Nella casa dei matti

Nella casa dei matti

PAZZA PER LA MATEMATICA

prima puntata

di Marco Verdecchia

Nei primi anni ’80 frequentai per alcuni mesi l’Ospedale Psichiatrico di Collemaggio. Mi accadde durante i miei primi anni di lavoro all’Università e dopo che era stata approvata quella epocale riforma della psichiatria che porta il nome di Franco Basaglia. Grazie a quella provvidenziale legge, e soprattutto alla illuminata visione che l’aveva ispirata, fu consentito a migliaia di pazienti, affetti in molti casi più da solitudine che da una reale patologia, di varcare finalmente verso l’esterno la porta di ingresso di quella sorta di “carcere delle anime fragili” rappresentato dalle strutture manicomiali.

Accadeva dunque che per alcuni mesi io e alcuni miei amici andavamo spesso in quell’ospedale psichiatrico situato in un bellissimo parco a due passi dalla sontuosa maestà della Basilica di Collemaggio; in quei giorni c’erano finalmente molte occasioni in cui le porte del manicomio si aprivano e a quei malcapitati pazienti – che forse non erano mai stati tali nel senso stretto della parola – si cercava di procurare qualche prima occasione di socialità. Il lettore non pensi tuttavia troppo bene di me: non lo facevo per spirito filantropico – se non in minima parte –, era che “mi interessava” una delle assistenti sociali che lavoravano (quasi da volontarie o comunque per poche lire) a quel benemerito progetto di apertura dei manicomi.

Non mi andò bene. I miei rapporti con Maria Teresa non decollarono mai verso una intensità che potesse essere almeno preludio a una relazione sentimentale. E tuttavia, oltre alle volte in cui la incontravo all’interno della struttura di cura dove lavorava, uscimmo spesso insieme la sera. Io non avevo ancora la macchina ed era lei che mi veniva a prendere con la una FIAT 128 di colore blu scuro che, a giudicare dalla malinconica estetica e dalle variegate vibrazioni della carrozzeria, sembrava dovesse esalare l’ultimo rombo proprio quella sera. Eppure non accadde mai. Quasi sempre, io e Teresa andavamo a prendere una birra al Bobos, un tipico locale con prezzi popolari per gli studenti; lei si fermava alla prima, ma io tiravo fino al terzo boccale raccontandole spesso delle noie e della goliardia vissute durante il servizio militare di cui ero fresco reduce. Qualche sera l’alcol mi offuscava un po’ la memoria al punto che gli aneddoti furono replicati più volte e la mia amica cominciò a stopparmi con una battuta che diventò un tormentone per me umiliante: 

«Ma perché, tu hai fatto il sevizio militare? Non me lo avevi mai detto!». La sua ironia era talvolta molto tagliente, ma c’erano anche degli ambiti in cui con Teresa bisognava essere assai seri; «Non mi fanno ridere le barzellette sui matti!», sentenziò con piglio assai severo una sera in cui mi ero provato a farla ridere con una storia che iniziava con un «C’è un pazzo ricoverato che parla con un altro malato…». Sebbene quella sua severità mi avesse colpito e ammutolito per qualche minuto, io la interpretai in seguito come una sincera passione per quella che per lei era missione prima che lavoro. La mia amica mi parlava molto spesso dei suoi pazienti – senza però mai ripetersi come facevo io con gli episodi vissuti in caserma – e lo faceva con una affezione particolare che mi destò presto una intensa e sincera ammirazione. Io ero affascinato, tra le altre cose, dall’approccio che bisognava adottare nei rapporti con un malato psichiatrico; mi faceva enorme imbarazzo (come credo a molti) relazionarmi con un malato di mente: che cosa dirgli? di che argomenti parlare? Teresa era molto convincente e razionale a spiegarmi che l’approccio doveva essere, in realtà, molto naturale; bisognava comportarsi come se avessimo di fronte una persona (cosiddetta) normale, usare gli stessi argomenti, lo stesso linguaggio, le stesse domande e le medesime risposte che usavamo, ad esempio, io e lei quando eravamo seduti di fronte a uno dei tavoli del Bobos. C’era solo una raccomandazione da tenere presente: non fare discorsi troppo complessi, non avventurarsi su argomentazioni troppo astratte perché, in quel caso, le persone sofferenti di disagio psichico annaspano a non saper seguire il discorso e possono scivolare verso comportamenti irrazionali o addirittura violenti. Era tutto qui il manuale di psichiatria che mi venne ripetutamente esposto prima che io fossi invitato a partecipare alle serate del “nuovo manicomio che si apriva al mondo”.

