Luisa e Vincenzo: frammento della storia di un amore effimero ma intenso

Luisa e Vincenzo: frammento della storia di un amore effimero ma intenso

di Marco Verdecchia

Luisa fu colta da un irrefrenabile tormento quel giorno d’autunno degli anni ’20 in cui, per la prima volta, si trovò a camminare da sola lungo i polverosi selci di Corso di Porta Romana. Era la prima volta che trascorreva il suo giorno libero – concessole dai suoi padroni ogni due settimane – al di fuori del piccolo camerino dove dormiva e, raramente, sognava. Luisa camminava con ansia e trepidazione lungo quel percorso per mantenere una promessa fatta, circa una settimana prima, a un ragazzo un po’ più giovane di lei che le aveva regalato un fiore. Un fiore rosso.

Qui raccontiamo perché le fu regalato quel fiore e perché lei accettò di impegnarsi in quella promessa.

Era un giorno d’estate piena. I padroni della villa dove Luisa lavorava come sguattera, come d’abitudine in quel periodo di afa, erano “scesi al mare”. Nella loro prestigiosa dimora si approfittava allora per svolgere lavori di manutenzione insieme ad altre attività necessarie per abbellire ulteriormente i già raffinati ambienti di quella casa. Quel giorno particolare di cui raccontiamo, arrivarono due fratelli, restauratori e fini artigiani; il loro cognome era ben noto in città essendo assai rinomati per l’originalità e la raffinatezza del loro arte. Oltre che per altri lavori di restauro dei mobili, i due ragazzi sarebbero arrivati per iniziare a realizzare una nuova sontuosa scalinata in legno che, dall’ampio salone d’ingresso della villa, avrebbe consentito l’accesso alle camere da letto del piano superiore. In quei primi giorni, i due artigiani avrebbero preso misure e iniziato a installare l’anima in ferro intorno a cui avrebbero poi “avvolto” i pregiati legni di acero e rovere. Fu quindi disposto, dal capo del personale, che vi fossero altri due posti nella tavolata riservato alla servitù: i due fratelli si sarebbero fermati a pranzo per risparmiar tempo.

Nell’ultimo angolo del grande tavolo di marmo della cucina furono quindi apparecchiati due ulteriori posti; il maggiore dei fratelli sedette a capotavola, mentre il più giovane dei due, Vincenzo, capitò a sedersi proprio di fonte a Luisa. Come d’abitudine la ragazza mangiava la sua minestra col capo chino sul piatto e il braccio sinistro stretto al petto nell’istintivo intento di celare quanto più possibile la propria presenza. L’ambiente in cui la ragazza lavorava con le più umili mansioni, le era stato ostile, sin dai primi giorni in cui, uscita dal convento dove aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza, aveva iniziato a guadagnarsi da vivere pulendo i pavimenti della cucina, lavando i piatti e occupandosi delle meno gratificanti delle mansioni. Vincenzo aveva all’epoca poco più di 20 anni; era piccolo di statura, ma aveva due occhi grandissimi che addirittura stridevano con la sua corporatura minuta; nonostante fosse lì per lavoro, indossava una camicia ben stirata di cui si riconosceva la raffinata fattura a testimoniare che il suo lavoro era certamente apprezzato e assai ben remunerato; e anche la sua conversazione denotava grande cultura, e lo si percepiva animato da uno spirito libero e ambizioso al punto da incutere subito non poco timore reverenziale nel resto della tavolata. All’inizio di quel pranzo, Vincenzo prese a ridere rumorosamente, scherzando col fratello e con qualcun altro con cui aveva subito intrecciato confidenza e discorsi, ma nel vedere davanti a sé quella ragazza silenziosa, si sentì colpito dalla presenza oltremodo discreta. Cominciò allora a tentare di farla parlare, chiedendo notizie su di lei: come si chiamava e perché non parlasse mai.

«Sei di Teramo?»

Alla prima domanda, ebbe solo un cenno affermativo del capo come risposta.

«Dove abitavi prima di lavorare qui? Di chi sei la figlia?»

Vincenzo non poteva sapere quale valanga di intensissime emozioni quelle due semplici, addirittura banali, domande potessero provocare in quell’anima non certo abituata alla conversazione. Luisa diventò subito rossa nell’avvedersi che quei due occhi grandi, a cui non poteva in alcun modo sottrarsi, guardavano lei, si interessavano proprio a lei e la scrutavano con una attenzione che nessun altro essere umano le aveva mai prestato. E, se da un lato percepiva bene quanto sarebbe stato inopportuno e maleducato non rispondere, dall’altra realizzò istantaneamente che più che una risposta, la sua sarebbe stata una pubblica confessione, quella di non esser figlia di nessuno, colpa tanto indiretta, quanto imperdonabile. Ma c’era una reazione impetuosa che scattava in quell’anima tanto maltrattata fino ad allora, una reazione indotta proprio da quella situazione del tutto inconsueta: qualcuno si era interessato a lei, qualcuno sembrava voler conoscere qualcosa su quella vita che tutti, sino a quel giorno, l’avevano autorevolmente convinta che fosse del tutto insignificante.

«Stavo dalle monache del convento di Sant’Antonio Abate».

Fu tutto quanto riuscì a dire. L’imbarazzata risposta fu naturalmente sottolineata da forzati colpi di tosse da parte dei molti che sedevano a quella tavola, e c’era, in quegli sguardi e in quelle sopracciglia malignamente sollevate, tutto quanto servisse a indicar disprezzo, cinismo, ma anche una palese invidia e irritazione per come fosse riuscita, quella incolta creatura, a sintetizzare e tradurre in maniera tanto pudica la vera risposta razionale che tutti si sarebbero, con gran godimento, aspettati: «Sono figlia di N. N.!»

