Requie Scand impace

Requie Scand impace

di Marco Verdecchia

Si chiamava Francesco mio nonno, era mezzadro e analfabeta. Mio padre fu il quarto dei suoi sette figli e io fui l’ultimo dei figli di mio padre, sicché corre quasi un secolo tra la mia e la sua data di nascita.

Non ho mai conosciuto il nonno di cui porto il cognome, morì molto prima che io nascessi; oltre ad una foto sgualcita e scura in cui lo si vede uscire dalla stalla dei buoi, a testimoniare la sua passata presenza su questa terra sono rimasti solo pochi centimetri di marmo nell’ossario del cimitero di Tortoreto; nel porta-vasi c’è spazio solo per un piccolo fiore e, quando mi capita di andarci, per lasciare il mio garofano fresco ne butto via un altro, quasi sempre molto secco.

In quel cimitero mi portavano i miei genitori sin da quando i miei anni si contavano su una sola mano; là riposavano già i miei nonni ad eccezione della nonna materna, l’unica di cui io abbia potuto vedere da vicino le rughe e di cui possa ricordare direttamente la mite dolcezza. Il cimitero si trova a metà collina e ci si arriva da una strada ripida e tortuosa; nei miei ricordi più remoti, io lo vedo popolato da piccoli capannelli di donne vestite di nero e con il rosario in mano; erano quasi tutte anziane e recitavano litanie ritmate fissando una particolare foto incastonata su una lapide; avevano quasi sempre gli occhi lucidi e il capo leggermente reclinato a significare il dolore struggente che quell’assenza procurava loro. Ricordo bene una sorta di cantilena ritmata che usciva, all’unisono, da quelle voci disposte a semicerchio: “Requiemmaterne dominesdomine, luk sparpè lucciattè, requie scand impace“.

Dovettero passare molti anni prima che al liceo, durante una una lezione di latino, io potessi riconoscere quel suono ossessivo che veniva scandito di fronte alle lapidi del camposanto: la preghiera dell’Eterno Riposo era stata mediata dal latino con le esigenze fonetiche del nostro dialetto, il testo sarebbe stato: “Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis, requiescant in pace“, ma nella versione che generazioni di pie donne avevano adattato nel corso dei secoli, la “x” di lux era diventata “cs” con la seconda consonante che s’attaccava alla parola successiva; il “requiescant” era stato spezzato in due parole perché  potesse meglio con-suonare nella mesta melodia con cui l’invocazione del riposo eterno veniva ossessivamente domandata al Signore.

I miei nonni avevano abitato sul medio versante di una piccola collina situata sulla sponda sinistra del torrente Salinello, a poche centinaia di metri dalla foce di quel fiume e in una posizione che domina la stretta piana scavata nei secoli dalle acque del piccolo corso d’acqua. A guardarlo dalle basse alture vicino al mare, il percorso del fiume si riconosce bene anche da lontano per via di una lunga doppia fila di alti e rigogliosi pioppi che si insinua tra le anse delle ripide colline, nascondendo gelosamente il percorso e il tenue suono dell’acqua che sta per arrivare al mare. La casa di Francesco, e delle tanti giovane braccia da lui discendenti che strappavano frutti a circa cinque ettari dei terreni circostanti, era di poche stanze spoglie “appoggiate” sulla grande stalla dove i miei zii e i cugini più anziani di me accudivano e foraggiavano circa venti capi di bestiame. Guardando verso la foce del vicino torrente, la vista non arrivava al mare ma si interrompeva poco prima della linea di battigia per la linea ferroviaria che fende la piccola striscia pianeggiante prima del mare; adiacente a quel ponte si trova oggi un ampio incrocio tra la Statale 16 e la strada provinciale che conduce alla bella Rocca di Civitella del Tronto; le poche volte che passai su quella striscia di asfalto con mio padre, lui mi indicava sempre con la mano emozionata e tremolante quella casa ormai diroccata e accompagnava il gesto con poche parole coniugate al passato remoto; ma io rimasi sempre impassibile a quella sua voglia di raccontare, del tutto incapace di comprendere le ragioni e la forza di quella potente e inespressa nostalgia.

La moglie di Francesco si chiamava Filomena e se ne andò assai prematuramente, prima della seconda guerra mondiale; mia madre raccontava che, quando stava per sposare mio padre e visitava per le prime volte i parenti del suo futuro marito, nonno Francesco la accoglieva con grande affetto ed era molto contento perché una “nuova Filomena stava per entrare nella sua famiglia” (si chiamava così anche mia madre). 

