Maria Angela, ci racconta…come in una favola

Maria Angela, ci racconta…come in una favola

Prima puntata

Conosciamo l’autrice Maria Angela Vanni

Nata a Castellalto, vive a Campli. Ha insegnato nella scuola primaria ed ha un profondo interesse per l’ambiente e il sociale, quindi “stupenda maestra ” per i suoi alunni. Ha avuto ,alle spalle, anche l’esperienza politica. E’ stata assessore e vice sindaco di Campli. Ama la poesia , ad un concorso ha vinto il primo premio. Pubblicheremo settimanalmente più pezzi del suo “Io ho vissuto la coda del medioevo” edito da “EDITPRESS EDIZIONI” , EURO 12,00 e leggendo i brani capiremo il perché di quel titolo. Maria Angela con questo primo capitolo ci racconta:

IL BAMBINO NEGLI ANNI ’50 E DINTORNI

I bambini nascevano quasi sempre in casa, nei paesi li “raccoglieva” la mammina, una donna del luogo particolarmente portata, senza nessun titolo di studio, che aveva acquisito competenza attraverso l’esperienza. 

Il medico, la levatrice, l’ortopedico di Garrufo si chiamava Giulietta. Assisteva le partorienti, sistemava caviglie, polsi, lussazioni, torcicollo, consigliava che cosa prendere in caso di coliche. Lei, fino agli anni ’70, era considerata un punto di riferimento per qualsiasi problema. Ricordo bene che io stessa ci mandai mia figlia per una storta al piede che il medico non riusciva a risolvere. Lei, con un solo massaggio eliminò il problema. 

Il parto in casa costituiva un grosso rischio sia per la puerpera che per il nascituro. Le mie sorelline gemelle, nate premature a breve distanza l’una dall’altra, purtroppo morirono: era il 1947. Anch’io rischiai la vita perché nata con parto podalico: mi salvai perché pesavo solo due chili.

A Garrufo, quando nasceva un bambino, noi grandicelli andavamo sotto le finestre e i balconi a origliare per sentire le partorienti che strillavano per le doglie del parto. Ricordo quello della signora Maria, la moglie di Antonio: noi bambini stavamo sotto il balcone e, nel sentirla strillare e implorare Sant’Anna, ci guardavamo smarrite e incuriosite, ci chiedevamo da dove nascesse il bambino, facendo le supposizioni più incredibili e fantasiose senza azzeccarne una. 

Se nasceva una femmina si vedevano in giro facce scure specie se in precedenza erano nate altre femmine. Qualcuno chiedeva se il bimbo era nato con la camicia che sarebbe stato preludio di fortuna nella vita. Io allora immaginavo camicie a quadretti, non avrei mai potuto pensare al sacco amniotico.

Il neonato, una volta vestito, si poneva nella culla di legno con la base arrotondata, adatta a dondolare (annazzicare). A volte per non farlo piangere si “annazzicava” così forte che la culla rischiava di ribaltarsi. Dopo un po’ il piccolo stordito dal dondolio si addormentava.

Un discorso a parte merita il modo di vestire il bambino. A contatto con la pelle si metteva una camiciola di lino o di cotone (lu cacciamanátte), la maglietta e in ultimo la vesticciola, indipendentemente dal sesso. La vera sofferenza per il piccolo era la fasciatura del corpo dallo sterno fino ai piedi. Si avvolgeva il corpicino con “il fasciaturo” di lino o di cotone, un telo 80 per 100, all’altezza delle cosce veniva interposto tra le gambette, in fondo ai piedini si ripiegava sulla pancia in modo che potesse assorbire le urine. Si prendeva poi una fascia precedentemente arrotolata e partendo dai piedi si fasciava il povero corpicino che non avrebbe avuto nessuna possibilità di muoversi. Dalla pancia in giù il piccolo sembrava un cilindro. Conciandolo così, da grande avrebbe avuto le gambe dritte; per questa ragione, se si trattava di una femmina le gambette si stringevano ancora di più. 

L’evoluzione nell’abbigliamento avvenne verso la fine degli anni sessanta: le fasce furono sostituite dai triangoli e dai ciripà; finalmente i bimbi erano liberi di sgambettare. Successivamente, negli anni ’80 la plastica e altre sostanze non riciclabili invasero il mondo e le nostre vite, anche quelle dei piccoli: arrivarono gli assorbenti “usa e getta”, diminuì il lavoro delle donne e incominciarono ad accumularsi le montagne di spazzatura e discariche da lasciare ai posteri.

