Minchia quanto scrivi

Minchia quanto scrivi

Sottotitolo Una lettera per un’amante sconosciuta

di MARCO VERDECCHIA

La mia esperienza in difesa della Patria cominciò in maniera assai singolare: per una bizzarra coincidenza, sono partito per la naia lo stesso giorno della laurea. Alle 19 circa di una fredda giornata di dicembre, il decano del mio corso di Laurea, mi proclamò Dottore in Fisica; andammo poi a cena con alcuni parenti e, intorno a mezzanotte, mio cognato mi accompagnò alla stazione di Pescara a prendere il treno per Caserta. Il mattino dopo, in un ufficio della Scuola Truppe Corazzate, un annoiato sergente mi chiese varie informazioni tra le quali il titolo di studio e, a quella domanda, per la prima volta nella vita, ho risposto con un po’ di legittimo (e forse infantile) orgoglio che ero laureato. Il sottufficiale mi chiese quindi quando avevo conseguito il titolo di studio e io dissi che era successo «ieri pomeriggio», ma a quel militare la mia risposta parve palesemente canzonatoria e sbottò malamente: «non faccia lo spiritoso del cazzo!». Fu quello il mio debutto con il proverbiale linguaggio “da caserma”.

Dopo quel primo problematico impatto, mi adeguai rapidamente almeno alle nuove regole grammaticali; cominciai a esprimermi tenendo presente  le regole fondamentali, ad esempio quella per cui, affinché una frase o anche un a semplice domanda avesse senso compiuto, andava inserito almeno un «minchia» nell’affermazione principale e in ogni subordinata,   possibilmente all’inizio del periodo per “togliersi subito il pensiero”. Al posto della parola «che», non importa se usata come aggettivo interrogativo o esclamativo, andava usato il «checcazzo» o il più raffinato «chemminchia». Inoltre, essendo quello militare un ambiente eminentemente multietnico, imparai presto ad usare il «Belin» con i liguri, «Osèl» se l’interlocutore era del bresciano o della bergamasca, «Ciula» con i piemontesi, eccetera.

Alcune parole erano bandite del tutto e considerate come termini assai volgari; ad esempio non si diceva «donna», «ragazza», «signora», eccetera; al posto di questi triviali sostantivi veniva usata una figura retorica nota come sineddoche che consiste nello specificare una parte per indicare il tutto; in particolare al posto delle parole che si riferivano a una qualunque figura femminile veniva usato un termine che indicava una peculiare sezione anatomica solitamente considerata alquanto intima. Ad accompagnarmi in questa complessa migrazione linguistica, mi fu d’aiuto anche un cartello didattico assai significativo che trovai sulla parte interna dell’anta del mio armadietto: vi era la foto a colori di una ragazza che, con un largo sorriso, mostrava generosamente il suo apparato riproduttivo (probabilmente la foto era stata strappata da manuale di ginecologia); il commilitone che aveva usato quell’anta prima di me, aveva anche anche aggiunto alla romantica immagine una didascalia molto esplicativa: «Eh moh quando la rivedi?». Come racconterò in seguito e contrariamente a quella previsione, io rischiai di “rivederla” presto, se non fosse stato per assurde remore morali che mi portavo dietro dai tempi in cui ero chierichetto.

Avevo poi dei docenti di altissimo livello che mi aiutavano quotidianamente a far rotta verso la nuova lingua e nuovi argomenti di conversazione. Tra questi insegnanti emeriti c’era sicuramente Calandrino (sotto le armi ci si chiama per cognome, non ricordo il suo nome di battesimo). Dopo i mesi di addestramento e il trasferimento al “mio corpo”, in una caserma in provincia di Vercelli, presi a tenere delle lezioni; sfruttando le mie competenze acquisite negli ultimi anni della laurea; gli ufficiali del mio battaglione mi chiesero di svolgere dei corsi introduttivi di informatica – cosa che per quei tempi era, in effetti, piuttosto innovativa: nel 1986 ben pochi sapevano cosa fosse un computer e a cosa potesse servire –. Calandrino non aveva grandi interessi per quello specifico sapere, ma era costretto a seguire perché perennemente punito in ragione della sua scarsissima propensione ad avere rasatura perfetta, anfibi lucidi e adeguato atteggiamento marziale al cospetto dei superiori; anche a causa del suo fisico smilzo e longilineo, quando tentava infruttuosamente la posizione di “attenti”, a me ricordava molto Beetle Bailey, uno dei personaggi della omonima serie di strisce di fumetti: le braccia penzoloni e leggermente oscillanti, le ginocchia leggermente piegate a dichiarare silentemente: «Che rottura!», il volto reclinato appena in avanti a indicare all’unisono un senso di rassegnazione e l’angosciosa domanda «che m. ci sto a fare qui?» (userò da qui in poi m. per evitare censure e non annoiare il lettore con il ripetitivo intercalare tipico dei miei giorni di naia).

A causa di queste sue incurabili patologie, durante i molti giorni “di consegna”, il mio commilitone  Beetle Bailey era quindi anche obbligato a venire a seguire le mie lezioni; io proiettavo lo schermo di un Apple IIC anche su un grande televisore e notavo che Calandrino lo fissava senza particolari emozioni o interesse. Alla fine di quelle mie modeste prolusioni, si avvicinava spesso alla cattedra mentre rimettevo in ordine il materiale didattico e mi rivolgeva delle strane domande che rivelavano una qualche intima angoscia da cui era evidentemente afflitto: «Ma e’ ‘o ver’ ca ‘o computér sa’ tutt’ ‘e me e d’ tiutt’ quant?«. Cercavo allora di rassicurarlo spiegandogli che un computer, di per sé, non “sa” nulla, a meno che qualche essere umano abbia avuto cura di inserire delle informazioni nelle sue memorie elettroniche, ma il mio commilitone continuava a essere perplesso e, forse per sfuggire a quelle sue ingestibili inquietudini, finiva sempre per cambiare discorso verso lo stessa argomento: «Verde’, ‘o computér è ‘na bella cosa, certament’… ma a pucchiacca quann’è kkiù bbone!». Io avevo già imparato cosa era la pucchiacca ma, se mai lo avessi dimenticato, Calandrino mi rinfrescava la memoria parlandomi ogni volta di quella della sua fidanzata: ne conosceva – e sapeva descriverne – la morfologia con tale dovizia di particolari da far invidia ad un anatomopatologo; non lesinava inoltre dettagli minuziosi anche sulle sfumature cromatiche del rosa che la caratterizzavano, sul bouquet di fragranti profumi che effondeva e sui peculiari sapori che l’oggetto del suo forte desiderio consentiva di gustare. In fondo, di “quella cosa”  aveva una struggente nostalgia (com’era stato ben previsto dal cartello che avevo trovato all’interno del mio armadietto). Non ho mai conosciuto la fidanzata di Calandrino, ma se fosse successo sarebbe stato per me di un qualche imbarazzo, perché mi sarei trovato di fronte una ragazza che, nella mia mente, mi sembrava di conoscere da molto tempo e anche in maniera assai intima.

Qualcuno ha scritto, mi pare Charles Baudelaire ma potrei sbagliare, che il sesso rappresenta il lirismo del popolo e Calandrino era l’emblema stesso di questa affermazione; quando entrava nella sua “trans ginecologica” chiudeva gli occhi e assumeva un’aria trasognata come quella di un bambino che si estranea dal reale per entrare nella dimensione onirica di un mondo che può solo immaginare e che pure riesce a vivere intensamente. Mi piacerebbe riferire in dettaglio le frasi del mio commilitone, ma apparirebbero come pure volgarità, ci vorrebbe Pier Paolo Pasolini, o qualcuno bravo come lui, per rendere l’idea di come quelle frasi fossero, a saperle ascoltare bene, struggenti versi d’amore, seppur espressi con un lessico un po’ troppo essenziale.

Sopraffatto da tale raffinata letteratura che mi veniva declamata da Calandrino e molti altri, non ebbi mai neanche una lontana tentazione di replicare con analoghi ricordi, sebbene anch’io provassi inevitabilmente la nostalgia per qualche gioia carnale. E tuttavia appresi rapidamente lessico e argomenti per parlare con i ragazzi delle altre brande. In breve tempo mi facevo capire e riuscivo a dialogare efficacemente con tutti.

Nonostante i miei rapidi progressi linguistici e di socialità, durante le prime settimane restavo alquanto “tristarello” e, per distrarmi, avevo preso a scrivere molto; mandavo lettere a tutti (e senza mai usare “minchia”, utilizzando anzi, con nostalgia, il lessico e le regole sintattiche della “vecchia” lingua italiana!). Nell’attesa del tedioso contrappello che avveniva intorno alla mezzanotte, passavo intere serate seduto su uno sgabello, davanti a un blocco di carta, appoggiato sul davanzale del finestrone della camerata. Un tale Nicandro, siciliano semi-analfabeta, mi guardava spesso, incuriosito dal quel mio insolito (o forse addirittura incomprensibile) passatempo: «Minchia, quanto scrivi! Ma ku scrivi ah? Posso vedere?» E quando gli mostrai il mio blocco di carta, sobbalzò di sorpresa: «Minchia quanto è scritto piccolo, non ci si capisce gnente!».

Pochi giorni dopo, quel mio commilitone avanzò una strana e inaspettata richiesta che doveva aver meditato a lungo: «Picchè non mi scrivi una lettera pure per la ragazza mia?» E quando gli feci notare le difficoltà a scrivere una lettera per una ragazza che non conoscevo neanche, replicò un po’ stizzito che, in fondo, mi sarebbe bastato copiare una delle lettere che avevo già scritto.

Io avevo una immensa voglia di distrarmi dalla vita militare che mal sopportavo e, dopo qualche breve riflessione, quel gioco mi piacque, e mi appassionai all’impresa letteraria. Ci pensavo quasi sempre, durante il giorno e nei pochi momenti in cui gli occhi rimanevano aperti la notte (l’addestramento era assai duro, pochissime le ore di sonno). Mi chiedevo che lettera d’amore si potesse scrivere a una ragazza che sapeva appena leggere e manipolava solo un lessico semplice, forse arcaico o addirittura primitivo.

Dopo lunghe meditazioni, riuscii ad elaborare un incipit che mi pareva appropriato: «Cara Rosalina, ti scrivo questa lettera per dirti che, da quando sono qui, non faccio altro che pensare a te».

Nei giorni successivi feci al Nicandro tutte le domande che mi venivano alla mente per “approfondire” la conoscenza di Rosalina, ma lui, da bravo siciliano, era reticente per non dire omertoso. Gli domandai di cosa parlassero quando stavano insieme; mi rispose che parlava sempre «idda», gli parlava del fratello, della madre, del padre, ma a lui quei discorsi non interessavano e non ricordava nulla. E quando gli chiesi di raccontarmi delle circostanze in cui si erano dati il primo bacio, quel palermitano mi guardò senza parlare, come si guarda un perverso voyeur che vuole intrufolarsi nella nostra vita più intima. 

Nonostante queste difficoltà a reperire realistiche informazioni sulla vita e il carattere della mia ignota interlocutrice epistolare, riuscii, dopo un travaglio durato almeno un paio di settimane, a completare una lunga lettera per la sconosciuta “innamorata” che appena sapeva leggere. Arrivò anche la risposta. Nicandro ne era felicissimo e realizzai presto che mi ero guadagnato per sempre la sua gratitudine; girare insieme a lui per la caserma o per le poche pizzerie intorno dove passavamo, con forzata allegria, le poche ore di libera uscita, era come avere una guardia del corpo a fianco: guai a chi mi avesse toccato con un dito o semplicemente mi avesse mancato di rispetto. E sebbene non sentissi necessità alcuna di quella “security” che mi era gratuitamente garantita, l’affetto del siciliano mi incuriosiva e, per certi versi, mi inteneriva.

Credo di aver capito cosa lo avesse colpito: non tanto la difficoltà “letteraria” di realizzare quel componimento, quanto il fatto che, per la gente umile, è raro constatare che un uomo “colto” usi la sua cultura a favore di un ignorante. In genere i poveri subiscono il contrario, sono abituati a vedere che quelli che “hanno studiato” sono seduti dietro una scrivania con un atteggiamento saccente e parlano volutamente un linguaggio inevitabilmente destinato a apparire criptico e spiazzante.

La riconoscenza e il desiderio di ricompensarmi del mio amico assunse poi forme imbarazzanti e mi fece un giorno una proposta del tutto inattesa: saremmo andati “a prostitute” insieme, sapeva lui dove portarmi e avrebbe pagato tutto lui! Di fronte al mio rifiuto cortese, ma irremovibile, e a tutte le alternative che gli proposi (poteva offrirmi un aperitivo, una pizza, o anche un cinema a luci rosse, tanto per non allontanarmi troppo dai suoi propositi originali), il mio commilitone rimase nuovamente e pesantemente sconvolto da me e dallo strano esemplare umano che ero. Non riusciva a capire: «Ma picchè non ci vuoi venire, c’hai paura? Quella non ti fa gnente, ti fa divettire!», e aggiungeva dettagliate descrizioni sulle performance di una certa Filumena, la quale si prodicava nella sua attività ludico-ricreativa nei pressi della stazione ferroviaria di Napoli, e di cui Nicandro, a quanto mi diceva, era frequentatore assiduo. Lui era assai soddisfatto, non solo per le prestazioni generosamente offerte dalla donna, ma anche per le tariffe scontate che ella praticava ai militari.

Così, per un paio di settimane, fui assillato dal pensiero di non riuscire a rifiutare quella indesiderata ricompensa, e temevo che sarebbe arrivata una domenica libera per entrambi, in cui avrei faticato non poco a distogliere i fermi propositi del mio amico siciliano.

Poi il mio commilitone fu spostato in un altro reparto della stessa caserma, ci salutammo frettolosamente, ma fece in tempo a minacciarmi ancora: alla prima occasione, saremmo andati a Napoli insieme e si dichiarò ancora assolutamente sicuro che, dopo il primo incontro, avrei certamente cambiato idea su Filumena.Invece, non ho più rivisto Nicandro, a parte quella “particolare ricompensa” che non desideravo affatto, mi era assai simpatico. Mi sono chiesto tante volte se abbia poi sposato Rosalina o si sia fatto ammaliare dalle sirene di altre Filumene. E, nel caso abbia sposato quell’innamorata a me ignota, mi sono talvolta domandato se fosse lecito, da parte mia, rivendicare qualche merito; in fondo l’unica lettera d’amore che Natalina ha mai ricevuto era quella che io avevo inventato, con tanta fatica e sincera passione letteraria.

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