Di questa nonna non resta né una lapide, né una croce; non sappiamo nulla della sua voce, della sua indole; ignoriamo se sorridesse spesso o fosse più incline a commuoversi. Non feci in tempo a chiedere notizie di lei a mio padre, che se ne andò anche lui troppo presto; ebbi modo, invece, di domandarne a zio Felice e zio Umberto, ma loro inumidivano gli occhi senza rispondere; a tutta quella generazione a cui appartennero mio padre e i suoi fratelli, la vita aveva negato non solo una istruzione dignitosa, ma finanche il lessico essenziale per raccontare di una mamma che fu, con ogni probabilità, assai tenera e affettuosa. D’altronde, a cosa potevano servire parole come “amore materno” e “tenerezza” a dei mezzadri unicamente dediti al lavoro sfiancante della terra; fatica protratta a vita, con mezzi arcaici e senza alcuna altra prospettiva che non fosse la pura e semplice sopravvivenza.

Eppure, quanta saggezza e quanta dignità in quegli occhi lucidi dei miei zii e in quel silenzio forzato dalla infinita povertà (anche) lessicale, e quanti sovrumani sforzi compiuti da quelle amate mani affinché noi, delle generazioni future, potessimo aspirare a orizzonti migliori.

L’unica immagine, neanche certa, che resta di nonna Filomena è un brandello di una foto più grande; è verosimile che qualcuno abbia maldestramente ritagliato quel volto perché l’immagine potesse essere riprodotta e incorniciata su una lapide, ma ciò non avvenne mai perché, come vedremo, anche questa minima testimonianza del suo passaggio terreno, le fu negato.

Siccome gli zii rimanevano in silenzio di fronte alle domande mie e degli altri cugini, non sappiamo molto neanche degli ultimi giorni di esistenza terrena di Filomena; i più anziani tra noi ricordano solo che si ammalò gravemente e rimase a letto delirante per qualche settimana. Le sette gravidanze portate avanti in condizioni igieniche disastrose, la fatica sfiancante del lavoro nei campi e dei tanti bucati davanti a cui si era inginocchiata sulle pietre del fiume; il cibo scarso per la carestia perenne di cui una povera credenza vuota era quotidiana ed emblematica immagine; tutto questo finì per straziare assai prematuramente quel corpo che doveva esser stato, da sempre, febbrilmente e generosamente operoso.

L’ultima sofferenza terrena di quella madre fu la perdita del suo ultimo figlio. Giacomo era partito per il servizio militare salendo sul treno alla stazione di Giulianova per transitare poco dopo, a bordo di uno di quei vagoni, proprio vicino alla sua casa dove invano i suoi fratelli avevano cercato di riconoscere il suo braccio che si sporgeva da uno dei finestrini. Quel ragazzo vigoroso e mite non tornò mai più dalla caserma di Trieste dove era stato destinato. Arrivò, invece, un telegramma che nessuno sapeva leggere e, quando venne chiamato qualcuno “istruito” a decifrare il contenuto del messaggio, costui dovette schiarirsi ripetutamente la gola a scacciare il groppo che gli impediva di parlare; quindi risuonarono solo fredde e sconosciute parole del gergo militare e pochissimi suoni intellegibili da quei genitori e da quei fratelli: “improvvisamente”, “polmonite”, “condoglianze”.

Filomena non sapeva dove fosse Trieste o qualunque altra città; le dissero allora che quel luogo si trovava dall’altra parte del mare e lei cominciò a guardare ossessivamente la linea dell’orizzonte nella velleitaria speranza di scorgere anche un solo brandello di immagine di quel figlio che non si rassegnava a considerare perduto. In poco tempo quella sofferenza aveva aggravato un ignoto morbo che già la affliggeva e che aveva finito per distruggere anche la sua mente; la mite voce materna divenne allora uno straziante urlo di dolore e di follia; qualcuno ricorda che, nei suoi ultimi giorni, avevano addirittura dovuto legare le sue mani al letto con degli strofinacci, affinché non si facesse del male nell’agitarsi. Le cure prescritte da qualche medico che saltuariamente arrivava in bicicletta a prendersi cura dell’ammalata furono scarse e neanche palliative; la famiglia, di suo, provvide a mettere in atto una terapia “antica”, con ogni probabilità di scarsissima efficacia, ma di struggente tenerezza: è il più piccolo della famiglia che siede per molte ore al giorno sul letto della nonna ammalata, facendole compagnia mentre gli uomini sono in mezzo ai campi e le donne a far bucato sulla riva del torrente; il piccolo Silvio, che ha 5 anni, somministra alla paziente la sua allegria, le piccole grida, i piccoli giochi che ha imparato con cui distrae la donna dalle sue sofferenze, e in taluni frangenti quella terapia sembra avere la sua efficacia seppure in maniera effimera. Negli ultimi tempi, però, quando il delirio prende il sopravvento sugli spasimi di sofferenza, il bambino viene allontanato per risparmiargli almeno quell’ultimo doloroso segmento di una esistenza che si sta esaurendo.

