Tutti a scuola

Tutti a scuola

Terza puntata del sunto del libro “Io ho vissuto la coda del medioevo” di Maria Angela Vanni (Edittpress edizioni – 12 euro). Maestra elementare in pensione ci parla degli alunni degli anni 50

Vita da alunni, anni ’50

Entrai a scuola a cinque anni: così volle mio zio, il maestro. Dopo aver frequentato la prima e la seconda elementare a Casemolino, per la terza, la quarta e la quinta si doveva andare a Villa Zaccheo, cioè a due chilometri da casa mia. 

Nel 1955, terza elementare, sette anni, insieme ai miei cugini e ad altri bambini con il freddo, con la pioggia o con la neve, andavamo a scuola a piedi. Tra noi c’erano anche ragazzi di quindici anni, avevano ripetuto a volte anche per tre volte consecutive la stessa classe. Per fortuna le nostre cartelle erano leggere, di cartone, tutte uguali. All’interno solo le cose essenziali: il libro di lettura, il sussidiario, due quaderni con la foderina nera, la penna con il pennino che si intingeva nel calamaio e una scatoletta di colori. I colori dovevano durare per cinque anni, per questo si accorciavano sempre di più.

La mattina verso le sette e trenta, dopo aver indossato il grembiule nero, il fiocco rosa, partivo da casa, aspettavo che arrivassero tutti i miei compagni e ci avviavamo per raggiungere la scuola. 

Lungo la strada accadeva di tutto, scherzi, piccoli incidenti, litigi, ma nulla di tanto grave. I ragazzi grandi facevano i bulli, ma senza cattiveria e accanimento almeno con noi piccoli. La strada, per quasi un chilometro, era su terra, tra due file di gelsi; da Petriccione in poi diventava strada bianca.

I ragazzi più grandi a volte prendevano delle lunghe canne e ci ostruivano la strada, tenendole da un bordo all’altro del percorso all’altezza di una cinquantina di centimetri. Per me era una disperazione, ma in qualche modo me la cavavo, passavo sotto la canna o la scavalcavo. 

Solo una volta persi le staffe e dissi la prima bestemmia della mia vita. Quel giorno avevo indossato il mio impermeabile nuovo simile a quello di Cappuccetto Rosso, marrone a ruota col cappuccio, senza le maniche, lungo fino ai piedi. 

Me l’aveva comprato mio padre per non farmi bagnare in caso di pioggia. Mi chinai, cercando di rimuovere la canna, ma un lembo dell’impermeabile finì sotto una scarpa e nel rialzarmi si strappò formando un buco di sei o sette centimetri. Piansi, non sapevo come raccontare a papà l’accaduto e pensando che mi rimproverasse, andai a casa di mio zio che mi soccorreva ogni volta che avevo bisogno di aiuto. Lui riattaccò lo strappo, così tornai a casa, nella speranza che nessuno se ne accorgesse.

A Zaccheo la mia aula era posta al secondo piano del palazzotto della maestra. Lei sembrava più anziana di quello che fosse a causa del suo carattere austero, dei suoi capelli bianchi raccolti in una treccina dietro la nuca. Ogni mattina arrivava direttamente dalla camera da letto: sento ancora i tacchetti delle sue scarpe, vedo ancora il suo volto sempre uguale, la sua espressione severa che non tradiva nessuna emozione. Non sorrideva mai, così ci risparmiava la vista dei suoi denti giallognoli. Arrivava in classe con una vecchia sveglia in mano, che pareva le somigliasse.

Noi eravamo terrorizzati e in silenzio assoluto. Sulla cattedra troneggiava la sua bacchetta, che usava spesso per darcela sulle mani. A quel tempo i maestri, col benestare dei genitori, si prendevano tutte le licenze che volevano. Spesso lei faceva rimanere in castigo i bambini che non avevano studiato fino alle sedici del pomeriggio, senza che i genitori fossero avvisati; del resto pur volendo i telefoni non c’erano né i genitori l’avrebbero preteso. Una volta il castigo toccò anche a me. La domanda fatidica che mi incriminò fu: «Chi è Dio?».

