Sostiene Mario Giunco: LA STREGA ORSOLINA

Sostiene Mario Giunco: LA STREGA ORSOLINA

Dall’archivio vescovile

“Dio, soccorrimi, non ho altro che te.  La verità l’ho detta e non c’è più niente nel mio cuore”, dice Orsolina fra i lamenti. Il giudice ordina che sia sospesa la tortura, la donna sia deposta a terra con cautela, slegata e rivestita. E intervenga un medico, per rimettere in sesto le ossa malconce. Orsolina di Pasquale non sembra una strega di prima classe, di quelle che partecipano al sabba, resistono ai tormenti più efferati  senza battere ciglio e se ne vanno al rogo con aria di sfida. Forse non è nemmeno quella fattucchiera di villaggio, che si vuol dare a intendere.

Agli inizi del Seicento, a  Miano, su una collina a cinque chilometri da Teramo, una piccola comunità isolata, chiusa e gretta, le voci circolano, si amplificano. Il passatempo prediletto è accusare di stregoneria una povera donna di quarantadue anni. Con una figlia sedicenne a carico, chiamata Francesca, nata dopo la morte del consorte, più o meno legittimo. Nel suo curriculum una serie di peccatucci di gioventù e una condotta non irreprensibile in seguito. Ma è una buona massaia e da qui iniziano le sue disgrazie.  Sui maccheroni che ha preparato si trovano alcune gocce di sangue. 

Subito si grida al maleficio. Tanto più che un’altra Francesca, spiritata figlia del notaio Cicchitto, sarebbe stata liberata dal demonio  proprio per intervento di Orsolina, che le sussurra in un orecchio: “Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi quia per sanctam crucem et passionem tuam redemisti mundum”.  Una donna analfabeta può conoscere il latino? “E’ stato proprio Il notaio  – ribatte Orsolina – ad insegnarmi la formula sacra”.  Si aggiunge una denuncia anonima e tanto basta per imbastirle il processo, che ha inizio il 29 febbraio 1612, nel palazzo vescovile di Teramo, con  prigione e sala di tortura. 

Gli atti giudiziari si conservano nell’archivio episcopale e sono di una precisione esemplare: la denuncia, l’escussione dei testi, gli interrogatori dell’imputata, anche sotto tortura, le ulteriori citazioni di persone recalcitranti o timorose della Corte, la richiesta di condanna del procuratore, la sentenza. Fra i testimoni,  il più insidioso è tal Bernardo di Rocco. Per lui Orsolina è senza  dubbio una strega, sa  fatturare, arte che ha appreso a Tossicia, è in contatto con il maligno. Una volta le aveva offerto del pane, “per amor di Dio”. Era un venerdì di Quaresima e lei lo aveva rifiutato, rispondendo stizzita che non aveva bisogno dell’amore di Dio. “

Invece Bernardo – replica Orsolina – è venuto a casa mia per chiedermi di dare da mangiare a certi sbirri e, non avendo niente, mi ha fatto incarcerare e condurre di fronte al vescovo di Teramo. Se non ho detto la verità, sia tagliata a pezzi. Torturatemi pure, io non posso dire altro di quello che ho detto”. Con qualche esitazione e nuovi moniti,  il giudice la manda al supplizio della corda (le mani del torturato si legano dietro la schiena, con una fune sospesa da una carrucola fissata al soffitto, la fune si arrotola attorno a una ruota e viene fatta ricadere all’improvviso).

Sono le lacrime a salvare Orsolina, almeno in parte.  Si riteneva che le  “vere” streghe  fossero insensibili  al dolore e che i loro occhi rimanessero aridi per sempre, mentre il pianto abbondante dei torturati deponesse in favore della loro innocenza.  Il 30 ottobre 1612, il vicario generale Orazio Mancini pronuncia la sentenza, che, al netto delle varie formule barocche,  condanna la donna a mettersi in ginocchio, con una candela accesa, davanti alla porta della cattedrale di Teramo, durante la messa maggiore e ad andarsene in esilio per un anno. Fuori da Miano e dalla diocesi aprutina, pena la fustigazione. E in attesa della probabile revoca. Ma tanto basta per accontentare l’opinione pubblica.

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