Un romanzo per ‘estate. “Non è una cosa bella”
Romanzo di Tonino Di Giovannantonio
«Quante case compra una persona nell’arco di una vita? Se non lo sapete ve lo dico io: mezza casa. È questa la media. Solo una persona su due riesce a comprarsi una casa in Italia. Forse questo è l’acquisto più importante della vostra vita…». Fece una pausa per dare più forza alla frase, ma non riuscì a finirla. I clienti si guardarono negli occhi e dissero in coro: «La prendiamo». Claudio si era rivolto a entrambi ma aveva sorriso soprattutto alla donna. Gli riusciva facile. Più erano mature più si lasciavano convincere. Alessia gli ripeteva che si era innamorata prima la madre e poi lei. Non era una battuta. Se davanti aveva una donna, nove volte su dieci il colloquio si traduceva in un contratto. Trent’anni o giù di lì, fisico atletico e sguardo diretto: quella stoccata finale detta da lui era una garanzia. Strinse la mano ai clienti e li accompagnò alla porta. Quando rientrò in ufficio suo padre era già dentro. «Anche l’ultimo appartamento di Via Settembrini è andato». Giovanni gli diede uno scappellotto sulla nuca, orgoglioso di quel figlio che sembrava possedere il cinismo che a lui era sempre mancato. D’altra parte si era svenato per mandarlo a studiare a Londra. Giovanni non aveva mai smesso di sognare. Si era lanciato in imprese avventate e solo dopo due fallimenti, aveva imbroccato la strada giusta. «È arrivata la risposta che aspettavo: ci siamo aggiudicati il terreno». Agitò il pugno in aria e si avviò verso l’uscita. «Passo a prenderti domattina alle sette». Claudio non disse nulla, ma aveva visto negli occhi del padre una luce che lo trasfigurava. Un segnale di allerta si accese in un punto imprecisato del suo cervello.
Alle sette meno dieci la Range Rover di Giovanni stazionava sotto il suo palazzo. Dal centro di Pescara impiegarono venti minuti per arrivare dalle parti di Cepagatti. Il padre spense il motore e troncò la voce di Battisti a metà: “Nasce l’esigenza di sfu …”. «Quanto ci è costato questo campo di patate?» disse Claudio. «Figliolo, questo terreno rappresenta una svolta. Qui non costruiremo solo case, ma un borgo con tutti i servizi: scuole, strutture sanitarie, negozi, centro sportivo». Sembrava abbagliato da un miraggio. «Un villaggio ecosostenibile», continuò. «Abitazioni di ultima generazione, iper tecnologiche. Lo chiameremo “Green Valley”». Claudio scosse la testa, non era convinto, ma gli dispiaceva contraddire il padre. «Okay, sei tu il capo» disse, e si diresse verso l’auto.
Quella sera aveva rinunciato alla partita di calcetto. Non riusciva a togliersi dalla mente la vallata. Sparecchiava senza fretta, riponeva i piatti nella lavastoviglie con gesti collaudati e intanto lasciava scorrere i pensieri. In cantiere una minima distrazione poteva causare giorni di ritardo e far collassare il budget. A casa, invece tutto era lento, innocuo. Dalla camera arrivavano rumori furtivi. Cassetti aperti e richiusi con cura. Quando entrò, Alessia era già pronta. Indossava solo il camice bianco. Lo stetoscopio le pendeva dal collo, in attesa di un segnale. Aveva raccolto i capelli color rame in una lunga coda che esaltava il collo e le scivolava su una spalla. «Visita di controllo», gli sussurrò all’orecchio. Il fiato caldo lo fece sussultare. Claudio si sdraiò sul letto. Era un paziente disciplinato. Seguiva i movimenti della moglie come se da quel rituale dipendesse davvero una diagnosi. Considerava quel letto un investimento sicuro. «Un figlio», diceva, «lo voglio per i miei, per dare un senso alla polvere che respiro nei cantieri». Dava per scontato che Alessia volesse lo stesso. Le analisi erano perfette. Nessun problema. «È questione di tempo», aveva confermato loro un collega della moglie. La dottoressa appoggiò il diaframma freddo sul torace di Claudio. Lui trattenne il respiro, poi le sfiorò le gambe con le dita. Lei lo respinse con un gesto appena accennato, studiato, ma la carezza proseguì, lieve e decisa. Alessia chiuse gli occhi e smise di opporsi. Fu scossa da un brivido quando la mano raggiunse il punto dove la pelle era più sensibile. Una scena già provata. Funzionava sempre. Negli occhi e nei gesti di Alessia emergeva però una stanchezza nuova. «Questa melassa dei preliminari mi farà venire il diabete». Sospirò. Ma lui si era già voltato dall’altra parte.