Dovevo rispondere a memoria: «Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra». Non me ne sono scordata più. Mi disse che dovevo rimanere in castigo e che prima delle sedici sarebbe tornata per verificare se avevo imparato le risposte a memoria. 

Eravamo in quattro, tutte femmine, senza pranzo e senza servizi igienici. Il bagno personale lei lo aveva, ma non ci permetteva di usarlo. Il nostro stomaco brontolava e il languorino si accentuava a causa degli odori invitanti provenienti dalla cucina del piano sottostante dove lei comodamente pranzava. A un certo punto del pomeriggio avevamo la necessità di andare al bagno, ci consultammo, non sapevamo come comportarci. Aprii un armadio, trovai un secchio di latta che lei usava per innaffiare i fiori che aveva nella terrazza prospiciente la nostra aula. Lo presi, ci guardammo e con un po’ di riluttanza e paura che potesse arrivare, facemmo di necessità virtù, trasformammo il secchio in vaso da notte. 

L’ultimo ostacolo, l’ultima soluzione da trovare, dove gettare le urine. Dopo un breve consulto decidemmo di innaffiarci i fiori della terrazza. A un certo punto arrivò lei con espressione inflessibile senza un minimo di pietà e di comprensione, ci interrogò e finalmente ci fece uscire. 

Alle quattro di pomeriggio, d’inverno, il sole era già basso e a breve sarebbe arrivato l’imbrunire. A stomaco vuoto ci avviammo verso casa: avevamo due chilometri davanti a noi, con le nostre scarpe che a volte erano troppo larghe, altre troppo strette. Camminavo con la pena di non sapere come avrebbe reagito mio padre. Mi facevo le congetture più strane. Quei timori non mi davano tregua, non avevo la grinta di camminare in fretta, perfino i morsi della fame si erano allentati. Era piacevole vedere di fronte a me il sole: era diventato quasi pallido come la luna, stava per sparire dietro i Monti Gemelli. Da Casemolino le montagne apparivano lontane, ma si vedevano molto bene, conoscevo ogni piega del loro profilo, abituata a vederle anche da vicino nei periodi in cui stavo a Garrufo.

Mentre mi perdevo nel panorama e nelle mie fantasie, giunsi a casa. Sfugge dal radar dei miei ricordi che cosa accadde, probabilmente mio padre si dimostrò comprensivo in quella circostanza. Ho delle immagini nitide dei fatti più eclatanti che accadevano nel nostro percorso casa-scuola.

Un giorno, mentre i ragazzi si facevano i dispetti, spinte, sgambetti e altro, Vincenzo, un ragazzo buono, tranquillo, aveva circa quindici anni, finì in un dirupo in mezzo a un cespuglio, eravamo all’ altezza dell’attuale ristorante “Il Cavallino Rosso”. Sentii urlare, era Vincenzo: lo aiutammo a uscire, aveva il viso pieno di sangue, un sopracciglio pendeva sul naso. D’impulso, mi resi protagonista di un’impresa più grande di me, presi il sopracciglio lo rimisi al suo posto premetti il fazzoletto e il sangue che usciva copiosamente si attenuò. Nel frattempo arrivarono degli adulti, richiamati dalle nostre urla. Continuarono loro il lavoro che avevo iniziato io; non ricordo se lo portarono dal medico o che cosa accadde dopo.

Vincenzo, lo rividi da grande: si vedeva ancora la cicatrice sull’arco sopraccigliare. Ricordò l’episodio e mi ringraziò: grazie a me non era rimasto sfigurato.

In quarta elementare, io e mia cugina imparammo ad andare in bicicletta; ogni tanto la usavamo per andare a scuola. La bicicletta era una sola, lei era un po’ più grande di me e più brava, perciò guidava lei; se ci provavo io spesso perdevo l’equilibrio e le capriole erano assicurate. Un giorno, mentre appunto ero io alla guida, finimmo in una grande buca posta ai margini della strada, contenente calce spenta. Uscimmo che sembravamo due fantasmi, tirammo fuori la bici, anch’essa imbiancata. Subito dopo iniziammo a litigare e ad insultarci fino a casa.  Quella fu l’ultima uscita in tandem.

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