Maria Matani, “Ricordi di un epicentro”

Maria Matani, “Ricordi di un epicentro”

Case squarciate si lasciano guardare

da occhi increduli e affamati,

attraverso le ferite, pudiche, mostrano le loro intimità.

Un calendario appeso al muro, un bicchiere sul tavolo,

una libreria crollata su pagine aperte, uno specchio,

appeso e sghembo.

Un letto riverso sulla cucina sottostante.

Panni stesi alla ringhiera che nessuno piegherà.

Tetti inginocchiati. Crocifissi schiodati.

E loro, che se ne sono andati,

se ne sono andati nel silenzio della notte che scende sulla città ferma,

se ne sono andati nella quiete di paesi rischiarati da stelle lontane e mute,

se ne sono andati in un boato che ha rotto vetri e sogni,

ha scardinato porte e desideri, ha sfrantumato muri e futuri.

Se ne sono andati tra l’urlo spaventoso.

Ascolta.

Tutte le grida dalle pietre seppellite e i respiri stremati

sono ancora nell’aria.

Ci sono giorni di grandi sventure che restano nei ricordi di tutti, eccetto nella memoria dei tanti destinati a morire.

Valentina, bella e sorridente quindicenne di questo primo quarto di secolo, tu non eri qui quando la tua città si è aperta, si è spaccata, si è sbriciolata e in un risucchio è sprofondata in un vortice di polvere. In un fischio assordante e sinistro di sirene la tua città si è svegliata e catapultata in un azzeramento di strade, vicoli, piazze, campanili, torri; catapultata nel buio, nel buio sinistro.

Buio soffocante e freddo.

Tu non eri qui quando tua madre e tuo padre, improvvisamente, si sono ricoperti di sudore e di terra, quando la desolazione ha steso le ali di migliaia di corvi in caduta maligna su L’Aquila maestosa.

Tu non eri qui, quando studenti sognanti e concreti, belli e fieri si sono ritrovati soli nella notte a urlare un nome, a cercare una mano, a invocare un abbraccio, a ricostruire un nucleo, a contare i dispersi.

Valentina, vigorosa figlia della città risorta, tu non eri qui quando qualcuno piangeva, urlava, vagava; quando si ringraziava per un soccorso ricevuto, per la mensa dai volontari approntata, quando si applaudiva per un vivo ritrovato sotto un cumulo di sassi e dalle macerie ne usciva quasi illeso, grazie a una trave che l’aveva protetto da morte sicura e insieme, soccorritori e sventurato, hanno sperimentato una seconda nascita.

Tu non eri qui quando ragazzi appena più grandi di te, affluiti nella tua città per studiare e affrontare il futuro con consapevolezza e verità, non hanno fatto poi ritorno nelle loro case, ai loro affetti, nelle loro piazze, ma sono stati inghiottiti nello sprofondo che si è generato, proprio sotto il loro tetto, il tetto dello studentato, dimora ritenuta sicura e loro tutti rassicurati nel loro nido istituzionale, a loro assegnato in quanto studenti meritevoli e studiosi, affinché divenissero uomini e donne del futuro, mentre che consapevolmente crescevano e inconsapevolmente morivano nella Casa dello Studente di via XX Settembre.

Valentina, adolescente desiderosa, i nostri studenti di inizio secolo, ingiustamente abbattuti, e tutti i giovani morti, erano tutti troppo giovani per essere strappati da questo suolo ed essere asfissiati e fagocitati dallo stesso suolo. Essi se ne sono andati senza aver assaporato tutto il bene e tutto il male che la vita ci serba. Tutto è rimasto nascosto sotto quelle macerie, prima che il tutto avesse avuto la possibilità di zampillare all’esterno, prima che, giovani poco più grandi di te, avessero avuto modo di interpretare il mondo, di creare i loro mondi, nuovi, efficienti, produttivi, originali e colorarli poi con le loro fantasie e con i loro sogni, con i loro amori.

Valentina, di tanto, ti basta pensare che i luoghi che calpesti e vivi, sono gli stessi che sono stati teatro di tanto dolore, ma anche che, un attimo prima che il cataclisma si abbattesse lungo ogni strada e addosso a ogni casa, le fioriture delle anime belle e giovani come te rendevano profumati gli stessi luoghi e, puoi immaginare come tutta quella felicità non sarà svanita nel nulla, sarà rimasta lì tra il piazzale di Collemaggio e i viali di del castello; gocce di felicità disperse nell’aria secca, catturate dalle foglie dei sempreverdi, per farne ossigeno sorridente, la stessa aria gaia che ora ti piove addosso, mentre cammini ad andatura veloce, come un cavallo senza briglie tra le vie della tua nuova città e di tanto ti giri a sentire un richiamo leggero che si perde nell’azzurro del cielo. 

Le pietre, le ragnatele, le ringhiere accartocciate, gli alberi ingrigiti, gli uomini disorientati, le donne spaurite, i bimbi affranti, nulla e nessuno si è tirato indietro, ognuno ha fatto la sua parte per immaginare il futuro, per organizzare il futuro, caparbiamente. Ripulire e poi riedificare, rifare strade, case, giardini, chiese, fiori sui balconi, sentimenti nei cuori. Cani, gatti amici dell’uomo.

Valentina, giovane studentessa, tu che vivi gli anni belli della scuola in un Istituto di nuova costruzione, la risposta al dolore non è il silenzio e neppure un grido rancoroso, è un guardarsi meglio intorno, un capire come vanno le cose e spiegarsi come sono andate quelle andate, perché il passato si riverbera sul futuro e tu sei il futuro.

Per vivere con dignità bisogna saper ricominciare da capo, lottare, riconquistare il perduto, senza timore di poter nuovamente perdere. Tu chiediti sempre come stai, come sta colui che incontri e come sta il mondo. Analizza sempre le vicende umane, sia quelle a te vicine e anche quelle lontane e ricordati che, anche se non ci pensiamo, noi viviamo sempre in cima a un vulcano. Il pericolo è nei giorni che viviamo, non lo dimenticare, guardalo con gli occhi tuoi sorridenti, ma guardalo, riconoscilo e entro ogni frattura semina qualche bel fiore, perché è lì che meglio attecchiscono le fioriture della vita.

La terra si schianterà tutta:

la terra si screpolerà interamente,

la terra tremerà, traballerà.

La terra barcollerà come un ubriaco,

vacillerà come una capanna.

(Isaia)

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