L’impresa aveva preso una deriva che Claudio non riusciva più a controllare. Man mano che nella vallata venivano su le prime villette, aumentava la sua inquietudine. Poi di colpo dovettero fermare tutto. I fondi erano finiti e i clienti non si vedevano. Il padre era ancora convinto di farcela, di trovare degli investitori. Claudio lo ascoltava e annuiva, ma i numeri dichiaravano altro. Quando la banca chiuse le linee di credito, il padre non disse più nulla. Rimase seduto, con le mani sulle ginocchia, come se aspettasse una soluzione dall’alto. Claudio iniziò ad abbassare i prezzi. A trattare. A promettere varianti impossibili. La sera tornava a casa sfibrato, sempre più incapace di gestire la tensione. Alessia aveva cambiato orari. Un nuovo primario le aveva assegnato turni più lunghi, più snervanti. I loro dialoghi viaggiavano su frequenze diverse, che stridevano al minimo contatto. Alessia parlava di Alberto con nonchalance. «Un collega preparato». Poi quel nome comparve sempre più spesso, anche quando l’argomento non riguardava l’ospedale. Alberto iniziò a passare da casa. Era più giovane, attento nei modi. Ascoltava Alessia con una devozione che a Claudio appariva eccessiva. Lui li osservava senza intervenire. Rideva alle loro battute, riempiva i bicchieri di vino. Ma qualcosa gli si accumulava dentro e spingeva sullo sterno. Una sera, dopo averlo accompagnato alla porta, Alessia disse: «Che carino Alberto a portarmi le orchidee». Claudio rispose con una punta di sarcasmo, lei aggiunse una parola di troppo, e il rancore venne fuori senza più filtri. Lavoro, stanchezza, delusioni. Claudio alzò la voce, Alessia gridò. Si urtarono senza accorgersene. Il contatto fu brusco. Involontario. La lite si riaccese, cambiò forma. Claudio la spinse sul divano e le abbassò gli slip. Un gesto rapido, quasi meccanico. Lei si irrigidì per un istante, poi arcuò il bacino e assecondò i suoi movimenti, anche se continuava a fissarlo con occhi lividi. Alessia affondò le unghie nella sua schiena, e gli rinfacciò più di quanto lui fosse disposto ad ammettere. «Egoista», gli sputò in faccia. Claudio si contrasse per il dolore e spinse con rabbia. Lottarono per sopravvivere, fino a quando non ebbero più forze. Poi Alessia si raggomitolò su un cuscino e nascose il viso tra le braccia. Respirava con affanno, vinta dalla stanchezza. Emise un singhiozzo, breve, soffocato, e poi un altro e un altro ancora, sempre più forte, fino a quando non proruppe in un pianto convulso. Interminabile. Claudio restò immobile. Muto. La mattina dopo evitarono di guardarsi e non si parlarono. Una pausa di riflessione, si dissero solo. Claudio partì per la Croazia senza un programma preciso. Il Club Mediterranee a Pakoštane funzionava perché nessuno gli avrebbe chiesto spiegazioni. Bastava solo essere lì e dannarsi in tutti gli sport. Mare, sabbia, sudore. Non desiderava altro. Dopo due giorni, Alessia smise di occupare tutto il suo spazio.
Ines apparve durante una partita di pallavolo. Capelli chiari, pelle segnata dal sole. Veniva da un paese della laguna veneta. Giocava con precisione, senza sforzo. Non dissero molte parole oltre i comandi di gioco. Non serviva. Quando si diedero il cinque, Claudio indugiò sui suoi occhi, poi guardò il mare e li confuse. Con lei non doveva inventare nulla. Non c’era storia, né prospettiva. Solo un’estensione fisica che non poneva domande né pretendeva risposte. Al buio nuotarono nell’acqua calda. Il corpo di Ines gli scivolò addosso come un’appendice degli scogli. Si incontravano quando capitava. In una capanna o di notte, su una spiaggia appartata. Senza più freni. Claudio pensava di essere fuori da tutto. Immerso nella pausa.