Spesso il latte non scendeva alla puerpera e per calmare il neonato che, come tutti i mammiferi per istinto allungano il collo per cercare il seno, si preparava una pezza bagnata di lino o di cotone a forma di ciuccio con in mezzo zucchero o miele, le premesse per il futuro diabete. Nel caso il latte non arrivava si faceva ricorso, nei primi due o tre mesi di vita, alla vicina di casa che aveva partorito nello stesso periodo, che avendo tanto latte potesse fare da balia anche al neonato più sfortunato. 

Nei mesi successivi si faceva ricorso al latte d’asina o di capra, simili al latte materno. In sostituzione si ricorreva ai decotti di semi di lino o d’orzo. Lo svezzamento, se la mamma non aveva il latte, avveniva intorno ai sei mesi favorito dalla nostra cucina mediterranea ricca di farinacei integrali con glutine e amido. Presto i bimbi assaporavano tagliolini, chitarra, gnocchi, polenta, ridotti in poltiglia dalle mamme che masticavano e imboccavano i piccoli proprio come fanno gli uccelli e i lupi con i cuccioli. 

La mancanza del latte rappresentava un grosso problema. Le puerpere per questo bene primario rivolgevano le loro preghiere a Santa Scolastica, si recavano per questo in una chiesa di Corropoli, mentre prima del parto chiedevano aiuto a Sant’Anna.

Oltre a far ricorso ai santi si faceva molta attenzione all’alimentazione della puerpera: se la famiglia poteva permetterselo, il giorno dopo il parto si uccideva la gallina per servirle un bel brodo e nei giorni successivi “li granitti”, una specie di polenta di farina di grano – un piatto della nostra cucina povera – alimenti che avrebbero favorito la produzione di latte. 

Esisteva una vasta letteratura su ciò che le mamme dovevano evitare nell’alimentazione. I fagioli, le verdure, i legumi in genere rendevano il latte pesante, favorendo così le coliche nei bambini. Era opinione comune che la puerpera, per riacquistare la forza e la salute, nei primi quaranta giorni dopo il parto non dovesse leggere o sforzare la vista né toccare l’acqua oltre i bisogni igienici. 

Negli anni ’50 erano forti le commistioni tra sacro e profano, si credeva ancora alle streghe. Queste entravano di notte, sottraevano il bimbo dalla culla all’insaputa della mamma, lo portavano sotto un noce dove altre streghe attendevano le amiche pronte a giocare, se lo lanciavano tra loro come una palla e, dopo averlo strapazzato a lungo, all’alba lo riportavano nella culla. Spesso alcuni bambini piangevano, erano pallidi, emaciati, si notavano dei lividi sul corpicino. Tutti questi segnali davano la convinzione alla famiglia che il bambino fosse posseduto dalle streghe,in realtà il poverino era mal nutrito e carente di vitamine. Le mamme, sapendo di correre dei pericoli, prendevano tutte le precauzioni contro le streghe per non farle entrare in casa. La sera, prima di chiudere il portone, mettevano sull’uscio una scopa sottosopra.

Si supponeva che la strega, prima di entrare, dovesse contare tutti i fili di saggina: questo lavoro avrebbe comportato una grande perdita di tempo e l’avrebbe convinta a rinunciare e a recarsi altrove. I rimedi per liberare i bambini erano diversi, trasversali tra il sacro e il profano. Ricordo che una vicina di casa confidò a mia madre di aver portato il figlio molto gracile in una chiesa (se non sbaglio, di Torricella) per farlo esorcizzare e liberare così dalle streghe e dal maligno. 

Un rimedio molto folcloristico e pagano si svolgeva sicuramente a Guazzano: consisteva nel portare il bambino, che secondo i genitori era posseduto, sotto un noce, veniva spogliato di tutti i vestiti e delle scarpe e dopo aver fatto nove giri intorno al tronco e aver recitato una formula che purtroppo non ricordo, gli indumenti venivano bruciati e sotterrati. Il piccolo si rivestiva con abiti nuovi. Il rito costituiva un atto liberatorio e purificatore, che avrebbe allontanato definitivamente il piccolo dalle grinfie delle streghe, particolarmente prolifiche in quella zona. Non cito le fonti da cui ho attinto le informazioni perché persone ancora viventi. Le presunte streghe sono morte, una di queste fu sorpresa dal papà di un bambino mentre lo stava prelevando dalla culla, la colpì con un sonoro ceffone sul volto e la riconobbe. Il giorno seguente la strega, che era una donna di Guazzano, girava per il paese con un occhio nero, prova schiacciante che fosse proprio lei la notte precedente.