Teresa e le sue colleghe passavano nell’ospedale psichiatrico giornate intere senza soluzione di continuità; si cercava in quegli anni di sostituire alle fredde camerate-dormitorio, le case-famiglia ovvero piccole unità sociali dove i pazienti (che ormai si tendeva a chiamare “ex”) potessero riappropriarsi di una vita sociale che era stata loro negata, in qualche caso per parecchi decenni. Teresa, Lina, Anna, Maria Paola si occupavano con molto scrupolo, professionalità e passione, di far recuperare agli ospiti della struttura quelle capacità e quelle abitudini “semplici” che quei pazienti avevano ormai perduto, non per effetto delle presunte patologie di cui sarebbero state vittima, ma per il semplice fatto che molti di quei gesti erano stati a loro immotivatamente proibiti: andare a comprare delle cose per sé con i pochi soldi della pensione, scegliere il vestito da indossare la mattina, curare la propria igiene personale con abitudini quotidiane che, nelle diaboliche pratiche adottate per anni, erano state sostituite da docce gelate e comuni praticate dagli operatori con un idrante, mentre i malcapitati pazienti giravano nudi in circolo intorno alla stanzone dentro cui erano reclusi. A sentir raccontare quelle cose ci si sentiva raggelati, erano proprio delle procedure da lager. Le operatrici che conobbi mi spiegavano con molto coinvolgimento di come i nuovi illuminati progetti facessero progressi e molti di quei malati, di fatto, non erano già più tali, ma solo ospiti di una struttura che ormai sembrava impegnata a recuperare il tempo perduto e a guidarli a gestire il loro disagio e magari a superarlo.

Come accennato, fu in quel contesto, che iniziarono a invitare me e alcuni amici a delle serate che si svolgevano all’interno dell’ex struttura psichiatrica; erano per lo più piccole feste in cui i pazzacchiotti, così come una delle mie amiche li chiamava affettuosamente, intrattenevano rapporti per un intera serata con gente del mondo, cosiddetto, civile, ovvero quelli che abitavano in quegli spazi a loro ormai sconosciuti che si estendevano oltre l’altissimo muro di cinta che circondava l’ex manicomio. Le mie velleità sentimentali nei confronti di Teresa erano ormai andate definitivamente deluse e tuttavia mi faceva piacere incontrare di nuovo lei e le sue colleghe in quell’ambiente; del resto erano diminuiti in maniera preoccupante anche gli argomenti per intrattenerla: non potevo narrare più del mio servizio militare e neanche esibirmi nello sceneggiare barzellette sui malati psichiatrici; più che spegnere le mie ambizioni amorose, la mia amica si era brillantemente ingegnata a tagliarmi gli argomenti di conversazione.

Ci fu allora una serata in cui ci trovammo a ballare insieme a un gruppo di pazienti e altri operatori sanitari che lavoravano nella struttura con vari ruoli. Devo qui precisare che, allora come adesso, detesto ballare; discoteche, balere, sale da ballo erano luoghi per me senza nessuna attrattiva in cui, le poche volte che ero costretto a andarci per particolari circostanze, mi sentivo alquanto a disagio. Si comprende quindi che i miei movimenti coreografici erano oltremodo maldestri quando, proprio al debutto, mi si avvicinò Assuntina chiedendomi di abbracciarla in un “lento”. E tuttavia la piccola mission che perseguivo mi spinse ad accettare la proposta e cominciare ad appoggiare il peso del corpo alternativamente su un piede e poi su un altro cercando di far aderire il ritmo a quello della musica; questo era il massimo della coreografia che riuscivo a disegnare con il mio corpo impacciato. Mentre eravamo abbracciati in quel lento, Assuntina mi chiese come mi chiamassi e io, dopo aver risposto, replicai con la domanda speculare, e fu allora che mi resi conto, con improvvisa e intensa angoscia, che non ero in grado di indovinare lo status della donna con cui stavo ballando: era una paziente o una operatrice sanitaria?

Se avessi confessato a Teresa il mio dubbio si sarebbe di certo scatenata una colorita rappresaglia non da poco: «Ma perché ti fai queste domande? Basterebbe che ti convincessi che hai davanti a te una persona!». Per lei era semplice e non esitava a stigmatizzare i pregiudizi che mi tormentavano; a me la cosa veniva molto meno naturale perché, per quanto ci si possa sforzare, il malato psichiatrico fa paura: è imprevedibile, ingestibile e io continuavo a non sapere come bisognava comportarsi. Decisi allora di indirizzare la conversazione verso argomenti banali, fino a raggiungere la motivata convinzione che la mia partner del ballo apparteneva alla categoria delle persone ricoverate; mi sembrò di capirlo dalle osservazioni di dolce ingenuità che lei pronunciava. E tuttavia, a un certo punto, lei  intignò a voler sapere che mestiere facessi, allora mi ricordai della (unica) raccomandazione di Teresa e cercai di evitare in ogni modo di dover confessare che lavoravo con modelli di fisica numerica. Ma Assuntina insisteva e io finii per non trovare più perifrasi e mi dovetti rassegnare a dichiarare che ero laureato in fisica. E fu allora che quella donna già un po’ anziana e dai modi gentili mi rivolse una domanda che è sin troppo riduttivo definire sorprendente: «Ma allora conosci Aldo Ghizzetti?».