Filomena si spegne il primo giorno di primavera del 1937; urla a lungo e poi fa silenzio all’improvviso e per sempre. Accorrono in gran fretta davanti al suo letto le figlie; prima delle lacrime, la pietà a cui sono state cresciute richiede loro di contribuire, con grande solerzia, a preparare il corpo della mamma per l’ultimo viaggio; il marito e i figli maschi attendono fuori dalla porta che il pietoso rituale sia compiuto. Quegli uomini piangono tutti come i maschi “non dovrebbero mai fare”; le loro mani, prematuramente rugose e avvezze a tirare l’aratro e manovrare il pesante falcione, si asciugano adesso il volto e l’ultimo sprazzo di forzata virilità che quei ragazzi ostentano li spinge a soffocare i singhiozzi che hanno in gola. Quando la porta della camera si riapre, il corpo di Filomena è stato composto sul letto, è vestita di nero, ha in mano un rosario e una candela; i ragazzi che abitano la casa, Amedeo ed Amerigo, sono appena rientrati in casa e, come gli era stato ordinato, hanno raccolto i primi papaveri e qualche altro fiore di campo per la nonna che si è addormentata per sempre. Nel dipinto immaginario che ci appare nella mente, i figli restano immobili a lungo facendo corona al povero catafalco; neanche ai bambini viene risparmiato lo spettacolo terribile eppure, per certi versi, maestoso della morte; ci sono anche Elena e Elisa che hanno tre e quattro anni, attonite si aggrappano alla veste nera della mamma Maria. Qualcuno esce dalla casa con grande premura, inforca l’unica consunta bicicletta e corre ad avvisare il parroco ma, lungo la strada, la brutta novità viene sbrigativamente urlata a ogni finestra che si affacci sul polveroso rettilineo che conduce alla piccola chiesetta. Il parroco scende frettolosamente dalla canonica dopo aver preso il messale, la stola di color viola, una candela votiva e l’olio santo con con cui si appresta “segnare” la fronte della defunta; l’uomo che è arrivato ad avvisarlo gli cede la bicicletta perché possa arrivare al più presto; il prete prende a pedalare di buona lena, incurante della tonaca che ogni tanto si impiglia alla catena. Ai giorni nostri apparirà persino grottesca quella febbrile premura di arrivare al capezzale di una donna che ha già esalato il suo ultimo respiro, quasi si dovesse prestare un impossibile soccorso a chi non ne ha più bisogno, eppure la fede ancestrale e atavica di quegli uomini era assai attaccata a quelle rigide liturgie, al punto che quando il parroco finisce di pedalare sotto la casa nei pressi del fiume, in molti sospirano con sollievo e si sentono almeno in parte rasserenati perché il ministro di quel Dio, che avevano lodato più col lavoro nei campi che con le preghiere, si appresta a benedire la cara salma.

Quando il parroco entra nella spoglia stanza adibita all’ultimo saluto, questa è già gremita di molte persone; il sentiero che conduce alla casa è già stato percorso da una disordinata processione di uomini e donne con la testa bassa. Gli uomini si tolgono il cappello ancor prima di entrare in casa, le donne abbracciano il marito e i figli e, per loro, l’espressione più frequente è “Coraggio”, mentre i mariti adottano delle forme di condoglianze più pragmatiche: “Cosa posso fare?”. Quando gli uomini si abbracciano, il silenzio che riempie il mortorio viene rotto dal rumore delle braccia che, con grande vigore e ripetutamente, si abbattono sulle spalle; poi si sente un lungo e profondo respiro che serve a reprimere le lacrime e i due invocano reciprocamente il nome dell’altro non trovando parole adeguate a dire il dolore. Le donne si inginocchiano in terra intorno alla salma con il rosario in mano, la lunga candela che il parroco ha donato è stata presto accesa. E mentre si iniziano a sentire le litanie nell’incomprensibile dialetto latino, i mariti, senza attendere risposta al loro “Cosa posso fare?” da quei famigliari addolorati, sono già scesi sotto nella stalla; anche in quel giorno di sommo dolore, le bestie vanno accudite, munte, pulite e foraggiate.