Altri rimedi ritenuti efficaci contro le streghe e il malocchio, erano rappresentati dal cornetto di corallo e dal “breve”.  Quest’ultimo era costituito da un sacchetto di lino o di cotone, nell’interno venivano cuciti il pelo del tasso, un pezzetto di pane, tre chicchi di sale grosso, tre cime di ortiche e tre chicchi di grano. Il sacchetto, una volta confezionato, si appendeva al collo del bimbo con un laccetto o si appuntava con una spilla da balia alla maglietta intima. L’amuleto lo preparava un mago o una persona carismatica del paese in cambio di una piccola mancia. Il breve rappresentava un salvavita: non c’era bambino che non lo avesse addosso. 

Gli amuleti, come l’abbigliamento, subiscono delle variazioni: si passa da un aspetto pagano e idolatra a rappresentazioni cristiane. Nel giro di un ventennio si cambiò registro gradatamente, i bambini venivano affidati a Gesù, alla Madonna e ai Santi a cui si era devoti. Infatti negli anni ’60, in occasione del Battesimo, si usava regalare un ciondolino con tre medagliette: cornetto, tredici e corna; negli anni ’70 invece nel ciondolo c’erano il cuore, il tredici e la croce. Evidentemente, piano piano furono abbandonate le stregonerie e le credenze popolari, che perduravano dal Medio Evo, per affidarsi alla Provvidenza Divina.

Se un bimbo nasceva con un angioma (la cosiddetta voglia), si strofinava sulla parte una pezza imbevuta di vino rosso o si strofinava sulla voglia una cotenna di maiale che poi si sotterrava. La voglia sarebbe sparita con il disfacimento della cotenna.

Per bernoccoli provocati da eventuali colpi in testa, la mamma masticava un pezzo di pane e, una volta ben intriso di saliva, premendo la poltiglia sulla parte dolente, in breve tempo si sarebbero ridotti. Per disinfettare eventuali ferite, in mancanza di disinfettanti, si urinava sulle stesse. Per allontanare i vermi dall’intestino si appendeva al collo dei bambini una collana di agli. Gli arrossamenti delle parti gentili (intime) si risolvevano con un balsamo realizzato con olio di oliva e acqua: sbattendo entrambi i due componenti si otteneva un balsamo che in breve tempo ridava tono e freschezza alla pelle. Dolori di pancia, stitichezza, coliche si risolvevano con decotti e tisane di malve e camomilla. Per sbloccare l’intestino si ricorreva all’olio di ricino o alle perette con acqua calda, olio e sapone.

Nel caso di circolazione di virus o batteri che colpivano animali, persone o piante, si spargeva calce ovunque lungo le strade e nelle aie soprattutto. 

Non posso scordare che in un periodo in cui correva il tifo, mio padre costrinse me e mio fratello a bere una tisana fatta con agli. Per il mal di gola si metteva la cenere molto calda in mezzo a un pannolino, si avvolgeva e si legava intorno al collo. La tosse, i raffreddori si curavano arroventando la schiena vicino al fuoco e bevendo il vin-brulè caldissimo. Si faceva bollire il vino con garofano, cannella, noce moscata, buccia d’arancia, mela, bacche di ginepro, zucchero o miele. Per curare il giradito, l’ascesso provocato da un’infiammazione, bastava immergere il dito più volte nell’acqua salata calda. 

Rimedi naturali e produzione di rifiuti pari a zero.

Concludo con una vecchia Ninna Nanna che mi cantava la mia mamma: “Ninna nanna, piccolina / tutte rose e ricciolini, / su dal ciel la dolce luna / manda i raggi sulla cuna. / Tutto azzurro e tutto d’oro / fa’ la nanna dolce amore. / Tutto azzurro e tutto d’oro / fa’ la nanna mio tesoro”.

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