Ines era seduta sul letto, una gamba piegata sotto l’altra. La luce dell’abat-jour le incorniciava il profilo. Claudio immaginò di essere con Alessia a una mostra di Boldini, poi le guardò i piedi. Le unghie degli alluci erano lunghe, dipinte di nero. Non rovinate, non trascurate, magari solo un vezzo estivo, ma erano lì, sotto i suoi occhi. Provò a distogliere lo sguardo. Che tornò lì. Qualcosa si spostò, in modo definitivo. Non era disgusto. Era uno scarto. Continuarono a parlarsi ancora per qualche minuto. Poi Claudio si alzò. «Vado a dormire da me», disse. Ines annuì. Non chiese altro.
Il giorno dopo andò a prendere Francesco a Spalato. Il rompicoglioni era venuto a salvarlo in bermuda e con un paio di CD. La BMW decappottabile lo tradì a tarda sera, mentre tornavano al Club. Passarono la notte in macchina, in mezzo a un campo di pomodori. L’abitacolo divenne presto un covo infuocato di zanzare. All’alba li svegliarono le risate delle contadine, incuriosite dall’auto aliena. Il caporale invece si attaccò al clacson perché non riusciva a passare con la vecchia Zastava. Con il suo inglese e dei gesti comprensibili anche in slavo, Claudio lo convinse a spingere la BMW insieme a Francesco. L’auto ripartì, ma si piantò un chilometro più avanti. Il carro attrezzi li riportò a Spalato e il meccanico impiegò dieci secondi a ripararla. «Un falso contatto», disse.
Francesco propose di andare a Dubrovnik.
Claudio fu invaso da una sensazione sconosciuta di leggerezza. Non aveva un ricambio, né uno spazzolino. Guidò fino a Dubrovnik e parlarono di altro. Lavoro, amici, dei Radiohead e Massive Attack. Le atmosfere dark di “Mezzanine” incrinarono la sua attenzione. Claudio partecipava, ma pensava ad Alessia. Ricordava soprattutto gli scontri. «Questo disco è un miracolo», disse Francesco, e alzò il volume sull’attacco di basso di “Angel”. «Quei tre si odiavano mentre lo registravano, ognuno voleva andare per conto suo, eppure questa tensione claustrofobica tiene insieme tutto». Claudio non rispose, ma guardò la strada tortuosa davanti a sé. Non aveva mai chiesto ad Alessia cosa desiderasse. Ogni giorno si era preso un millimetro di spazio in più.
Nella vecchia Ragusa passarono due giorni a sbronzarsi di birra e Gin tonic, confusi nella fiumana di giovani che affollavano le scalinate del centro storico.
Poi decisero di spingersi fino a Mostar, dove cenarono con vista sullo Stari Most da poco ricostruito. Davanti a quelle pietre rimesse insieme dopo il crollo, Claudio avvertì una strana urgenza di ordine, di ritrovare la Nave di Cascella.
Scaricò Francesco al porto di Spalato e tornò al villaggio. Era l’ultimo giorno. Non cercò Ines. Non la ringraziò, non la salutò, cancellò perfino il suo numero dalla rubrica. Durante la traversata, il mare era piatto. La bonaccia frenava le vele e incatenava i pensieri.
Claudio rimase a lungo sul ponte. Pensava ancora che si potesse ricominciare.
Che la pausa fosse servita a questo. Le liti, ora, gli sembravano parte di qualcosa di necessario. Ritornò sulle parole di Alessia. Non al tono, ma alla precisione con cui le aveva pronunciate. Si accorse che anche nei momenti migliori, c’era sempre lui al centro. Il lavoro, gli amici, le partite. Tutto ruotava intorno a una dimensione che coincideva con la sua. Alessia entrava dopo. Quando serviva. Si rese conto che il cantiere più malmesso ce l’aveva in casa.