Come detto, Filomena se ne andò da questo mondo che era il primo giorno di primavera e, forse, fu un sole tiepido a illuminare il piccolo corteo funebre che, dai campi di grano già dorati, saliva verso la macchietta di cipressi a metà collina. La bara, di un legno assai poco pregiato, fu adagiata al centro delle assi di quercia che formavano il pianale del carro agricolo, solitamente usato per trasportare foraggio, olive e uva; il barroccio era trainato da due bestie che furono scelte con cura dalla stalla come quelle più mansuete e docili che erano quindi da reputarsi più adatte a trainare lentamente il feretro con la stessa regolare cadenza dei “Requiemmaterne” che le donne avrebbero recitato lungo il percorso. Accanto al pietoso sarcofago che custodiva le spoglie di quella madre, furono sparsi piccoli mazzetti di fiori di campo, forse i primi papaveri, i soffioni e i gialli piscialetti che noi, da bambini, chiamavamo “pisciacane”.

Giunti al cimitero, il feretro venne alzato da otto braccia vigorose che si erano fatte strada dal fondo del corteo e le spoglie di Filomena vennero quindi restituite alla Madre Terra; quando la bara fu adagiata nel luogo dell’ultima dimora, i genitori e gli zii fecero cenno a Amerigo e Amedeo di deporre i fiori di campo che stringevano in mano; per loro e tutti gli altri bambini fu quello il battesimo del dolore, quel giorno conobbero cosa accade, a ognuno di noi, dopo la morte. Le donne vestite a lutto si affrettarono a circondare la sepoltura cominciando ad accarezzare nuovamente il primo grano del rosario e quindi, ancora una volta, invocarono ripetutamente che la “luk spaspè” potesse risplendere su quella madre prematuramente tornata in cielo e volesse Domineiddio assicurarle il meritato riposo eterno: “Requie Scand Impace!

Ma quelle suppliche non sembrarono essere esaudite, almeno non per i resti mortali che erano stati restituiti all’abbraccio della terra. Dopo le tante sofferenze terrene, patite sotto il sole dei campi e dentro la inospitale e umida “pinciara” in cui aveva vissuto gran parte della sua tribolata esistenza, neanche le spoglie mortali di nonna Filomena sembrarono trovar pace. Il cimitero dove riposava, infatti, da lì a poco fu brutalmente squassato dagli orrori della guerra. In una notte sommamente infausta, il fuoco assordante che cadeva dal cielo colpì anche quella terra consacrata al riposo e alla pace dei defunti. Molte salme furono carpite dalle loro povere sepolture e quei resti mortali furono sparpagliati, senza pietà, per il camposanto e i terreni circostanti. Tra le infinite nefandezze che le azioni belliche arrecarono a tanti esseri inermi, va purtroppo annoverata anche quella “piccola distrazione” che indusse qualcuno a sbagliare obbiettivo, finendo per portare morte anche là dove la morte c’era già. Quel mattino, a esser testimoni di quell’indicibile sacrilegio, furono solo i cipressi che da quella collina guardavano il mare poco distante.

Quando finalmente le sorgenti di orrore cessarono di cadere dai cieli, ci vollero molti mesi affinché alcune mani pietose e pazienti potessero nuovamente ricomporre quei resti tanto vilipesi. Ad alcune di quelle salme fu possibile dare nuovamente un’identità e una nuova dignitosa sepoltura; le altre vennero ammucchiate in una sorta di magazzino dell’orrore dove restarono per almeno un paio di decenni. In quello stanzone, buio e senza finestre, vennero accatastate forse 200 cassette di legno grezzo, spesso troppo piccole per contenere le ossa di un adulto, sicché alcuni di quei femori uscivano dalle inadeguate urne e sembrava gridassero di un acuto dolore.

Quel che restava di mia nonna era li, tra i corpi senza più nome.

Le poche volte che, ancora bambino, mi trovai di fronte a quell’orrore, mi arrestavo impietrito sulla soglia del macabro locale e, trattenendo il fiato, osservavo mio padre che si inoltrava tra quei dolorosi resti a cui anche il conforto delle lacrime era stato precluso; lui rinnovava ogni volta la speranza, destinata a rimanere vana, di riconoscere un segno su una di quelle inadeguate urne.

