Sostiene Mario Giunco. La squartatrice di Teramo sconvolse una intera comunità

Sostiene Mario Giunco. La squartatrice di Teramo sconvolse una intera comunità

IL PROCESSO ALLA SQUARTATRICE DI TERAMO. GIGINO LO RACCONTA SU “IL MATTINO D’ABRUZZO”

di Mario Giunco

Elisa, ragazza madre di Cermignano, vuole rifarsi una vita e lavora come domestica a Teramo. Giorgio Gino, attempato cultore di amori ancillari,  è in cerca di conforto dopo la morte, quasi contemporanea, del figlio adottivo e della moglie. L’incontro fra due solitudini sarebbe decisivo, se non comparisse Cesarina, figlia di una famiglia benestante, solo un po’ avanti negli anni, impiegata in un ufficio pubblico. E’ il classico dramma della gelosia, che in quegli anni trionfa sugli schermi e sui fotoromanzi.

A Teramo si consuma in un sonnacchioso pomeriggio del 13 agosto 1952. Nel cortile della casa, dove era in servizio Elisa, sono in parecchi a sentire e a capire. Invece che sul vero, o sperato amante, la donna consuma la sua vendetta su Cesarina, che uccide con trentotto coltellate, una sola mortale. Per tentare di far sparire il cadavere, lo seziona, prima le gambe, poi un braccio. E’ il delitto della Squartatrice, che infiamma la fantasia popolare e riempie le cronache del tempo.

L’assassina è rinchiusa in carcere in quella stessa notte, poche ore dopo il rinvenimento del corpo mutilato, occultato alla meno peggio. Il processo in Corte d’Assise inizia il 12 maggio 1953. Il giovane Luigi Braccili ne riferisce come inviato de ”Il Mattino d’Abruzzo”. Ecco uno stralcio del suo articolo:  “O per volere della Elisa e del suo difensore sorge il fatto nuovo, di precisazioni di fatti e persone che concorsero nel delitto, o la Elisa conferma quanto ha già deposto e nulla più. In questo ultimo caso il processo avrà l’epilogo che si ritenne da alcuni scontato, senza che nuovi fatti prendano consistenza. Nella prima ipotesi sta solo al Pubblico Ministero il diritto e la grave responsabilità dell’iniziativa…di credere o non credere, di nuove indagini o meno, di incriminare o non incriminare altri nel grave e complicato processo, ove ombre sinistre a mala pena riescono ad essere contenute, e dagli atti processuali, e dalla Parte Civile testimoniate, e dai loro avvocati, e dalla stampa, e dalla pubblica opinione…”. Elisa è condannata all’ergastolo, pena ridotta a ventotto anni in Appello e in Cassazione.

Riacquistata la libertà, muore a Teramo nel 1986. Il fratello della vittima, stimato veterinario, si era da tempo trasferito  a Roseto, dove esercitava anche le funzioni di ufficiale sanitario. Aveva cercato vanamente di coinvolgere nella responsabilità del delitto Giorgio Gino. Abitava in una villetta al centro del paese, in un pittoresco disordine. Si dedicava a studi di carattere esoterico e scrisse un ponderoso volume, che diffondeva in ciclostilati, sulle profezie di tutti i tempi e su Nostradamus. Elisa, nelle lettere dal carcere, si preoccupava di far avere la penna stilografica e la matita al figlio adorato, perché voleva che continuasse a studiare. Si lamentava del suo destino, del “fatal destino”, che l’aveva spinta ad uccidere. Come in una tragedia greca.

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