiamo tempo e denaro nella visita alle

bellezze di questo paese”.

Durante le soste, dal benzinaio e nei bar, William trattava in inglese. Sai, mi sussurrava, “Qui sono spietatamente divisi, se parli francese non ti rispondono e se parli fiammingo non ti capiscono”.

Si filava su quell’autostrada eccessivamente illuminata.

Di qua i fiori, di là le vacche. Pianura di qua e pianura di là, una gab- bia enorme e ben sorvegliata. Qui la popolazione straniera è sentita utile se resta al di sotto del dieci per cento.

“Guglielmo, pardon”. William pareva stipendiato per far capire che anche da noi si potrebbero fare tante cose, come e meglio che nel Benelux, ma con un più razionale sistema of programation.

L’operaio deve fare l’operaio, il tecnico il tecnico e il politico il po-

litico.

Non riuscivo a seguirlo nei suoi discorsi. Pensavo ad Hans, ad Am- sterdam, premuroso di ritornare presto a Bruxelles per riabbraccia- re Charlotte. “Tornerà domani”. Mi avevano risposto al telefono e praticamente il Belgio per me era soprattutto lei, specie dopo aver conosciuto le ultime notizie.

L’abitazione di Hans si trova nel mezzo di un moderno e molto rifi- nito complesso residenziale. Tutti si mostrano molto gentili nell’in-

dicarci la porta del nostro interessato. Egli è amico forte d’uno scapestrato mio vicino di casa. Viene ogni estate a Giulianova e si arrangia per mangiare e dormire.

Ci viene ad aprire sorpreso e lieto. Parla bene l’italiano anche se vi aggiunge una cadenza dialettale piuttosto buffa. William, dopo i convenevoli, insolitamente tace. Sarà forse colpito dalla bellezza trasandata e sensuale di Marie, la ragazza del nostro ospite, un po’ troppo scamiciata a dire il vero, oppure dalla strettezza dell’appar- tamento dei due.

“Qui è tutto del comune” ci dice Hans. “Anche il suolo delle case private. Una stanza più un retro cucina ci debbono bastare.

Non c’è spazio in Olanda per molti”.

Mentre ci intratteniamo, gustando yogurt e svariate qualità di for- maggio, bussano alla porta. Si affacciano due ragazzine e ci chie- dono oggetti usati per il terzo mondo. Girano casa per casa e così ognuno può convincersi di star bene e di godere, dal momento che miliardi di altri simili si accontenterebbero dei rifiuti.

Il discorso prosegue e finalmente William comprende che Hans e Marie studiano italiano perché stufi dell’Olanda. Venendo ogni esta- te da noi, frequentando compagnie scioperate e partecipando a nu- merose corse campestri, delle quali hanno piene di ricordi le pareti, si sono decisi ad abbandonare l’uno la scuola, e l’altra il mestiere di infermiera. “Per tentare, in Italia, una vita meno ordinata ma più umana”, dicono loro.

Ad Amsterdam giriamo i bei canali. Ci mostrano la prima chiesa che si staccò da Roma per seguire la riforma evangelica che, ben presto, irradia in Sud Africa. Il quartiere delle ragazze esposte in vetrina e tutto quel formicolio di uomini sazi ma poco o punto soddisfatti. Il viaggio di ritorno fu riposante. Dormivo e me ne scusavo ogni tanto con l’amico dirigente della CEE. Lui parlava sempre.

Diceva che Hans è un disadattato e che l’Italia rischia di “terzomon- dizzarsi” se continua a dare retta a branchi di utopisti lontani dalla realtà.

Il giorno dopo vidi finalmente Charlotte. Non credevamo ai nostri

occhi e volevamo conoscere entrambi subito le impressioni su tutto ciò che ci riguardava. Che cosa mi poteva importare della moralità della sua scelta? A me interessava lei, sempre cosi “succulenta” e gradevole anche sotto quella maxi trasparente. Anzi più attraente ora che tempo fa, sotto quegli abiti su misura. Mi stringeva tanto forte, pareva volesse spremere dalla mia vita chissà quale essenza magica e rassicurante.

Ci eravamo conosciuti a Loppiano, durante due mesi trascorsi in- sieme tenendoci per mano, convinti di cambiare il mondo con il sorriso cristiano.

Suo padre, il conte, da due anni, esattamente dalla data di separazio- ne dal primo marito, non aveva più voluto vederla. Il caro papino! La mamma farebbe meglio a non scomodarsi per andare a trovarla, restando lì tutto il tempo a recitare miserere.

“Sì”, raccontava decisa e sorridente Charlotte, “l’ho lasciato Jean Marie, il banchiere così bello, e profumato, sempre indaffarato tra Londra e Bruxelles. Non lo seguo più nella sua corsa agli affari”.

