Nella casa dei matti: una toilette in Vaticano

Nella casa dei matti: una toilette in Vaticano

Seconda puntata

di Marco Verdecchia

La storia di cosiddette malate mi colpivano molto; quella che ho narrato nella scorsa puntata l’ho spesso raccontata davanti a tavolate di gente; ho usato toni ironici, da “far ridere” o almeno sorridere, ma l’impressione che mi era rimasta sin da quei giorni ormai assai lontani era invece dolorosa, struggente, malinconica, cupa. Quelle vicende di anime infelici mi aveva comunque stimolato a continuare quelle saltuarie attività di volontariato.

Una volta mi proposero di partecipare a una gita a Roma, saremmo stati, insieme a molti di quei pazienti che adesso conoscevo, all’udienza generale del Papa e io, pur non essendo propriamente un cattolico ortodosso, accettai con entusiasmo. Non avevamo (noi esterni alla struttura) un compito preciso e di effettiva responsabilità, si trattava solo di “avere un occhio” affinché, una volta scesi dal pullman nessuno di quei compagni di viaggio si allontanasse troppo.

Passammo una giornata assai divertente e piacevole; quando sentite dire che “fare volontariato” fa bene (a sé stessi, intendo, prima che agli altri), credeteci; io e miei amici che nulla avevamo a che fare con la psichiatria tornammo a casa felici. Non avvenne nessun “incidente” di quelli che i nostri pregiudizi ci avrebbe spinto a pronosticare; gli ospiti che riassaporavano una parvenza di libertà dopo anni di reclusione allargarono i loro occhi a stupire delle bellezze della Basilica di San Pietro, della magnificenza degli spazi di una grande città; si eccitavano di meraviglia a osservare, da uno dei due fuochi della ellissi disegnate dal Bernini, come le file di colonne sembrassero sparire una dietro l’altra. E noi che eravamo lì con loro quasi per caso, eravamo invece stupiti che non era necessario nessun particolare controllo per tenere a bada quell’insolito “gregge di pazzi” che pensavamo di dover governare.

L’unica preoccupazione che avevamo percepito dai vari operatori, appena  saliti sull’autobus, era che qualcuno dei pazienti, ormai del tutto disabituati a muoversi con i mezzi, potesse accusare qualche malore durante il viaggio e, per scongiurare questa evenienza, furono adottate due terapie diverse e complementari. La prima somministrazione consisteva in una preghiera comune che la brava e solerte suor Angelica fece recitare a tutti, assicurandoci che se l’avessimo recitata bene «Gesù ci avrebbe protetto e non ci avrebbe fatto star male per il viaggio» (credo di poter trascrivere ancora quasi alla lettera quella convinta prognosi).

L’altra terapia, decisamente più laica, fu invece somministrata da Teresa, Maria Paola, Lina, Anna e le altre operatrici e consisteva in una apposita compressa contro il mal d’auto ma anche, anzi soprattutto, nel distrarre sapientemente i pazienti con chiacchiere e giochi lievi che allontanassero le loro menti – comprensibilmente eccitate dalla inusuale gita fuori dal manicomio – da possibili leggere turbe dello stomaco. Andò tutto liscio; l’autista era ovviamente consapevole di questo particolare problema e prestò particolare attenzione per le prime curve che era necessario percorrere prima di imboccare l’autostrada, quindi durante il lungo nastro diritto di asfalto, la combinazione delle due terapie risultò certamente efficace mentre, quando arrivammo a Roma, lo stupore diffuso suscitato da tutto ciò che si vedeva dai finestrini aveva reso superflue anche le sapienti attività di “distrazione” da parte delle assistenti.

