L’ultimo comizio di Aldo Moro

L’ultimo comizio di Aldo Moro

La trasmissione Report ha riaperto il caso del rapimento delle brigate rosse di Aldo Moro con il finale dell’omicidio dello statista.

Ho chiesto a Mario Giunco un suo contributo per la vicenda ancora da molti risvolti opachi. Il racconto è quello di un comizio di Aldo Moro ad Atri, la cronaca dell’ultimo comizio dello statista

di Mario Giunco

I GIURAMENTI DI ATRI

“A voi, uomini e donne laboriosi e sobri, della Chiesa di Teramo-Atri non sarà difficile condividere con me le parole di Aldo Moro: ‘Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere’ (20 marzo 1976). E’ un monito che ancora oggi risuona nel mio cuore e che mi ricorda gli anni della mia vita di studente dell’Università di Bari”. Così mons. Lorenzo Leuzzi  nella omelia per l’insediamento nella sede vescovile di Teramo (20 gennaio 2018). 

 Colpisce il riferimento allo statista ucciso quarant’anni prima dalle Brigate Rosse,  palpitante, legato al ricordo di un giovane. Né può lasciare indifferenti  quel monito, ripetuto quasi alla lettera:  i diritti e le libertà vanno di pari passo con i doveri.  Per Moro era un “leitmotiv”, ribadito ad Atri,  in piazza del Duomo, il 24 luglio 1977, nell’ultimo discorso pubblico fuori Roma. Forse presagendo gli eventi. Erano gli anni dei comizi che facevano spettacolo. Della politica a portata di tutti. Delle Feste dell’Amicizia, che confinavano con le sagre paesane. L’utile e il  dilettevole.

Complici le orchestrine, gli stand gastronomici e i dibattiti all’aperto,  si stemperavano tenaci rivalità correntizie, si imbastivano nuove alleanze.  I “giuramenti di Atri” si sono guadagnati un  posto – piccolo, ma a pieno diritto  – nel mistero maggiore del “caso Moro.  Nel 1976, dopo la caduta del quinto governo da lui presieduto, lo statista passa alla presidenza del partito. L’abruzzese Remo Gaspari  è eletto vice segretario. Nello stesso anno si svolgono le  elezioni politiche anticipate.  La DC tocca il 38%, il PCI il 34%.

Nasce il terzo governo Andreotti (30.7.1976-13.3.1978), detto della “non sfiducia”, perché si regge sull’astensione del PCI di Enrico Berlinguer.  Grazie all’abile tessitura di Moro, vero ispiratore della politica di quegli anni. Il giorno prima del rapimento (16 marzo 1978) e del giuramento del nuovo governo (Andreotti 4) è lui a far recapitare  – da Luciano Barca, uomo di fiducia di Berlinguer – un messaggio al segretario comunista,  in cui si rende  personalmente garante del  “rinnovamento”, che sarebbe andato avanti, nonostante la lista dei ministri,  non di pieno gradimento del PCI,  ma che teneva conto di tutte le correnti della DC.  

La presenza di Moro in Abruzzo, “feudo” di  Gaspari  e in Atri, che  tanto “feudo” gaspariano non era, serviva  a prefigurare nuovi scenari della politica italiana. Forse non erano sufficienti  le strette di mano per cementare gli accordi. Occorrevano veri e propri giuramenti. Di essi Moro si ricorda nei cinquantacinque giorni di prigionia, quando scrive e firma il verbale/zibaldone, che va sotto il nome di “Memoriale” e completa, con il suo polemico contenuto,  quello delle ottantasei lettere – almeno le superstiti – fatte recapitare all’esterno.  Trovato a due riprese (nel 1978 e nel 1990) nel covo di via Monte Nevoso a Milano,  è formato  da trascrizioni dattiloscritte del brigatista Prospero Gallinari che,  non molto versato nel mestiere, commette diversi errori e da fotocopie di testi autografi di Moro. Gli originali sono stati distrutti dalle BR e non se ne capisce il motivo. Nel “Memoriale” Moro si scaglia contro la DC.

Non risparmia nessuno:  Andreotti (“padrone della vita e della morte di democristiani e no”), il segretario Zaccagnini (“dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione”), Piccoli (“ insondabile il suo amore, che si risolve sempre in odio”), Galloni (“volto gesuitico che sa tutto, ma, sapendo tutto, nulla sa della vita e dell’amore”). E infine Gaspari.  

Al quale non sono rivolte accuse generiche o “letterarie”, ma è riservato un “trattamento “ particolare e personalizzato: “ Che dire di Lei, On. Gaspari, dei suoi giuramenti di Atri, della Sua riconoscenza per me che, quale uomo probo, volli a capo dell’organizzazione del Partito. Eravate tutti lì, ex amici democristiani, al momento della trattativa per il governo, quando la mia parola era decisiva. Ho un immenso piacere di avervi perduti e mi auguro che tutti vi perdano con la stessa gioia con la quale io vi ho perduti”. 

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