Sostiene Mario Giunco.DISASTRO VAJONT: I FILI CON L’ABRUZZO

Erano in gran parte della nostra regione le maestranze che realizzarono la diga. A L’Aquila il processo, i cui atti sono ora diventati patrimonio dell’Unesco

“Chiedo umilmente perdono alle nostre montagne se qualche volta non ho potuto o saputo ottenere un risultato soddisfacente”. Con queste parole, nel 1961, si accomiatava dalla vita Carlo Semenza, ingegnere progettista della diga del Vajont.

Perdono alle montagne, non anche agli uomini, come forse avrebbe dovuto.  Ma non poteva sapere. I lavori di costruzione dell’invaso, iniziati nel 1957, dopo una più che trentennale preparazione, si conclusero nel 1960. Passarono appena tre anni  e il 9 ottobre 1963 trecento milioni di metri cubi di roccia si riversarono nel bacino artificiale, sollevando un’onda gigantesca, che distrusse interi paesi  (Erto, Casso, Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova e Faè) e provocò quasi duemila vittime.

Storia lunga, quella del Vajont. Che sa di responsabilità eluse,  di mancati controlli, di disattenzioni colpevoli.  Che anche oggi dovrebbe far riflettere, di fronte a sciagure che, se non nelle proporzioni, sono simili negli esiti.  La diga era stata costruita sotto il monte Toc, che significava  “monte toccato, marcio, inaffidabile”.

 I valligiani lo sapevano e invano lo avevano fatto presente. Gli operai provenivano in gran parte dall’Abruzzo, da Lettomanoppello,  come era accaduto per la miniera di Marcinelle. Li chiamavano “acrobati delle dighe”, perché erano in grado di lavorare appesi alla roccia e di far esplodere cariche a trecento metri di altezza.

Ma non eranoresponsabili del disastro. La tesi della catastrofe naturale imprevedibile, avvalorata da giornalisti autorevoli  (Giorgio Bocca, Dino Buzzati), fu ben presto  accantonata. Responsabilità precise vennero alla luce, grazie anche al lavoro di una coraggiosa giornalista investigativa, Tina Merlin,  confluito in un testo teatrale,  l’orazione civile di Marco Paolini, ammirata anche nel parco della Villa comunale di Roseto.  Dopo cinque anni si arrivò al processo.

Lo Stato si trovava in una posizione non comoda. Era, al tempo stesso, parte civile (chiedeva cento miliardi di danni agli imputati, la società Sade, passata alla Montedison e l’Enel), giudice e imputato. Nel frattempo l’Enel  – la Montedison non ne voleva sapere niente, perché meravigliarci dopo recenti vicende che ci riguardano più da vicino? –  propose un risarcimento pecuniario per i familiari delle vittime (tre milioni di lire per il coniuge, un milione e mezzo  per il figlio e somme minori per i familiari conviventi).

Diversi firmarono la transazione senza nemmeno toccare i soldi, lasciati in banca. Di quattromila parti civili restarono meno di cento, intenzionate a far valere i propri diritti.  Perciò lo spostamento del processo da Belluno a L’Aquila, per “legittima suspicione” – cioè per “fondato sospetto” di turbativa dell’ordine pubblico – fu considerato un’offesa e  un’ulteriore ferita per i sopravvissuti.

Belluno dista settecento chilometri dall’Aquila. Il dibattimento iniziò il 25 novembre 1968.Il Comune di Longarone nominò suo difensore l’avvocato aquilano Nino Carloni (1910-1987), che gli appassionati di musica ricordano come fondatore della Società aquilana dei concerti (1946), dell’Istituzione sinfonica abruzzese (1970) e dei “Solisti Aquilani” (1968).  La sentenza di primo grado (17 dicembre 1969) fu aspramente contestata. In tribunale scoppiò una rivolta.

La prevedibilità della frana non venne riconosciuta, la Montedison fu sgravata da ogni responsabilità, come lo Stato.  L’Enel unica colpevole.  Il 20 luglio 1970 la Corte d’appello de L’Aquila ribaltò completamente la sentenza di primo grado. Riconobbe la responsabilità degli imputati per i reati di frana, inondazione e omicidio colposo e li condannò a pene variabili. Anche questa non sembrò una sentenza soddisfacente. Ma l’avvocato Carloni svolse il ruolo di abile mediatore e placò gli animi più esacerbati. Il 25 marzo 1971 la Corte di Cassazione emise la sentenza definitiva, quattordici giorni prima della prescrizione dei reati.

Non era stata una tragedia naturale, ma un disastro, anche se colposo,  provocato dall’uomo. La responsabilità ricadeva su chi aveva gestito il serbatoio e su chi avrebbe dovuto vigilare. La valutazione del risarcimento dei danni, da parte di Enel e Montedison (ex Sade), corresponsabili del disastro,  era demandata al giudizio civile.

Passarono ancora molti anni. Solo nel 2000 le due società si decideranno a pagare novecento miliardi di lire per transazione. 

2 commenti

  1. Enzo Rapagna'

    Bellissimo articolo..
    Tante cose non le sapevo…
    Grazie Umberto e grazie Mario?
    🤔❤️‍🩹❤️

  2. Enzo Rapagna'

    Bellissimo articolo..
    Tante cose non le sapevo…
    Grazie Umberto e grazie Mario!
    🤔❤️‍🩹❤️

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