Mio padre, le sue ortensie e Casimirro

Mio padre, le sue ortensie e Casimirro

di Marco Verdecchia

Ninetta mia, a crepare di di maggio / ci vuole tanto troppo coraggio”; così Fabrizio De André faceva cantare il “suo” Piero, poco prima che terminasse la sua “pacifica guerra” e si trovasse a dormire “sepolto in un campo di grano”.

E anche mio padre se ne andò che era maggio, certamente il suo mese preferito, quello in cui, nel giardino della grande villa dove lavorava, quasi all’unisono sbocciavano rose rampicanti, gelsomini, prugni, tulipani, gladioli, ciliegi, ortensie, fucsia, dalie, zinnie, oltre alle centinaia di gerani piantati nei vasi e appena riportati all’aria aperta dalla dimora invernale per poi essere premurosamente rinvasati con nuova terra scura e feconda prima d’esser schierati ad anfiteatro sopra la fine ghiaia dello spazio aperto più grande della villa.  

In quei giorni diventava più verde anche il gigantesco carrubo posto a guardia dell’aiuola di rose, e preparava i preziosi frutti che io e i miei fratelli, da adolescenti, avremmo non solo mangiato, essendone ghiotti, ma anche separato con cura i semi dai grandi baccelli marroni, per poi essiccarli e portarli al convento dei frati in cambio di pochi spiccioli; i religiosi avrebbero quindi utilizzato quei semi per incastonarli nei rosari da vendere ai pellegrini, sicché il mio pensiero, transitando sotto quelle fronde, andava a migliaia di mani di pie donne che recitavano litanie sgranando i frutti del nostro maestoso carrubo.

Ed esplodevano anche i grappoli viola del glicine secolare; cresciuto in mezzo al prato, i suoi lanci vigorosi, rinnovati a ogni primavera, non avevano mai trovato appoggi avendoli pur cercato per decenni; erano quindi ripiegati su stessi intorno al tronco, vigoroso e ormai contorto come quello di un ulivo oltre che completamente celato alla vista; quei fiori formavano come una grande fontana di colore che sembrava cadere con fragore sulle timide margherite e i fiori di camomilla che, a fatica, si erano fatte spazio in mezzo al verde folto e brillante delle erbe selvagge.

Avvenne improvvisamente, in quel maggio insolitamente triste, che quel piccolo uomo magro e brevilineo, dalle movenze anche piuttosto maldestre seppure perennemente operoso e apparentemente inattaccabile dalla fatica, si trovò a dormire dietro una lapide bianca su cui il mio fratello più grande –  quello che era e sarebbe rimasto il più colto della famiglia – dettò l’epigrafe a sintesi del nostro dolore: “La sua anima grande e generosa / sconsolati / ricordano la moglie e i figli / e ne conservano perenne memoria”.

Oltre alla dotta frase, posta a perenne testimonianza del nostro struggente ricordo, a dar conforto a quell’anima cara che ci aveva appena lasciato, c’era anche un grande vaso di ortensie, di quelli che mio padre stesso aveva curato solo poche settimane prima di andarsene; “curato” vale qui nell’accezione più materna del termine, si intende liberato di ogni minimo stelo d’erba, rimboccato di buona terra appena “grattata” da sotto la grande quercia, dove il “fracicume” di foglie e ghiande che si accumulava in inverno rendeva quel terriccio nero, peculiarmente generoso e, quindi, stimolante per ogni germoglio.

E per le ortensie in particolare, quell’uomo che tanto le amava, infilava nella terra dei piccoli pezzi di barattoli di latta; da semi-analfabeta pur sapeva bene che a seguito dell’ossidazione del metallo si producono dei solfati assai nutritivi per quella pianta, per cui ne avrebbe guadagnato vistosamente la dimensione dei fiori e la brillantezza dei colori (i floricoltori laureati sarebbero arrivati a capirlo solo decenni dopo, ma non bisogna irriderli, ognuno ha i suoi mezzi e le sue fonti scientifiche; mio padre aveva il vantaggio di poter attingere a consolidati saperi millenari, mai scritti su carta e quindi ignorati dagli agronomi).