A dire il vero non è che il suo nuovo compagno mi ispirasse grande sentimenti. Basso, grasso e intelligente, un abilissimo mercante di psicanalisi.

In quella capiente casa di campagna, romantica e un po’ misteriosa, ricevevano cento telefonate al giorno. Passavano sotto le loro cure circa mille clienti all’anno, invaghiti e desiderosi di quel nuovo pro- pagandato equilibrio bio-energetico. Si trattava di signore di media borghesia la più parte, tediate da mariti consuetudinari e privi di prospettive. Numerosi anche gli scapoli. Charlotte, affascinante ani- matrice, introduceva questi malati di adattamento sociale al nudo, al tatto, al massaggio e alla riscoperta dell’anima in ogni parte del corpo.

Il convivente nel frattempo parlava, parlava e parlava; li incantava quei poveretti. Ad un certo punto, spettacolo finale, si pressavano uno contro l’altro sdraiati per terra onde ristabilire la reciproca fiducia, la disponibilità a dare e ricevere, i canali di contatto e di comunicazione.

“Valori perduti”, proseguiva Kanef, “in questa rovinata società dove

tutto s’è meccanizzato agli ordini del profitto”.

Due giorni di sedute, sabato e domenica, si pagavano ottanta mila

lire.

Stando ai clienti grande era la soddisfazione terapeutica di prepa-

rarsi la cucina insieme, dopo aver fatto le spese alimentari.

Al termine del corso, presa finalmente coscienza di essere infelici, di sciupare inutilmente il proprio potenziale energetico e non intrave- dendo vie d’uscita, qualcuno si spara alla tempia, altri si bucano e, nel migliore dei casi, ci si separa dal coniuge inibitore.

Nessun impegno politico è intravisto né indicato, giacché “i sociali- sti”, diceva Kazef, “sono ricchi quanto i loro avversari e, soprattut- to, perché polizia e autorità non tollererebbero attività con finalità sovversive, da parte di organizzazioni religiose educative, curative e “paraffine”.

Kazef, ebreo di razza, come lui stesso si definisce, con quel naso aquilino e quell’aria da stregone, dopo esser stato a New York, Ge- rusalemme, India e Giappone, lascia la moglie spagnola con tre figli e, con lo yoga, la bio-energetica ed un pene a quattro cilindri, con- vince Charlotte a mettergli a disposizione tutti i suoi beni mobili e immobili, fisici e morali.

C’era molta cordialità nei miei confronti ma qualcosa non doveva andare. Me ne accorsi dalla fatica che dovette fare Charlotte quando decise di accompagnarmi lei alla stazione di Namur, distante qua- ranta chilometri. Seppi per strada che dopo due anni era la prima volta questa che aveva osato contrastare la volontà del suo nuovo compagno.

“Ma sei stanca, ma è notte, ma è troppo lontano!” L’improvvisa osti- nazione di lei lo disorientò e cedette.

Me ne raccontò di cosette Charlotte in macchina. Non aveva però il coraggio di contrastare direttamente lo psicanalista.

“Mi trascura un po’; è troppo occupato, e poi ha il cuore legato ai tre figli della prima moglie. Li va a prendere ogni volta che può”. Bambini simpatici. Io vidi solo i primi due e verso la figlia maggiore

quattordicenne il papà aveva un atteggiamento antitabù e liberato-

rio. Le toccava il seno e le massaggiava il sedere.

“Jean Marie che fa? Seppi s’era risposato con una donna di gusti simili a lui. Strada facendo scoprivo sempre più evidente il disagio della mia amica ma non sapevo che cosa rispondere a ciò che lei, in fondo, non aveva il coraggio di chiedermi. L’avrei condotta volen- tieri con me in Italia.

Ma io che cosa le avrei potuto offrire? Le corna di mia moglie? Anzi con l’atmosfera commovente che s’era creata, non osavo neppure proporle di accostare l’auto ai bordi di qualche viuzza poco illumi- nata. Eppure quella sera doveva esserci molta disponibilità in lei. Difatti alla stazione ferroviaria facemmo ridere giovani e vecchi.

Ci abbracciavamo e riabbracciavamo come due persone che non

hanno niente da perdere e niente da guadagnare dal pubblico. Stando così stretti e muti, le volevo dire che avevo sognato una vita a due con lei. Ma a Loppiano, anni addietro, l’avevo conosciuta as- sieme a Jean Marie così felici e così chic, da sentirmi subito escluso da ogni concorrenza matrimoniale.

“Che ne pensi di Kazef”? azzardò infine.

“Per me è un porco opportunista”. Ma non ebbi il coraggio di dir- glielo anche perché nel frattempo era già arrivato il treno.