Questo Ghizzetti era un emerito professore di Analisi Matematica, sui cui testi io avevo con fatica studiato per almeno due esami del mio corso di laurea, ma Assuntina lo conosceva molto meglio di me perché era stata sua allieva all’Università di Roma, ateneo che aveva a lungo frequentato prima di essere internata per qualche decennio nella struttura sanitaria in cui ci incontrammo a ballare. Nei giorni successivi mi informai su quella storia che mi aveva colpito da subito e venni a conoscenza di molti particolari –  taluni davvero sconcertanti – che riguardavano Assuntina e, per la verità, si trattava di inquietanti destini che erano comuni a molti (presunti) malati di quello e di chissà quanti manicomi. Assuntina aveva una intelligenza assai brillante, era arrivata agli studi universitari dopo un più che decoroso percorso scolastico; amava la matematica e si era trasferita a Roma per finire gli studi provenendo da un piccolo paese della Marsica. Aveva regolarmente superato con profitto alcuni esami prima di incagliarsi in qualche scoglio didattico più pesante per cui aveva avuto un leggero esaurimento nervoso. I genitori di Assuntina, gente di modesta condizione sociale e culturale, si erano spaventati per gli improvvisi disturbi di quell’unica figlia tanto intelligente in cui avevano riposto tante speranze e per la quale avevano investito ogni centesimo dei loro risparmi a lungo custoditi in un segreto scrigno “scavato” tra i mobili della camera da letto.

La vera tragedia per Assuntina iniziò poi il giorno in cui fu accompagnata da un mediocre medico che ne decretò una grave compromissione della sua razionalità e consigliò a quegli angosciati genitori il ricovero urgente in una struttura psichiatrica. Si era così compiuto il disgraziato destino di quella ragazza che, solo pochi mesi prima, era affascinata dalle brillanti lezioni del professor Ghizzetti e che sognava di diventare una brava matematica. Come per chissà quante anime infelici, la porta di una spoglia e quasi lugubre camerata si era chiusa per sempre alle spalle di Assuntina, per un ergastolo che il falso pudore della incerta scienza psichiatrica di allora chiamava “ricovero”. Prima di Basaglia il manicomio era “per sempre”, da lì non si guariva, non si usciva, non ci si riscattava più e il ricovero, di fatto, diveniva perpetuo poiché i ritmi silenziosi, angoscianti e ripetitivi a cui i pazienti erano obbligati, non potevano che irrimediabilmente aggravare quel che era all’inizio – almeno in molti casi –  un piccolo momentaneo disagio che avrebbe potuto essere trattato con un po’ di riposo e di tranquilla attività sociale.

La vita peculiare di Assuntina è una di quelle storie che mi sono portato dietro con cura nella memoria dopo che, passati quei mesi in cui ebbi le frequentazioni di cui qui racconto, non l’ho più vista. E non ho mai dimenticato di chiedere periodicamente alle amiche che hanno continuato a lavorare con quei “pazzi”, qual’era stato il loro ulteriore destino. Assuntina perse i genitori, uno dopo l’altro, in breve tempo; non aveva fratelli o sorelle per cui, insieme a quelle rare visite dei genitori sempre più sofferenti, le venne a mancare qualunque interazione con il mondo “normale”. Circa un decennio dopo lasciò anche lei questo mondo. Non aveva mai smesso, soprattutto a partire dal giorno in cui i manicomi furono aperti, di distanziarsi e distinguersi dagli altri pazienti.

Lina e le altre mi hanno raccontato che era come se cercasse ancora di affrancarsi, con un ultimo velleitario tentativo, dal destino che lì l’aveva rinchiusa; si provava ancora a ribadire, con una  speranza mai sopita, che lei non avrebbe dovuto entrare nei corridoi lunghi e disadorni da dove non si riusciva mai a scacciare l’odore dei disinfettanti e delle urine.Assuntina morì da sola in una casa famiglia dove era stata sistemata. Non c’erano altri eredi nella famiglia. La casa dei suoi genitori venne spogliata da una ditta che si occupava di sgombero delle cantine. Tutti i ricordi della famiglia furono con ogni probabilità venduti sulle bancarelle di un mercato delle pulci. Su una di quelle bancarelle finì anche il corredo della promettente studentessa in matematica: asciugamani, tovaglie ricamate e anche un meraviglioso completo di lenzuola speciali, quelle cosiddette di “prima notte” che sua madre aveva cominciato a ricamare il giorno che quella figlia adorata aveva avuto le sue prime mestruazioni. ( segue nel prossimo blog)

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