A dare conforto alla salma e speranza a noi familiari c’erano, oltre all’ortensia che “picchettava” la lapide, anche molte preghiere; e in ciò eravamo assai favoriti da mia madre che era molto devota, ma anche da uno strano “prelato autodidatta”: s’aggirava infatti per il camposanto un uomo ormai molto anziano dall’aspetto assai trascurato; aveva il ventre deforme, gonfio come un’otre per il troppo vino “low-cost” (più bisolfito che uva!) consumato presso la cantina di Rusinella; era mal coperto da un consunto camicione da cui erano progressivamente saltati molti bottoni e si muoveva lentamente respirando sempre in palese affanno. L’uomo si chiamava Casimirro (andrebbe scritto un una “r” sola, ma nel nostro dialetto ne mettiamo due), aveva pessima memoria e non sapeva neanche leggere; era dunque solito avvicinarsi a un drappello formato dalla vedova e dagli orfani che sconsolati fissavano una lapide per poi, con un approccio non proprio sensibilissimo né delicato, chiedere subito deciso: «Come si chiama il morto?»

Appreso quindi il nome di battesimo di chi riposava di sonno eterno dietro la “nostra” ortensia, Casimirro iniziava a recitare malinconiche e incomprensibili litanie, accompagnando le misteriose orazioni con frenetici gesti del pollice sul logoro rosario che stringeva nel pugno; il ritmo con cui declamava le criptiche sequenze di suppliche era, a dir poco, forsennato; fosse stata una musica sarebbe stato certamente un Prestissimo costruito con una vorticosa progressione di arpeggi di semi-biscrome; ma c’era anche un frangente particolare in cui quel Prestissimo rallentava improvvisamente e vistosamente fino a divenire un Largo maestoso, e ciò accadeva quando l’improvvisato sacerdote arrivava a pronunciare il nome del defunto; in quel momento egli sillabava assai lentamente quella identità anagrafica con la palese intenzione di richiamare l’attenzione di Domineiddio affinché ascrivesse proprio a quel “Luigi Divinangelo”, e non ad altri immeritevoli e anonimi defunti, il benefico suffragio derivante dalle sue accorate orazioni.

Con tutta evidenza la dottrina teologica di Casimirro contemplava la possibilità che Nostro Signore fosse talvolta distratto o comprensibilmente confuso dalle tante preci a lui indirizzate a beneficio di un sempre maggior numero di defunti, sicché reputava necessario, oltre che doveroso, scandire in maniera lenta e inconfondibile l’identità del beneficiario affinché quel suffragio non venisse erroneamente accreditato su un “conto sbagliato”. Le misteriose litanie del laico officiante, nonché la dinamica musicale con cui venivano interpretate quelle orazioni, finivano per avere anche un effetto esilarante sui non-defunti che le ascoltavano: io e mio fratello Bruno contavamo allora poco più di tre decenni di età in due e ci guardavamo divertiti con la coda dell’occhio arrivando a doverci tappare bocca e naso per non prorompere in rumorose risate certamente assai inopportune in quei frangenti. Per fortuna nostra madre era operosamente intenta a curare la pulizia di quel pezzo di marmo tanto caro, e se non avesse avuto la visuale provvidenzialmente limitata dal fazzoletto nero “da vedova” con cui si copriva il capo e si fosse accorta che “avevamo qualcosa da ridere”, sarebbero partite severissime omelie tese a stigmatizzare impietosamente i figli degeneri, incapaci, come eravamo, finanche di mantenere un atteggiamento consono e rispettoso di fronte alla tomba di nostro padre.

La tariffa per la breve ma intensissima liturgia di Casimirro era tacitamente fissata a cinquanta lire, ma mia madre, sebbene fossero tempi in cui potevamo “largheggiare” davvero ben poco, spesso raddoppiava quell’onorario, anche lei ben consapevole, a dispetto della sua incrollabile fede, che si trattasse  di un’opera di carità nei confronti del mite vecchietto più che un effettivo beneficio per l’anima di cui (a parte le brevi risate innescate dal peculiare stile recitativo di Casimirro) stavamo piangendo la struggente assenza.

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