Alessia lo accolse senza esitazioni. Parlarono poco. Frasi brevi, smozzicate. Poi lei si ritrasse. «Amo un altro», Claudio non fece domande. «Alberto». Il nome restò sospeso. «È successo», disse. Claudio annuì. Era una cosa che avrebbe potuto dire anche lui. ’Mai fidarsi degli stronzi, che abbassano la testa’, pensò. Si rituffò nel lavoro. Moltiplicò gli appuntamenti e incontrò anche la feccia. Politici, imprenditori. Rasentò il ridicolo senza vergognarsi più di niente. Di cercare, di continuare a bussare. Un mendicante di lusso che pretendeva di alzare la posta, che non si accontentava delle promesse. L’elezione del nuovo governatore gli offrì un gancio insperato. Il politico aveva bisogno di sogni da vendere ai suoi elettori e la vallata di Cepagatti era lì, pronta a diventare un simbolo del progresso regionale. Il suo aiuto fu determinante: trovò un nuovo socio e pilotò l’appalto di una RSA. Capitale fresco. “Green Valley” riprese forma e stavolta arrivarono anche i clienti. Claudio si adattò in fretta. Trattative, decisioni, presenza costante. I giorni si allinearono in una sequenza ordinata. Faceva le stesse cose, ma adesso tutto funzionava alla perfezione. Poi accadde che Alessia andò a trovarlo in cantiere e lo guardò per la prima volta con attenzione. «Sono incinta». Respirò a fondo poi aggiunse. «È tuo». Claudio annuì appena. Alessia evitò di guardarlo. «Hanno trovato qualcosa nel sangue. Non è una cosa bella». Seguì una lunga pausa. Adesso faceva ancora più fatica a trovare le parole. «Alberto si è trasferito a Bologna».
Claudio voleva portarla in centri specializzati, anche all’estero, ma Alessia decise di curarsi nel suo ospedale. Il primo ciclo di terapia fu devastante e si prese il bambino. Quando lo seppe, Claudio era in macchina. Imboccò l’A25 in direzione Roma e lanciò la BMW fino a quando la lancetta non arrivò a fine corsa. Per una ventina di secondi valutò l’opzione di continuare a spingere sul pedale, poi gli balenò un pensiero. Quel dolore non era solo suo. Alzò il piede dall’acceleratore e invertì la marcia.
«Il corpo reagisce bene, adesso c’è solo da aspettare.» ‘I medici dicono sempre le stesse cose, anche se si tratta di una collega’, rifletté Claudio. “Terminator”, come lo chiamava Alessia, parve ritirarsi, ma lei era sempre più stanca. Claudio scelse Scanno, perché c’erano stati da fidanzati, non era lontano e si respirava aria buona. Trascorsero due settimane di tregua tra le viuzze del borgo e i sentieri attorno al lago. Ma dopo il secondo ciclo di terapie, il “cyborg” tornò ancora più determinato. Claudio non si mosse più dal suo letto. Le sollevava la testa, le passava una garza imbevuta di acqua sulle labbra. La baciava mentre lei scivolava via. Le restò accanto senza poter fare altro. Fino a una mattina in cui notò dei grappoli di mignole sugli ulivi di “Green Valley”.
Tre anni sono sufficienti per crearsi una buona reputazione. Giovanni ora passava più tempo in barca a vela, che in ufficio. Aveva ceduto al figlio anche il compito di rappresentare la società. La squadra che sponsorizzava giocava in A1. La Volley Pescara incontrava la capolista Conegliano. Claudio era in tribuna, seduto in posizione centrale. Guardava con attenzione, come faceva sempre. Quando entrò il libero della squadra avversaria, non la riconobbe subito. Fu il gesto della ricezione a bloccarlo. Quel modo di restare bassa, piantata sulle gambe, pronta a rispondere al colpo dell’attaccante. Ines. La partita finì in fretta con la vittoria delle ospiti. Claudio scese verso il campo, ma si tenne a distanza. Vide un giovane andarle incontro. Aveva in braccio una bambina. Bionda. Ines la prese, la sollevò. La bambina rideva. Claudio guardò il viso. Tondo. Le guance paffute. Ci mise qualche secondo a riconoscere i lineamenti. Familiari. Poi distolse lo sguardo. Restò fermo ancora un istante, e uscì dal palazzetto.
