Sostiene Mario Giunco :la bella storia del rapinatore e il prete

DOVERE MORALE E DOVERE CIVILE

Il nome di Horst Fantazzini (1939-2001) è rimosso dall’immaginario collettivo.  Definito “il rapinatore gentile”, perché usava una pistola giocattolo, non era violento, ma “affabile”  nel tratto e nel linguaggio. Diceva che il padre,  anarchico di vecchio stampo, non lo avrebbe mai perdonato. Non per le rapine in  banca, ma perché “spendeva”  il denaro invece di bruciarlo. L’altra sua “passione” erano le evasioni dal carcere. Tentativi appariscenti quanto inutili, se non per sollevare un po’ di fumo mediatico.

Si può  vedere il film di Enzo Monteleone, “Ormai è fatta!” (1999) del quale proponiamo uno spezzone , con Stefano Accorsi, Francesco Guccini, Alessandro Haber. Grazie anche al successo della pellicola,  Fantazzini,  che aveva famiglia, era laureato, scriveva poesie ed era un genio in informatica, riusciva a ottenere periodi di semilibertà (aveva accumulato condanne fino al 2019). Compì l’ultima rapina a Bologna.

Fuggito in bicicletta si sentì male e morì in una caserma dei carabinieri. Fra le numerose prigioni  “frequentate”  non mancava  quella di Sulmona.  Dove, il 9 maggio 1974,  mise in atto la sua seconda evasione (dopo  Fossano).  Saltò un muro alto cinque metri e, con un piede fratturato e il busto ingessato,  si trascinò fino alla chiesa più vicina. Era parroco don Mario Setta, un prete considerato “scomodo”, perché, tra l’altro, si era pronunciato per il  “no”  nel referendum sul divorzio.  Su una parete della canonica aveva scritto un brano dei  “Miserabili” di Victor Hugo: “Questa casa non è mia, ma di Gesù Cristo, e la sua porta non domanda mai il nome a chi la varca, ma se ha un dolore. Voi soffrite, avete fame, freddo, siate dunque il benvenuto.

E non mi ringraziate e non ditemi nemmeno che vi ho ricevuto in casa mia, perché nessuno, all’infuori di colui che ha bisogno, può dire di essere davvero in casa propria. Sicché voi, che siete di passaggio, siete qui in casa vostra più di me stesso e tutto ciò che vi si trova è vostro. Che bisogno ho io di sapere il vostro nome? Prima ancora che me lo diceste, ne avevate già uno che io conoscevo…vi chiamate mio fratello”. L’evaso scongiurò don Mario di trovargli un rifugio e di non tradirlo. Il sacerdote lo nascose in soffitta. 

Per brevissimo tempo. La chiesa era circondata, erano arrivati i tiratori scelti. Si temeva una tragedia. Lo stesso papa Paolo VI  era  tenuto al corrente della situazione. Poche ore dopo  vi sarebbe stato un altro tentativo di evasione dal carcere di Alessandria , che si sarebbe concluso con sette morti (cinque ostaggi e due detenuti) e sedici feriti. A Sulmona si evitò lo spargimento di sangue. L’evaso cedette solo  alle parole del parroco e si arrese. Passò più di un anno.

Alla fine del 1975,  il procuratore della Repubblica di Sulmona (che divenne poi pretore di Atri e Notaresco) rinviò don Mario a giudizio per violazione dell’articolo 378 del Codice penale (favoreggiamento). Fantazzini  scrisse al sacerdote  e gli offrì il suo avvocato, lui ne aveva uno di riserva: “Il mio, più che un avvocato,  è un amico, e sarebbe sicuramente felice di difendere te piuttosto che me in questo processo. Sono certo che gli interesserebbe moltissimo sviluppare innanzi ai giudici il concetto della lotta fra dovere morale e dovere civile.

Le nostre leggi vengono applicate con principi meccanici, che scattano automaticamente senza tenere in considerazione le motivazioni umane,  che sono all’origine d’azioni ritenute reati. Evidentemente il procuratore, che ha condotto l’istruttoria, non ha voluto confrontare la fredda realtà d’un articolo del Codice con la calda presenza  d’un problema di coscienza improntato ad umanità, preferendo rinviare la decisione a un tribunale. Ho di te un ricordo bellissimo e io, che non sono credente, vorrei che ce ne fossero tanti di preti come te,  che, più che per la bellezza dell’aldilà, sono disposti a battersi affinché il contenuto sociale, presente nell’insegnamento del Cristo, possa realizzarsi nell’esistenza terrena di ogni creatura umana”.

Il processo a don Mario iniziò il 15 gennaio 1976 e si concluse lo stesso giorno.  Con un non luogo a procedere. 

Per vedere il lancio del film

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *