Mucca pazza e dintorni

Mucca pazza e dintorni

L’Antica Cucina Toscana

di Antonio Di Giovannantonio

Nei primi anni duemila ci fu in periodo in cui imperversava la “mucca pazza”. Non tanto nei casi di contagio, piuttosto sporadici, quanto nei dibattiti alla radio e in televisione. Era il principale argomento di conversazione negli ambienti di lavoro e nei bar. L’encefalopatia spongiforme bovina (BSE), meglio conosciuta come morbo della mucca pazza, era una malattia neurologica cronica, degenerativa e irreversibile, che colpiva i bovini e poi anche l’uomo, causata da una proteina patogena: il prione. 
I sintomi si manifestavano con disturbi di tipo sensoriale, dolori acuti, perdita di memoria, movimenti involontari, fino ad uno stato di demenza e morte. 
I primi casi di BSE si diffusero nel Regno Unito a partire dal 1986. L’origine del morbo era da attribuire ai processi di produzione delle farine di carne, utilizzate per l’alimentazione animale. Alcuni metodi impiegati per eliminare i grassi dalle farine non erano in grado di inattivare i prioni.*

In molte case la carne di manzo era stata bandita dalla tavola. Le vendite erano precipitate. Gli operatori del settore erano in crisi e seriamente preoccupati. 
 
Dopo una giornata in affiancamento all’agente di zona, nel tardo pomeriggio mi sobbarcavo lunghi viaggi di trasferimento per raggiungere la sede operativa del giorno seguente. 
Durante il tragitto ascoltavo su Rai Radio 1, Zapping, la storica edizione condotta da Aldo Forbice.  

Naturalmente in trasmissione si parlava esclusivamente di mucca pazza. 
Un lungo periodo di astinenza e le continue dissertazioni su un alimento proibito, avevano scatenato in me una gran voglia di “fiorentina”, pur non essendo particolarmente goloso di carne rossa. 
 
Quella sera in una tipica trattoria di Firenze avrei finalmente ordinato una bistecca alla fiorentina! Ma prima avevo una missione non esaltante da compiere e non c’entrava niente, né la città d’arte né la BSE: dovevo revocare il mandato allo storico agente di zona: Giuseppe Gagliarducci. 
Comunicare le dimissioni al proprio venditore è il compito più ingrato che spetta a un capo area.

Tra due persone che lavorano assieme per anni, condividendo le stesse finalità commerciali, si crea inevitabilmente un legame. Magari non proprio di amicizia, ma come minimo di reciproca fiducia. 

L’area manager è il responsabile delle operazioni di vendita dell’azienda in una determinata area geografica. Alla guida di una squadra di agenti persegue gli obiettivi di vendita prestabiliti. È una figura professionale permeata dall’etica del risultato, in un settore dove contano soltanto i numeri.In realtà stavolta avevo poche remore di coscienza. Ero appena subentrato nella gestione dell’area a un altro collega e non avevo avuto il tempo di instaurare con il venditore un rapporto molto confidenziale. 
La faccenda non poteva essere inquadrata nei consueti canoni di valutazione. Il calo di fatturato non dipendeva unicamente dall’agente. Il nostro prodotto, un sistema di tubazioni idriche in polibutilene(polimero plastico), con raccordi a innesto rapido, era soggetto a frequenti avarie proprio nel territorio urbano di Firenze. I nostri tubi si fessuravano a causa di una eccessiva clorazione dell’acqua. L’acquedotto versava nelle condutture massicce dosi di cloro per contrastare l’elevato inquinamento idrico. Nel capoluogo toscano avevamo contenziosi aperti con i clienti per oltre 500 mila Euro. Ricordo quando sono stato delegato a rappresentare l’azienda in un’aula di tribunale. La donna gridava in preda alla disperazione: “Ho la casa completamente allagata, un figlio disabile!  Vi rendete conto?” La voce angosciosa di quella madre riecheggia tuttora nelle mie orecchie! È normale che il povero Gagliarducci, a dispetto del nome, fosse scoraggiato e demotivato. 

Nelle altre province della Toscana il sistema continuava ad essere apprezzato, per l’estrema rapidità di installazione. 

La logica commerciale mi imponeva di affidare l’area a un nuovo agente, libero da condizionamenti. 

Arrivai puntuale all’appuntamento, fissato alle 18,00 presso la sede dell’agenzia. Dopo i convenevoli, in virtù di un’innata inclinazione alla diplomazia intrapresi un interminabile panegirico. Finii per cadere in un “cul-de-sac”, ma quando ormai disperavo di uscirne, riagguantai con una manovra al limite del “politicamente corretto” il filo del discorso, arrivando al punto cruciale. Seguì da parte del rappresentante una minuziosa rievocazione degli anni fortunati della crescita, per poi soffermarsi fatalmente sulle criticità del prodotto. Il commiato non fu risparmiatoda un prolungato scambio di formalità, fino a quando, quasi insperatamente, riuscii a salutare il professionista. Ero esausto! L’ora di cena era passata da un pezzo. Rientrai mestamente in albergo, amareggiato per aver licenziato un agente esperto e un tempo valido. 

Non mi avvidi istantaneamente dello sguardo di complicità tutta maschile che mi rivolse il portiere. L’uomo porgendomi la chiave ammiccò verso due walkirie bionde, appostate felinamente sui divani della hall. La spossatezza mi aveva impedito di notarle! Mi colpì la pelle diafana. Sembravano statue di marmo. Una fisicità imponente che risaltava sul rosso scuro della tappezzeria. L’invito con il capo si ripeté. Declinai con fermezza l’offerta e afferrai la chiave dirigendomi a passi svelti verso la camera. Un minuto dopo aver chiuso la porta crollai sul letto e mi addormentai in preda ai dubbi. 
 
Quando sostituisci un venditore, solo a distanza di mesi ti accorgi se hai fatto la scelta giusta. 

Quella notte fui svegliato da un insolito andirivieni e da voci soffocate provenienti dalla camera accanto. Nonostante la stanchezza non riuscii più a chiudere occhio. Furono sufficienti solo tre settimane per avere dei riscontri positivi sulla correttezza della strategia adottata.                                                                                   
La mattina successiva incontrai abbastanza presto il candidato designato a rilevare la zona. Stefanini era un giovane “figlio d’arte”. Il padre deteneva la rappresentanza di importanti società nel campo della termoidraulica. Non mi suscitò molta simpatia, un fattore al quale non ho mai attribuito importanza. Il ragazzo aveva le competenze e l’entusiasmo per acquisire il mandato. 
 
Dopo aver assegnato ufficiosamente l’incarico al nuovo agente, mi rimisi in auto. Nel pomeriggio avevo fissato degli appuntamenti a Perugia. 

Mentre percorrevo il tratto aretino dell’autostrada del sole, mi ritrovai in Valdichiana all’ora giusta per il pranzo. Stavolta non avrei rinunciato per niente al mondo! La famosa bistecca aspettava solo me! Decisi di uscire a Monte San Savino per cercare un ristorante dove ordinare una “chianina”. 

Non c’era ancora Tripadvisor, così quando vidi l’insegna “L’Antica Cucina Toscana”, che campeggiava su un piazzale pieno di auto, parcheggiai immediatamente ed entrai con passo deciso nel locale. 

Man mano che procedevo all’interno però non vedevo i tavoli apparecchiati. Ero arrivato quasi in fondo alla sala quando fui intercettato da un drappello di avventori. O almeno così credevo. Un tipo alto e stempiato mi chiese gentilmente il motivo della mia visita, data anche l’ora. Risentito, spiegai il mio legittimo proposito di gustare una fiorentina. Sui volti dei presenti comparve un sorrisetto malizioso. Una signora in tailleur grigio provvide a spegnere definitivamente il mio entusiasmo: “Signore” mi disse in elegante accento toscano, il tono perentorio e un po’ divertito, “questo non è un ristorante, noi realizziamo cucine in muratura, in stile rustico toscano!” 
 
Alcuni anni dopo la comunità europea proibì per sempre le pericolose tecniche di produzione delle farine animali, impedendo all’agente patogeno di riprodursi. 
 

Finalmente nell’ottobre del 2005 il comitato di veterinaria della UE rimosse il bando che da marzo 2001 vietava la commercializzazione della carne non disossata, come la bistecca alla fiorentina. 

Seguendo le indicazioni dei produttori di cucine, affrontai una serie inesauribile di curve in salita. Raggiunsi una trattoria dimessa che distava circa tre chilometri dal luogo del mio imbarazzante abbaglio. Dopo un tempo indecifrabile, dilatato da un’appetenza non più differibile, divorai fino a lucidare l’osso, una memorabile fiorentina!** 

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