SOSTIENE MARIO GIUNCO I DELITTI SENZA CASTIGHI, MISTERI INSOLUTI A PESCARA 

di Mario Giunco

L’avvocato Fabrizio Fabrizi toccò l’apice della notorietà nazionale all’inizio degli anni Novanta. Difese ventottomila carabinieri, che reclamavano l’equiparazione  di stipendio ai pari grado della Polizia. Allora fu lo Stato a soccombere e a riconoscere il diritto. Fabrizi non si occupava solo di queste vertenze di categoria. Seguiva da vicino e con pari interesse vicende ugualmente delicate.

A Pescara il suo  studio era in via Milano. Nella notte fra il 4 e il 5 ottobre 1991 fu raggiunto da una telefonata (rivelatasi falsa). Il suo ufficio era stato svaligiato dai ladri, doveva accorrere subito. Scese in strada con la segretaria e si affrettò a prendere la macchina. Ma non fece in tempo a partire. Cinque proiettili calibro 7,65 lo freddarono all’istante. La donna fu risparmiata. Aveva visto in faccia l’assassino. Ricordava i suoi “occhi di ghiaccio”. Si è calcolato che, da quell’anno, in Abruzzo vi siano stati oltre venti “gialli” senza risposte. Solo a Pescara, negli ultimi sedici anni, restano otto casi ancora coperti da fitte tenebre: omicidio di Elena Maniero, figlia di Felice Maniero, boss della Mala del Brenta, nascosta sotto falso nome (2006); omicidio di Manuela di Cesare (2007); omicidio – forse per errore – dello studente Roberto Straccia (2011); scomparsa misteriosa di Silvana Pica (2012); omicidio di Italo Ceci, componente redento della banda Battestini  (2012); omicidio di Nicola Bucco (2012);  omicidio di Alessandro Neri (2018); omicidio di Walter Albi (2022).

Tuttavia,  per le sue implicazioni, il delitto Fabrizi, anche se cronologicamente anteriore, è considerato un “unicum”. E’ il simbolo e la “summa”  di tutti i misteri irrisolti (o non investigati a dovere). Per far luce sul delitto Fabrizi si seguirono diverse piste. Si cominciò da quella sentimentale, senza alcun esito. Si pensò a un delitto collegato alle vertenze dei carabinieri e ai servizi segreti (che non mancano mai). Infine si esaminarono i documenti  conservati nello studio di via Milano e il mistero assunse tutt’altra dimensione. L’avvocato si occupava, come consulente, delle modifiche da apportare al piano regolatore di San Giovanni Teatino, per la realizzazione del primo centro commerciale abruzzese  (che non si fece: già allora qualcuno pensava  che servissero a riciclare denaro sporco) nell’area del Consorzio Industriale.

Era una sorta di “facilitatore”, come si direbbe con terminologia recente e aveva già “promesso” qualcosa a un importante imprenditore.  Ma preferiva lavorare anche in proprio, a costo di passare per doppiogiochista. La Procura di Pescara, diretta da Enrico De Nicola, ritenne di aver individuato l’esecutore (un killer di professione, che aveva già ammazzato il direttore della Asl di Saluzzo) e il mandante (un noto imprenditore, che avrebbe voluto realizzare il centro commerciale). Il processo si celebrò a Chieti nel 1993. Si risolse con un’assoluzione generale. E la Procura, senza motivo apparente, fece trascorrere i tempi per il ricorso in appello. Tutto finì così? Non proprio. I documenti conservati  nello studio Fabrizi scoperchiarono un pentolone di corruzione diffusa, malaffare, imbrogli , tangenti e spudorate clientele. Altro che Abruzzo “isola felice”. Scattarono decine di arresti, che cambiarono la geografia politica dell’Abruzzo. Andrea Buracchio, giovane sindaco democristiano di Chieti, molto vicino alla parlamentare lancianese Anna Nenna D’Antonio, si dimise, come Pino Ciccantelli, sindaco di Pescara, lui pure gaspariano. Ma sulla fine dell’avvocato Fabrizi calò il silenzio. 

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