E poi, quando gli anni ’60 stavano per finire, arrivò un giorno in cui mio padre prese una decisione particolare, a cui con ogni probabilità pensava già da molto tempo. La mia famiglia aveva risparmiato per anni per poter contribuire a far svolgere un dignitoso sposalizio per le mie due sorelle maggiori, dotandole altresì di un corredo adeguato. Una volta assolta quella incombenza, i successivi esigui risparmi – conservati da mia madre sotto il foglio di carta con cui era foderato il primo cassetto del comò – furono impiegati per coronare un sogno ormai decennale: l’acquisto una Fiat topolino usata che ci sembrò da subito un oggetto di un lusso addirittura esagerato; era più il tempo che passavamo a ammirare la luccicante carrozzeria dell’automobile che quello in cui ne facevamo un effettivo uso; le mete erano poi sempre le stesse: le visite a qualche zio che abitava a pochi chilometri da noi e i riverenti omaggi alle lapidi dei camposanti in cui erano incastonate le foto di avi a me ignoti. I rumorosi due cilindri dell’auto appena acquistata presero allora a sfiancarsi trasportando l’intera famiglia sulla ripidissima “impettata” che saliva verso il cimitero dove riposavano i nonni e, in uno di quei tragitti, papà parlò a mia madre dell’idea che covava da chissà quanti giorni: il prossimo importante investimento della nostra famiglia sarebbe stato fatto per ritrovare le spoglie mortali della sua mamma. Dopo aver esplicitato, non senza una punta di commozione, le modalità con cui intendeva perseguire il suo pietoso e premuroso progetto, mio padre dovette vincere, non senza fatica, la resistenza di mia madre, che era donna assai devota ma dotata anche di maggiore pragmatismo e senso pratico. E dopo aver portato a termine con successo quel difficile convincimento, papà si apprestò a offrire al custode di quel cimitero la rilevante cifra di diecimila lire, se costui avesse individuato l’inadeguato feretro dove le povere spoglie di mia nonna erano state pietosamente e frettolosamente ricomposte. È persino inutile precisare che si trattava di una cifra assai cospicua per quei tempi, ma soprattutto per la disponibilità della nostra famiglia.

La custodia e la cura di quel cimitero era all’epoca affidata a una coppia di signori di mezz’età che avevano l’abitazione annessa alle mura perimetrali del camposanto. Sin dalle prime ore del mattino, i due si occupavano di ripulire dall’erba troppo alta i vialetti che allora non erano ancora cementificati; spazzare la lunga scalinata che collega i vari terrazzamenti su cui sono costruite le file di loculi; interrare sotto gli ulivi dei campi circostanti i cesti di fiori secchi che quotidianamente si riempivano di marciume. A partire dalla tarda mattinata e nel pomeriggio l’uomo continuava a servire i familiari dei defunti che richiedevano piccole riparazioni alle lampade votive che non funzionavano o ai porta-vasi che si staccavano dalle lapidi. Sua moglie, vestita perennemente in nero per rispettosa solidarietà verso il popolo di vedove che quotidianamente ricordava quei defunti, univa i grani del suo rosario alle invocazioni dolorose delle altre donne e degli orfani che recitavano il loro dolore davanti alle lapidi appena impreziosite di fiori freschi.

Ed un giorno, mentre mia madre stringeva uno di quei rosari davanti al sepolcro di mio nonno, mio padre iniziò a cercare il custode tra i vialetti del cimitero, con animo a un tempo inquieto e commosso. Io presi a seguirlo rimanendo sempre a una certa distanza, istintivamente consapevole che non avrebbe voluto che io ascoltassi quelle parole che aveva, molto plausibilmente, cercato per molti giorni. L’immagine sfarfallante che la più lontana memoria mi restituisce ancora è quella di mio padre che parla con “lu camp’santare” non lontano dall’ingresso dell’improvvisato ossario, nel punto più a valle del cimitero, quello in cui il campo delle sepolture era protetto da una fila ancora bassa di cipressi il cui verde brillante formava grandi finestre strette e alte da cui si vedeva l’azzurro tenue del mare. E ancora mi pare di scorgere nitidamente, dal punto distante da cui osservavo la scena, i gesti talvolta frenetici, tanto accorati quanto impacciati della figura brevilinea di mio padre, il quale reiterava la proposta di una generosa remunerazione per quell’inusuale compito verso l’espressione certamente incredula e perplessa dell’uomo che gli stava davanti.