Capitai in uno scompartimento con un’americana sui quaranta e una meravigliosa mulattina sui diciotto. Dopo alcuni convenevoli allungammo i sedili e ci sdraiammo. La ragazzina capitò in mezzo. Spenta la luce mi sentii addosso un frusciante e fresco carname che non mi fece chiudere occhio per tutta la notte. A Basilea la mulatta ritirò il sedere; l’americana alzò il suo e, schiamazzando in inglese, se ne andarono. Forse mi avevano preso per uno stupido gay ma io, innanzitutto, avevo sonno e poi, proprio tutte a me dovevano capitare!

La signora Frey mi attendeva davvero in quel paesino vicino S. Gal- lo, pulito e ordinato come un cimitero. Vi passai tre giorni uno più cretino dell’altro. La signora così disinvolta, in assenza del marito, di turno al Sempione per difendere i confini bancari, dormiva con

la figlia. Il cane, come al solito, di notte faceva la ronda in corridoio. Per la paura evitavo persino di andare a pisciare.

Lui il signor Frey, se l’è spassata con mia moglie in Italia.

Ci metto la mano sul fuoco. Io l’emancipato! Temo proprio tremen- damente che mia moglie si sia comportata con l’amico svizzero in maniera diversa, molto diversa che la signora Frey con me.

La sera della partenza viene a prendermi la sorella dell’ingegnere

che abita in città, nubile.

Strada facendo mi convince, orario dei treni alla mano, che è meglio in fondo partire il mattino

dopo. Accetto entusiasta. La speranza è dura a morire.

Un tipetto rifinito al millesimo Edy, anche parecchio gentile a ve- derla lì per lì. Giunti al suo ppartamentino, mette a bollire un po’ di erbe e salsicce. Si apparta un istante e si ripresenta in vestaglia, una specie di minigonna svolazzante; per lavorare più spedita penso io. Non feci una piega né durante la cena, né dopo coi dischi e il wisky. Che cosa avrei dovuto fare? Comportarmi da cavernicolo, mettermi a fischiare? Non vi era che un letto in vista per dormire ed allora, in attesa del lieto evento, massima educazione. Invece no.

“Ho un lettino da campo qui, preferisci le coperte o il sacco a pelo?” Mi sentii raggelare. Feci un sorriso e mogio mogio mi ficcai dentro al sacco, vestito. Lei manovra quel poco che le restava sotto la ve- staglia davanti a me come davanti ad un medio e dopo alcuni giri…. buona notte.

Il mattino dopo la rividi nuda e la rimirai preparare in vestaglia il caffè. Poiché era difficile parcheggiare e doveva trovarsi puntuale come una svizzera in ufficio, mi scaricò nei pressi del semaforo più vicino alla stazione.

Quello che mi disse prima di lasciarmi, anche se scherzava mi fece

molto male, anzi malissimo e ancora ne risento.

In fondo io ero ospite e sarebbe toccato a lei prendere iniziative.

A Milano perdetti tutto il pomeriggio con Sabina, di qui di là, an- dammo persino da sua zia. “Si vuole suicidare poveretta” mi disse. Ma che me ne frega d’una vecchia zitella. Io vengo qui da te, dopo

mesi che non ci vediamo, e tu invece di organizzare qualcosa di in-

teressante, cicì e ciociò! Ma se ti provi a parlare così, subito dicono che sei uno col chiodo fisso, uno a cui premono solo determinate cose. Per cui sei costretto a fingere: oh la poveretta, oh, oh, oh la fregna!

Eccoci finalmente alle native spiagge, libero di sfogliare album di souvenir a colleghi curiosi e invidiosi.

Non mostrerò più ad una donna, però, questi miei ricordi.

Una studentessa del mio quartiere, una di quelle d’assalto, per inten- derci. Maglioncino così, gonna svolazzante e linguaggio incazzato, mi abborda per avere delle informazioni. Vuole partire con un’ami- ca ma con pochi, pochissimi soldi.

Gira e rigira, aprendole i risvolti dell’Europa, quasi senza volerlo, scivolo a parlare del mio mondo di amicizie nordiche.

Ad un certo punto, restringendo il discorso e allungando una mano su quel tintinnare da capogiro sotto il maglioncino, mi sento inve- stire da una scarica isterica.

La puttanella si sente offesa! “Ohé!” strilla. “Se siamo emancipate non credere però che apprezziamo i maniaci di scalpi femminili.

Le tue collezioni tienitele per te e non venire più a rompere… finoc- chio della malora ecc. ecc.” Sporca femminista, prima di parlare con

me vatti prima a dare una ripulita, gira il mondo

il primo racconto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *