Sostiene Mario Giunco : ghigliottina teramana

di Mario Giunco

A Teramo l’ultima “ghigliottinata” avvenne nel 1851, per l’assassinio del parroco di Guardia Vomano, don Pantaleone Binni (1796-1848). Nel 1848 scoppiano insurrezioni e tumulti in ogni parte d’Italia. Venezia, Milano (le “cinque giornate”), Parma e Piacenza, Modena e Reggio, il granducato di Toscana, Livorno, Roma, Napoli, Palermo e tutta la Sicilia si sollevano contro il potere costituito.  Ferdinando II di Borbone (1810-1859), re delle Due Sicilie (a cui apparteneva l’Abruzzo), dapprima concede la Costituzione (10 febbraio), poi se la rimangia (15 maggio). Segue una feroce repressione. Il sovrano si era guadagnato il titolo di “Re Bomba”. 

Anche a Teramo, chiamata “La turbolenta” e in provincia gli animi si riscaldano. A Notaresco, il 30 maggio, nella chiesa di san Pietro apostolo si allestisce uno dei tanti funerali finti per re Ferdinando, che, superstizioso come era, li considerava di ottimo auspicio. Il medico Ciro Romualdi (1805-1886), uno dei più infervorati – voleva proclamare la Repubblica di Cologna –,  fa cantare in chiesa un “Miserere” blasfemo.  Nella vicina Guardia Vomano officiava don Pantaleone. Da antica data legato ai Borbone,  non approvava i moti di piazza. Viveva con una misera congrua, che il comune di Notaresco avrebbe dovuto integrare. I fondi c’erano,  ma – come succedeva solo allora –  erano stati stornati per l’acquisto di cinquanta fucili, polvere e pallettoni, da usare alla prima occasione. 

Don Pantaleone si rivolge alla giustizia, ma è costretto a lasciare il paese. Quando  ritorna, subisce nuove angherie. Si decide di  toglierlo di mezzo. Undici “congiurati”  – tra cui Romualdi e i parenti di un sacerdote guardiese, che ambiva al posto del parroco – stabiliscono modi e tempi. Raccolgono il denaro per pagare i sicari, due “titolari” (Vitantonio  Narcisi, detto “Miccetto”, Raffaele Candelori, detto “Baronetto” ) e una “riserva”, che poi prende parte alle operazioni (Celestino Polce, detto “figlio di Ciafà”). La sera del 10 agosto don Pantaleone celebra la funzione. Mentre ritorna a casa i tre lo aggrediscono a coltellate e lo lasciano sanguinante sulla strada. Narcisi gli introduce nel naso una presa di tabacco. Dagli atti risulta che il giorno dopo viene  eseguita l’autopsia. All’aperto, da Ciro Romualdi, che era medico e che pare abbia così commentato: “Non si è visto mai un porco così grasso!”. Dalle finestre si godono lo spettacolo gli autori del delitto. Il 13 agosto, il sostituto di don Pantaleone celebra la sua prima messa a Guardia Vomano, oltraggiando, nell’omelia, il predecessore. Il 27 ottobre  la Gran Corte Criminale di Teramo prende visione degli atti di accusa e del referto autoptico. 

Spicca mandato di cattura nei confronti dei tre assassini. Ciro Romualdi, condannato in contumacia, perché ritenuto uno dei mandanti, si è già rifugiato a Genova. Anche gli altri responsabili, con nomi falsi e con varie coperture, scampano oltre confine. Non per molto. La Gran Corte Criminale, il 29 aprile 1851, condanna  Narcisi alla pena di morte, Candelori  e Polce all’ergastolo. La sentenza capitale è eseguita il giorno dopo a Teramo, sotto il ponte del Vezzola. Per l’ultima volta è usata la ghigliottina, retaggio della rivoluzione francese. Dovrebbe essere ancora conservata a Teramo. 

Il Pubblico Ministero si prende cura dell’esecuzione e annota diligentemente le spese sostenute: “Maccheroni con ragù di petto di pollo nel giorno 29 aprile 1851, arrosto e insalata alla sera, una gallina per il brodo, carne e ragù la mattina del 30 aprile; scomodo e piatti non riconsegnati; n. 2 boccali di vino e un orinale; carbone per l’intera notte sulla fiumana e nel Vaglio Comunale per uso della Guardia della Cappella; olio per i lumi e il fanale nella fiumana; olio per ungere i ferramenti del palco e la scorritoia; quattro facchini per il ceppo; ricetto del palco; un facchino pagato dal Gendarme di Polizia Pisciella per ricoprire il sangue sotto il palco;  un maestro falegname per comporre e scomporre il palco”. 

Un commento

  1. Claudio Angelozzi

    Magnifico, Mario Giunco!

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