Mio Padre Giacomino

Mio Padre Giacomino

Questo racconto è andato in onda su Radio24 in storie di rinascita , bellissima rubrica che vi invito a seguire, curata da Matteo Caccia. Sono contento che Giuseppe , che spero presto di conoscere, abbia scelto questo blog per divulgare questo bellissimo scritto. Nel libro ” I mille Abruzzi” (clicca qui per la recensione) questo racconto sarebbe entrato sicuramente. Infatti l’ultimo capitolo del libro “lo lasciai” a chi voleva raccontare ( molti che mandarono la email non li conosco ancor oggi) un insegnamento dettato da qualcuno attraverso un comportamento utile per la propria vita. Il capitolo lo chiamai “Insegnamenti”, arrivarono una ventina di racconti .

Racconto breve

di Giuseppe Scialabba

Mio padre Giacomo mi lascia nel 2010 e tante sono state le cose di cui avrei voluto parlare ma il rammarico maggiore è di non aver approfondito i racconti della sua prigionia nella Germania nazista.

Giacomino, così veniva chiamato, era il sesto di una famiglia allargata composta da due genitori e sette figli.

Rimane orfano di padre a soli 9 anni, la sua adolescenza fu seguita dai numerosi parenti e dopo la scuola elementare fu indirizzato da lo zio Vincenzino al lavoro di calzolaio, mestiere che non so se gli ha salvato la vita ma, sicuramente, gli rese la prigionia meno pesante.

Il 10 giugno 1940 scoppia la seconda guerra mondiale, mio Padre aveva 17 anni, il 12 agosto 1942, seguendo le orme del fratello maggiore Zio Sarino sottufficiale nella Guardia di Finanza, si arruola per una ferma di tre anni così fu trasferito dalla sua Sicilia a Roma per il corso Allievi Finanzieri.

Dopo pochi mesi di corso il 2 gennaio 1943 mio padre viene assegnato al 13° Battaglione Mobile e trasferito a Trieste.

 Il 15 gennaio il battaglione attraversa il confine di Postumia, oggi territorio Sloveno, va alla conquista della Grecia al grido “spezzeremo le reni alla Grecia”.

Non ho notizie di cosa succede negli otto mesi in cui mio padre compie operazioni militari nella zona centrale della Grecia ed esattamente nei dintorni del comune di Lamia ma, il 10 settembre si trova in località Stilis, dove tutto il battaglione si arrende alle truppe tedesche.

Saranno tutti internati presso Norimberga nel Lager Stalag XIII D, la loro liberazione avviene ad opera delle truppe statunitensi il 16 aprile 1945 riuscendo a rimpatriarle a fine giugno.

Mio padre di sua iniziativa, dopo un pranzo in famiglia e alla presenza anche dei miei figli, facendo riferimento al lavoro di calzolaio che aveva imparato nel suo paese di nascita durante l’adolescenza, ci racconta che durante la prigionia è riuscito a far conoscere le sue capacità manuali nella realizzazione di scarpe.

Un ufficiale tedesco, venuto a sapere che mio padre riparava con successo scarpe a diversi prigionieri ed anche ad alcuni soldati tedeschi, chiede se è in grado di realizzare delle pantofole per la moglie.

Mio padre con orgoglio ci racconta che riuscì a confezionare, con il materiale disponibile in tempo di guerra, delle comodissime pantofole che calzavano perfettamente ai piedi della moglie dell’ufficiale tedesco.

Questo episodio fece sicuramente migliorare la vita nel campo di prigionia a mio padre il quale volle precisare che, pur essendo un accanito fumatore, rifiutava, a fronte delle riparazioni, l’offerta di sigarette come compenso ma in cambio preferiva poter avere del pane.

Certamente non sono stati una passeggiata quei circa due anni di internamento.

In altri racconti, mio padre ricordava che si ritenevano fortunati quando si riusciva a recuperare le bucce delle patate che venivano scartate dalle cucine dei soldati tedeschi, oppure durante il trasferimento dal campo ai posti di lavoro, riuscire senza essere visti a prendere un po’ di sale misto a terra, che veniva buttato dai tedeschi per evitare il congelamento della pavimentazione.

Gli uomini della squadra in cui mio padre era inserito erano utilizzati come lavoratori, dove le esigenze lo richiedevano venivano portati per lavorare in forma ovviamente coatta.  

Ci raccontò che una volta la sua squadra ebbe la fortuna di essere portata a lavorare in una fattoria, dove si doveva aiutare nei lavori agricoli e pulizia delle stalle.

Giunta l’ora di pranzo furono accompagnati in una stanza dove su un grande tavolo si trovavano pane ed altre pietanze, ma spiccavano alcuni piatti di spaghetti con sopra un abbondante sugo di pomodoro di un rosso vermiglio.

Si buttarono immediatamente su tutto quel ben di Dio, dopo mesi di stenti non credevano ai loro occhi, tanto era la loro agitazione che gli agricoltori fecero capire che tutto quello che avanzava avrebbero potuto portarlo via.

 Lo stupore del gruppo diventò maggiore quando andando a mangiare gli spaghetti si accorsero che quello che sembrava sugo di pomodoro era in realtà marmellata, probabilmente di frutti di bosco, ma la fame era davvero tanta.

Come ho detto mio padre, liberato ad aprile riuscì a raggiungere il suo piccolo paese in provincia di Messina, dopo circa due mesi.

Era giugno e l’ultimo tratto di nove chilometri mio padre li fece a piedi e lungo il cammino incontrò un contadino che raccoglieva delle ciliegie.

Avendo ricevuto dei soldi pensava di poter acquistare qualche chilo di ciliegie, ma il contadino lo riportò alla cruda realtà, la guerra aveva creato una inflazione così grave che con quelle poche lire non riusciva ad acquistare nulla.

Il contadino comunque gli regalò una manciata di ciliegie.

Ala fine della guerra Giacomo riprese la sua carriera nel corpo della Guardia di Finanza fino a raggiungere la pensione il 1°gennaio 1979.

Oggi che ho più di sessant’anni e che attraverso le letture ho conosciuto e compreso meglio la tragedia del ventennio fascista, mi rendo conto di non aver mai chiesto ai miei genitori come hanno vissuto quegli anni ma soprattutto non so se avessero mai capito veramente cosa stava accadendo alla loro generazione.

Una risposta l’ho ricevuta. Venendo in possesso delle carte di mio padre, ho trovato una serie di documenti che assegnavano delle croci al merito di guerra per internamento, fino a che, il 22 gennaio 1980 Giacomo Scialabba è stato fregiato del distintivo d’onore per i patrioti “Volontari della Libertà” perché pur essendo deportato nel lager, ha rifiutato la liberazione per non servire l’invasore tedesco e la repubblica sociale di Salò.

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