Sostiene Mario Giunco 

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Fernando Aurini, cultura massima e quel vizietto di togliersi qualche anno di età

Giocava spesso con l’età.  Invidiava Gioachino Rossini, che, nato il 29 febbraio 1792, contava  gli anni uno ogni quattro e a sessanta diceva di averne quindici.  Fernando Aurini (Teramo, 17 gennaio 1920 – 4 novembre 2003) era fatto così.

Uomo di raffinata cultura, mai esibita, conversatore brillante, scrittore impareggiabile dai molteplici interessi, era fratello di Raffaele Aurini, mitico bibliotecario della Delfico, autore del “Dizionario bibliografico della gente d’Abruzzo”.  Giornalista  della carta stampata (collaboratore per 54 anni de “Il Messaggero” ), della radio e della televisione regionale , redattore e direttore di numerose testate, musicologo,  collezionista e studioso di fotografie storiche, esperto di enogastronomia,  è stato un custode  delle più genuine tradizioni della nostra terra.

Un “fraterno amico” lo definiva Luigi Braccili, che lo aveva conosciuto nel dopoguerra.  “Veniva spesso a Roseto, anche nelle stagioni non adatte ai bagni, per far visita alla cugina Giselda, una camiciaia che aveva sposato Vincenzo Paris, un  pittore di ammirati affreschi nelle ville patrizie ”. (Vincenzo Paris visse tra il 1864 e il 1949. E’  contemporaneo di Pasquale e Raffaello Celommi. Affrescò Villa Paris, Villa Clemente, Villa Savini, Villa Passamonti, Villa Ponno.  E’ artista poco noto, meritevole di essere conosciuto e apprezzato). 

“Durante i nostri incontri – continuava Braccili – parlavamo di giornalismo. Leggevo, con  voracità maniacale, i suoi articoli che apparivano quasi quotidianamente su ‘Il Messaggero’, ‘Il Resto del Carlino’ e ‘Il Mattino d’Abruzzo’ . Seguivo incantato i suoi discorsi.  Fernando preferiva sempre la battuta secca e rispettosa, ma pur sempre battuta, della quale non poteva fare a meno. Non amava molto la cronaca, ma doveva scriverne forzatamente, perché il giornale gli pagava una lira per ogni rigo pubblicato.

La sua vita è stata un susseguirsi di stagioni diverse.  Il 27 marzo 1953 è stato presente all’inaugurazione della trasmissione  della Rai ‘Corriere d’Abruzzo e Molise’ , che esordiva con la sigla della canzone ‘Vola, vola, vola’. Ben presto la sua vocazione per il teatro lo ha portato ad  interpretare ‘cumpare Vradducce’, un vecchio brontolone che sentenziava ‘sotte la torre de lu ‘ddome’. Poi è stato ammaliato dal piccolo schermo. Negli ultimi anni si è dedicato  all’attività di organizzatore, sovrintendente , impresario e consulente musicale. Ha portato concerti, opere liriche, spettacoli in tutta la  regione, ed anche fuori, occupandosi della redazione di testi di programmi di sala e di monografie”.

Lucio De Marcellis

Per saperne di più è indispensabile il volume “Fernando Aurini . Memorie d’Abruzzo”  (Ed. Edigrafital, 2006) di Lucio De Marcellis, uno studioso di grandissimo valore, purtroppo scomparso anzi tempo. Nel libro, oltre a testimonianze di amici ed estimatori, è riportata la sintesi degli articoli di Aurini, dal 14 settembre 1946 (“Il Messaggero”) al  5 dicembre 2000 (sempre “Il Messaggero”).  Ecco alcuni degli argomenti  da lui prediletti: Archivi e Biblioteche;  Teatro e cinema;  Bande musicali; Briganti e brigantaggio;  Educazione musicale, culturale e artistica dei giovani; Magia, incantesimi e occultismo; Musica lirica;  Gastronomia; la rievocazione di personaggi abruzzesi del passato, tra cui  Luigi Antonelli, scrittore e commediografo, Gaetano Braga, musicista, Melchiorre De Filippis Delfico,  caricaturista, Antonio di Jorio, compositore,  Pancrazio Primo Riccitelli, musicista nato a Campli, allievo prediletto di Pietro Mascagni.

A dimostrazione del suo amore per la musica, l’ultimo suo contributo è stato un saggio – apparso nel volume miscellaneo “Nemo propheta in patria”, edito dall’Agenzia regionale per la promozione culturale di Giulianova nel 2002- sul baritono teramano Vincenzo Quintilii Leoni, morto “solo e dimenticato” a Città del Messico nel 1896. Aurini ha arricchito il testo con la simpatia  per il cantante e con il rimpianto per la  Teramo ottocentesca,  per l’intensa vita culturale della città, imprimendo al racconto il tono di una commossa rievocazione.

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