Speranza, un vocabolo che molti non possono più usare. Storia di un terremoto
La morte di un figlio ,sotto le macerie di un terremoto, non prevede l’ultima spiaggia. Alla giustizia, questo, non interessa ed è per questo che ha affrontato le responsabilità su quelle morti molto lentamente.Tra 3 mesi saranno sedici gli anni passato dal sisma de L’Aquila.
Sinora i togati hanno detto che la colpa è stata tutta dei “ragazzi incauti” , cosi li hanno definiti. Questo passerà alla storia, quella dei libri, questo è passato tra tanta gente che ha archiviato cosi la fine di una vita troppo breve. Gli universitari, furono 54 deceduti quella notte, stavano vivendo nel capoluogo di regione una tappa importante: lo studio per costruire il futuro proprio.
Non sapevano dei terremoti devastanti nei secoli, non sapevano che negli anni 60 quegli appartamenti erano stati costruiti male in barba a decine di studi che dicevano di realizzare le strutture antisismiche. Non sapevano nemmeno che quegli scienziati che una settimana prima dissero che le “scosse erano benefiche” e “bisognava brindare con un buon bicchiere di vino di Ofena”…. scherzavano. Una ultima spiaggia c’è anche se non riporterà in vita quelle anime candide e con loro la serenità dei genitori.
C’è un ricorso alla cassazione che potrebbe riaprire il processo grazie all’analisi totale della situazione di quello che successe a L’Aquila analizzando parole, avvenimenti e il “volumi che diedero all’intera popolazione. Io da sempre sono vicino ad una Onlus, A.V.U.S. 2009, che ha gridato forte di approfondire gli episodi e legarli insieme per avvivare ad eventuali responsabili. Vi propongo un filmato del 2010 dove parla Sergio Bianchi, il papà di Nicola.