Dopo i grandi respiri emozionati al centro della grande piazza e sotto la solenne bellezza della superba basilica, alcuni solerti e gentili collaboratori della grande “macchina vaticana” vennero ad accoglierci per condurci all’udienza del Papa; passammo per corridoi maestosi e superbi, tanto diversi da quelli che conducevano alle camerate del “nostro” manicomio, quindi la grande sala delle udienze si è aperta improvvisamente ai nostri occhi. I nostri “pazzi” – e noi con loro – erano emozionati e non dicevano una parola; camminavano piano come cercando di non far sentire i passi alle severe e sontuose architetture che ci avvolgevano. Sedemmo quindi nella fila di poltrone che ci fu indicata; era una fila privilegiata, collocata all’inizio di un blocco, sicché avevamo un ampio corridoio di fronte a noi che ci separava dal blocco successivo. Non passò molto prima che Sua Santità arrivasse. Giovanni Paolo II entrò dal fondo del sala e quasi tutti si accalcarono verso il centro per vederlo da subito; io rimasi indietro, non avevo particolare fretta di scorgerlo ma mi accingevo anch’io ad avvicinarmi e mettermi sulle punte dei piedi per guadagnare qualche centimetro che mi offrisse uno spiraglio migliore. Ero comunque rimasto tra gli ultimi della calca e fu per questo che fui forse l’unico a sentire una frase, in stretto dialetto marsicano che una donna aveva pronunciato dietro di me: «J’ teng’ piscia’». Nei primi istanti non ci feci caso e pensai che quella donna alle mie spalle, chiunque essa fosse, avrebbe potuto appropinquarsi alla toilette senza darne l’annuncio ufficiale a tutti noi ma, qualche frazione di secondo più tardi, mi tornò in mente la peculiarità del gruppo in mezzo al quale mi trovavo e mi voltai di scatto, già con una certa preoccupazione. Vidi allora Zaira, una delle nostre pazienti, che con grande naturalezza si era già alzata la ampia gonna con la quale era vestita e, un attimo prima che io riuscissi ad avvicinarmi a lei, aveva già infilato i due pollici alle estremità delle mutande pronta a tirarle giù con sorprendente disinvoltura per poter urinare comodamente nello spazio ampio lasciato libero da tutte le persone che si erano accalcate da una parte per vedere il passaggio di Sua Santità. Il momento fu reso più drammatico dalla circostanza che, con la coda dell’occhio, notai nitidamente: due guardie svizzere che “montavano” su una delle pareti della sala avevano ben percepito le intenzioni di Zaira e stavano partendo, lancia in resta, per sventare la sacrilega azione che la nostra paziente si apprestava a compiere. Dovetti avere un riflesso felino, di cui ancora oggi mi vanto giocosamente nel raccontare l’episodio, nell’intervenire con una manovra che fosse allo stesso tempo efficace ma anche tale da non aggravare ulteriormente la scena che stava per compiersi; non potevo, per intenderci, mettere le mani sul bacino della donna perché avrei reso ancora più “conturbante” l’immagine per gli altri ospiti che ormai iniziavano a voltarsi. Realizzai allora che la cosa più opportuna fosse di abbracciare Zaira rimanendole alle spalle e di bloccarle così le braccia perché fosse impossibilitata a proseguire nella sua imbarazzante gestualità che aveva in programma.

La manovra risultò efficace e rapida ma prima di compiacermene iniziavo già a urlare tutti i nomi delle assistenti sociali che erano con noi; le mie amiche arrivarono rapidamente e una di loro accompagnò la paziente alla toilette; il volto delle guardie svizzere si rasserenò, arrestarono la loro corsa minacciosa e ritornarono alla loro statuaria posizione nella postazione loro assegnata. Fu quello l’unico piccolo incidente di quella piacevolissima giornata.

Nei giorni successivi  mi fu raccontata la storia di quella paziente e non era dissimile da tante altre. All’interno della struttura psichiatrica, a Zaira veniva attribuita una indole violenta e quindi assai pericolosa. «Quella vi ammazza!» era la previsione che molti infermieri avevano rivolto a Lina e Maria Paola già dalle prime volte che queste avevano tentato di strappare quella donna da uno status di costrizione fisica che assomigliava decisamente più alla tortura che a una terapia. Alla “santa” legge che porta il nome di Franco Basaglia si deve anche quella tardiva liberazione; Maria Paola e Lina avevano rischiato la loro incolumità – almeno a detta di quegli operatori “più conservatori” che guardavano con timore la “pericolosa” liberazione di quei reclusi senza colpa – ma alla fine avevano avuto ragione. Dopo molti tentativi, Zaira si era sentita rassicurata dalla voce dolce di quelle nuove operatrici, aveva imparato ad attutire le sue grida minacciose e a percorrere quasi in silenzio, seppur barcollando vistosamente, il piccolo corridoio che dalla sua camera del supplizio conduceva verso l’esterno e in particolare verso un particolare pezzo di prato che le divenne presto familiare.

Quei pochi metri quadrati di erba le divennero anzi così consueti che, appena sentiva sotto i piedi quella particolare morbidezza, la prendeva un irrefrenabile desiderio di stendersi su quello strano letto – chissà, forse perché percepiva che quel particolare materasso non aveva sbarre – e anzi pretendeva che quelle “nuove amiche” che l’avevano condotta fuori dalle mura dopo decenni di prigionia, si sdraiassero anche loro insieme a lei. E lì restava, per molte ore, guardando il cielo mentre aspirava nervosamente il fumo di una sigaretta.