Alla fine, il custode del cimitero accettò l’offerta e si apprestò a compiere un lavoro sistematico e coscienzioso, oltre che ispirato da un ammirevole senso di pietà. Mio padre prese ad attendere e aveva comunque certezza che quell’opera era in atto poiché, a ogni occasione, scendeva verso l’ossario aspettandosi qualche novità e, ogni volta, verificava che i piccoli feretri erano stati in parte spostati; inizialmente era stato ricavato un minimo spazio dove le piccole bare venivano sistemate di nuovo dopo esser state, a una a una, riaperte e, in alcuni casi, richiuse con maggior cura dopo che i resti erano stati meglio alloggiati nella precaria urna. I corpi senza nome venivano quindi nuovamente accatastati, ognuno di essi diveniva il povero catafalco del successivo fino a riempire colonne alte più metri, in una sorta di abbraccio collettivo in cui sembrava che le anime, che avevano abitato quelle ossa, cercassero tra loro di scambiarsi conforto, non potendone più ricevere dai Requiemmaterne dai sopravvissuti.

Quell’uomo la cui identità mi è rimasta ignota, passò quindi molti giorni nello stanzone buio cercando di soddisfare il pietoso desiderio di mio padre; molto presumibilmente gran parte del caritatevole lavoro fu svolto al mattino presto, quando il camposanto era ancora deserto; occorreva infatti portare fuori “alla luce” ciascuna di quelle bare e esaminarne con paziente scrupolo il contenuto. In ognuna di quelle ceneri ignote venne cercato un indizio, un piccolo amuleto rimasto tra le ossa delle mani, un frammento della lapide che indicasse una data di nascita o di morte o anche un solo brandello di nome inciso su marmo. Le molte settimane che passarono e lo scrupolo che l’uomo aveva mostrato sin dall’inizio ci lasciano intendere che si arrivò a ispezionare anche l’ultima bara, prima di riporla tra le altre senza che fosse stato possibile individuare traccia dei resti che si cercavano. Un giorno, osservai ancora da lontano mio padre che parlava con il custode del cimitero, lo vidi restare immobile mentre era voltato di spalle rispetto al mio punto di osservazione; dalla sua figura minuta spuntavano le braccia dell’uomo che aveva di fronte che si muovevano e si allargavano più volte in segno di desolazione, sconforto; addirittura sembrava che l’uomo si scusasse.

Alla fine si dovette quindi rinunciare. Con una onestà che ancora oggi mi mette i brividi e non trovo parole adeguate per descrivere e esaltare, l’uomo mite e pietoso ammise che gli era stato impossibile rinvenire, in quella raccolta di corpi senza nome, qualche traccia certa, o anche solamente plausibile, delle ceneri di nonna Filomena.

Eppure gli sarebbe bastato prendere la prima di quelle urne e verniciarci sopra un cognome o solo un nome di battesimo; mio padre non avrebbe di certo fatto eseguire il test del DNA sulla salma selezionata, e lui avrebbe incassato una cifra importante. E forse papà cercava proprio quello, non l’impossibile ritrovamento di un corpo ormai largamente decomposto, ma solo un segno da seppellire in un due metri quadri dove, poi, avrebbe potuto piangere e portare un fiore.

Ma quell’uomo onesto non lo fece. Nonostante la tanta pietosa fatica che aveva profuso tra quelle ceneri irrimediabilmente frammentate, non se la sentì di perpetrare la tanto agevole truffa.

Così furono gli uomini solo due generazioni or sono, di una onestà che appare oggi non solo desueta, ma talmente anacronistica che, a narrarla, viene forte lo scrupolo di apparire ingenuamente patetici.

Vorrei poter citare il nome o almeno descrivere l’aspetto di quel signore che intraprese con tanta pazienza e umana pietà quella infruttuosa ricerca, ma proprio non trovo altra traccia in questo polveroso stanzone della mia memoria più remota; non posso far altro che raccontare della sua somma onestà affinché, almeno, venga conosciuto e ammirato da qualcuno che avrà la pazienza di leggere questi pochi fogli.

A tutti i miei cari nonni, sepolti in quel fazzoletto di terra consacrata, e per quell’uomo onesto e ignoto che sicuramente riposa, ormai, a pochi metri da loro, posso solo recitare questo:

Requiemmaterne dominesdomine,

Luk sparpè lucciattè,

Requie scand impace!

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