Nella casa dei matti: Un pazzo e un bambino

Nella casa dei matti: Un pazzo e un bambino

di Marco Verdecchia

Terza puntata

La gita con i “pazzi” dell’ospedale di Collemaggio per l’udienza del Papa (di cui abbiamo raccontato nella puntata precedente) fu una delle ultime volte che frequentai quegli ambienti. Adesso non saprei spiegare neanche perché; forse mutarono le condizioni, avemmo altri impegni o forse il percorso di quelle anime a lungo violentate prevedeva altre tappe. Ma il ritornello di Antonio lo ricordiamo certamente tutti a distanza di quasi quarant’anni. Talvolta ho chiesto di loro alle mie amiche che in quell’ospedale tanto si adoperarono per anni con grande passione.

Soprattutto da Rachele ho sentito raccontare altre storie: tutte fatte da strane miscele di tenerezze e malinconia. Prima di intraprendere una più stabile carriera da maestra, Lina ha lavorato a lungo e con indicibile passione in quel moribondo manicomio (finalmente moribondo lui e non i pazienti che vi erano malamente ospitati). “Tenerezze e malinconia” sono i termini che ho scelto per sintetizzare quelle storie e quelle vite così peculiari e credo proprio che, usati all’unisono, sono proprio i termini giusti. Tenerezza perché sono racconti di esseri inermi e rassegnati. Malinconia perché furono esistenze a lungo violentate, annullate, soppresse per un “reato di pazzia” che meglio potrebbe essere descritto come “insolita fantasia”.

Tonino era uno di quegli esseri a cui, prima della benemerita legge Basaglia più volte citata, veniva vietate da decenni decine di semplici e innocui gesti. Tra le tante severe prescrizioni a cui dovevano sottostare, ai “malati di mente” non era concesso “toccare” gli altri, mai. Ogni tentativo di contatto con un’altra persona era loro precluso all’interno dell’ospedale psichiatrico e non parliamo ovviamente di contatti di natura sessuale, ma anche di approcci amichevoli, confidenziali, di puro e semplice affetto. È proibito dare una pacca sulle spalle, abbracciare, baciare la guancia, accarezzare il viso, le braccia, le mani di un interlocutore; tutti questi gesti sono automaticamente ascritti all’articolo del codice penale che riguarda le molestie e, se malauguratamente compiuti da qualcuno dei ricoverati, questo veniva severamente rimproverato e punito.

I malati, in altre parole, non potevano dimostrare affetto e sentimenti col corpo; la loro posizione corretta – quella che gli veniva ripetutamente consigliata – è con le braccia dietro la schiena e le mani intrecciate; l’andatura deve essere lenta e il tragitto deve essere condotto lungo il muro, il più possibile vicino alle pareti per non urtare accidentalmente chiunque transiti nella direzioni opposta. È probabilmente per questo che, a volte, lo sguardo dei malati fissa la persona che hanno davanti cercando (in gran segreto) di immaginare il profumo di un’altra pelle, la morbidezza di una gota o la duttile motilità di altre ditta che si potrebbero stringere, piegare, intrecciare con le proprie.

Tonino era uno di quelli che, a queste regole, si atteneva scrupolosamente; non si avvicinava mai agli assistenti, alle infermiere e, meno che mai, a un medico. E quando, una certa mattina di primavera, arrivò Rachele con in braccio il figlio Federico di due anni, Tonino ripeté quella clandestina procedura osservando prima la camicetta della mamma da cui si intravedeva un piccolissimo brandello della fessura tra i seni ancora pieni di latte e poi, con ancora più attenzione, prese a focalizzare il bambino che a quel seno era premurosamente stretto. Cercando di nascondere dietro la barba incolta il sorriso che gli usciva spontaneo e prepotente dalle labbra.

Tonino vide il viso tondo che iniziava a ricambiargli lo sguardo e si era fatto immobile nello scoprire un nuovo viso che sembrava dovesse avvinarsi a lui per la prima volta. Il paziente mantenne scrupolosamente le mani dietro la schiena; a lui “malato” non era ovviamente concesso di appoggiare la sua mano ruvidissima e “pericolosa” su quelle gote delicate. Eppure, a differenza di molti adulti, il piccolo Federico non sembrava preoccupato o ansioso per quel trovarsi a breve distanza dalla mente distorta del malato psichiatrico. E forse fu per questo che, improvvisamente, nella mente del pazzodovette scattare una iniziativa velleitaria; qualche imprevista connessione tra neuroni che era rimasta silente per decenni si attivò improvvisamente e Tonino fece una richiesta che sarebbe parsa inusitata a un qualunque frequentatore di quegli stanzoni bianchi e spogli: si avvicinò a quella mamma che gli sorrideva e le chiese se potesse, solo per un attimo, prendere in braccio quella piccola vita pulsante. E quando Lina, contro ogni previsione (e raccomandazione della direzione sanitaria), sorrise orgogliosa e acconsentì volentieri iniziando subito ad allungare le braccia per porgere il bambino nelle “pericolose” mani dell’ammalato, Tonino ristette impietrito, incredulo, sbalordito e sconcertato allo stesso tempo, cominciando a indietreggiare quasi avesse adesso lui paura di quella “poco prudente” concessione. 

Poi fu convito dal rassicurante atteggiamento di quella mamma coraggiosa – oltre che anarchica a qualunque regola e raccomandazione – ed ebbe in mano la creatura per qualche secondo, frangente che dovette sembrargli un tempo infinito. Quando restituì Federico nelle braccia di Lina, Tonino tremava vistosamente, ancora incredulo dell’impresa che gli era stata autorizzata e che aveva portato a termine con inaspettato successo; il fiato gli si era fatto corto e tornò a distanza “di sicurezza”. Avrebbe voluto subito incrociare le mani dietro la schiena com’era solito stare, ma gli si erano velati gli occhi e dovette usare i palmi per asciugarsi le lacrime che gli scendevano copiose. Rachele si provò più volte a chiedergli da quanto tempo non prendeva in braccio un bambino, ma lui non seppe rispondere sia per il “picco” di emozione di cui era ancora vittima, sia perché era davvero passato troppo tempo e lui non lo ricordava proprio.

Nota. L’immagine di copertina è gentilmente concessa per l’uso da esserealtrove.it 

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