Quando Zaira venne con noi a Roma, la mia amica Rachele (Lina per gli amici) stava dunque per vincere la sua ennesima appassionata battaglia; di statura piccola e di modi gentili, quello strano esemplare di donna pugliese sapeva (e ancora oggi sa) diventare invincibile innestando improvvisamente marce impronosticabili. Ma le sue battaglie non passano alla storia con il nome di amene località dove si consumano massacri, ma quasi sempre con il nome di una donna che era stata “paziente” nel manicomio. Quel particolare e cruento combattimento che ho qui sintetizzato, prese il nome di Zaira; ad essere feroce, alla fine, non risultò la paziente ma la presunta terapia a base di reclusione che le era stata somministrata per decenni.

Quando io l’ho incontrata, il suo particolare percorso di sia pur parziale emancipazione volgeva oramai al termine e l’esito appariva del tutto scontato; a Zaira restavano pochi gradini per risalire “quassù” nel (presunto) mondo civile. A volte, per comprendere la natura profonda degli avvenimenti non serve grande intelligenza, ma solo rigorosa attenzione: una donna che urina in pubblico non necessariamente è un’esibizionista, un essere bizzarro, una femmina irriverente, volgare o sfacciata, ma può essere una creatura a cui è stata sottratta la dignità e la dignità è proprio quella cosa che a noi “normali” obbliga ad appartarci prima di soddisfare certi bisogni fisiologici; se di quella dignità si è stati privati, è addirittura paradossale accusare qualcuno di non farne uso. Se quell’essere è stata per anni lavata con un idrante dovendo stare e ferma e nuda di fronte a tante colleghe, è poi crudele, oltre che insensato, domandarle come mai non ha vergogna di calarsi le mutande di fronte a tanta folla.

Finita l’udienza riprendemmo l’autobus per qualche chilometro e andammo a pranzare in una piacevole trattoria di Trastevere. A parte quell’inconveniente che ho narrato – per la verità più divertente che imbarazzante – nessuno dei pazienti che accompagnavamo fu protagonista di comportamenti imbarazzanti o poco dignitosi. In quell’occasione, dopo qualche mese di “training”, credo di aver finalmente capito cosa aveva cercato di insegnarmi (fino ad allora inutilmente) la mia amica Teresa. L’atmosfera per tutto il lungo conviviale fu assai piacevole, non avevo più turbe né angosce, non provavo più imbarazzo, tormento o agitazione a stare a tavola e discorrere piacevolmente con i pazzi, anzi con tanti pazzi simultaneamente.

Mi convinsi finalmente che quei pericolosi soggetti psicotici erano anime miti e scherzose che sapevano anche sorridere; sapevano meravigliarsi e gioire di piccoli scherzi e del buon cibo che ci veniva servito. E scoprii proprio quel giorno, con vivo stupore, che i pazzi sono anche dotati di ironia che è una raffinata facoltà della nostra intelligenza e che per nulla attribuiremmo a menti malate.

Tra quelli con cui condivisi l’allegria quel giorno c’era anche Antonio che capitò seduto proprio vicino a me nella lunga tavolata; a quel particolare “pazzo” tornò in mente con gioiosa dolcezza il ritornello di una canzone che aveva cantato per una sua coetanea molti anni prima; Antonio avrebbe voluto che quella fanciulla diventasse sua sposa. Non saprei dire che cosa di quella particolare atmosfera in cui eravamo immersi gli resuscitò nella mente i quattro versi e la melodia di quella canzone: «Lei aveva un mazzolin di fiori e le fragole sul cappellino / ogni fragola un bacin d’amor / E il tempo volò…». Qualcuno gli chiese di cantarla ancora e lui lo fece e poi, a turno sia i presunti pazzi che i presunti sani, iniziarono a domandargli: «Antonio, ma come faceva quella canzone che cantavi alla ragazza che ti piaceva?». E lui, ogni volta, con un sorriso che cresceva a ogni esibizione, si alzava dalla sedia e intonava lo stesso ritornello facendo finta che era la prima volta.

E qualcuno gli disse: «Scusa non ho capito le parole, la puoi cantare ancora» e Antonio, senza esitazione alcuna, prendeva a intonare la medesima melodia: «Lei aveva un mazzolin di fiori…». Durante il viaggio di ritorno nessuna delle due terapie fu necessaria, né quella laica né quella religiosa,; l’unico efficace medicamento contro il mal d’auto era il ritornello che Antonio ci aveva insegnato, quello che parlava di un un mazzolino di fiori e un cappellino ornato con delle fragole; lo cantammo tutti ripetutamente per almeno cento chilometri di autostrada.

Arrivati davanti al lugubre casermone di Collemaggio, ci salutammo abbracciandoci tutti. A noi “sani” dispiacque molto che la gita fosse già conclusa. E anche i “pazzi” dovettero provare identica malinconia.

Immagine di copertina gentilmente offerta per l’uso da ” www.esserealtrove.it “

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