Vincenzo aveva, tra le sue innumerevoli doti, quella di una intelligenza viva e assai reattiva; colse subito il senso profondo di quell’imbarazzo palesato da un evidente rossore, ma anche le ragioni lontane di quell’abitudine al silenzio e alla remissiva sopportazione che quella ragazza mostrava come consolidata dote. E ugualmente non gli sfuggì la maligna reazione di tanti commensali sicché riuscì, con la stessa capacità di sintesi inaspettatamente mostrata dalla sua interlocutrice, a sfoderare una sciabolata da grande oratore, ugualmente efficace, a un tempo, a incoraggiare la ragazza e insultare sottilmente il resto della cinica tavolata:

«Beh, proprio perché hai dovuto tacere tanto dalle monache, dovresti adesso sfogarti a parlare!»

Vincenzo, il ragazzo che abbiamo appena introdotto nella nostra storia, ebbe una vita da eroe ed è ben conosciuto e ricordato da gran parte dei suoi concittadini; a lui sono dedicate piazze, viali e lapidi a “futura memoria”. Di lui si è scritto molto vantandone l’eroismo, i grandi ideali, le somme doti mostrate nel suo lavoro e, non ultimo, l’amore per la bellezza che ispirava ogni gesto con cui sapientemente intagliavo e accarezzava pregiati legni. Aggiungeremo solo quello che, almeno così ci pare, non è mai stato detto e a torto. Vincenzo era un filantropo e un grande umanista, un essere capace di accorgersi del prossimo, di ascoltarne in silenzio la sua sofferenza e di adoperarsi per riscattarne le umiliazioni subite. Vincenzo era un rappresentante di quella razza, ormai quasi completamente estinta, che sinteticamente definiamo come aderente a un “umanesimo laico”, spesso accostato anche a sproposito a idee socialiste; si tratta di una peculiare e innata predisposizione dell’animo che erroneamente si scambia per ideologia, ma più propriamente è atteggiamento, indole, inclinazione e istintiva attitudine. E a quella attitudine innata si deve la capacità di accorgersi della sofferenza di un essere che sta silenziosamente mangiando alla tua stessa tavola; a quell’indole ormai desueta si deve l’attenzione rivolta a Luisa.

Luisa visse le ore successive a quel breve dialogo in uno stato d’animo immensamente eccitato, tanto più difficile da gestire in quanto, nei suoi circa ventisei anni di vita, non aveva mai provato una sensazione così intensa e, per lei, così inspiegabile. La notte successiva sognò intensamente e continuava a rivedere, in un misto di estasi e timore, quegli occhi profondi e spalancati che la fissavano da vicino; e la sensazione scivolava verso la paura quando da quelle pupille enormi uscivano domande a cui lei non sapeva rispondere.

Luisa e Vincenzo si rividero in poche circostanze analoghe a quelle che abbiamo descritto, si scambiarono parole e sguardi, pochi ma molto intensi. Quindi, terminati i lavori di cui i due artigiani erano incaricati, la tavolata del personale tornò alla sua iniziale configurazione e vennero tolti gli ultimi due coperti. Luisa tornò a mangiare in silenzio, disprezzata e “scansata” persino dal resto della sua tavolata che mal sopportava quella sguattera figlia di ignoti.

Passarono alcune settimane, forse un mese e si arrivò alla fine dell’estate. Una certa sera, i proprietari della villa decisero di accogliere ospiti per una sontuosa cena. Si sarebbero festeggiati i restauri che erano stati portati a termine durante la bella stagione dagli abili artigiani teramani e si sarebbe mostrato con comprensibile orgoglio, la nuova scalinata e gli antichi mobili tornati al loro originale splendore settecentesco. Nel contempo, ci sarebbero stati molti argomenti di conversazione per narrare delle belle vacanze balneari di cui la famiglia aveva goduto e dei gran divertimenti a cui avevano partecipato negli (allora) assai esclusivi stabilimenti balneari della costa.

E affinché anche il cibo fosse consonante con la conversazione, fu stabilito che si cenasse con pietanze a base di pesce. Il commendatore era anzi sceso personalmente nelle cucine e aveva voluto accuratamente accertarsi che il pescato fosse fresco e di ottima qualità, in particolare che fossero ben assortite le varietà per il brodetto, che le spigole ed i rombi fossero di dimensioni adeguate, che fossero sufficienti gli scampi, i calamari e le cozze per gli antipasti. Si era poi raccomandato che la cernia al forno venisse servita intera su un gran vassoio e che fosse ben guarnita in maniera da destar garnde impressione e ammirazione in ciascuno degli illustri ospiti. A ognuna di quelle raccomandazione il capo dei cuochi e quello della servitù avevano risposto con un inchino devoto e qualche rassicurante «Certamente» o «Non ne dubiti» o ancora «Sarà fatto come lei comanda, Commendatore». E quando al padrone di casa si era fatto cenno che i “pesciaroli giuliesi” avevano anche fornito in omaggio una cassetta di alici che assicuravano essere di gran qualità e gusto, con grande magnanimità era stato ordinato che quella cassetta venisse cucinata per il personale tutto; è probabile che vi fosse in quell’atto di apparente generosità anche un certo imbarazzo nell’accettare “omaggi” da uomini di così modesta levatura come i pescatori, ma anche la consolidata convinzione che quella qualità di pesce “verde” non fosse certamente degna di finire su una tavola a cui sedevano tanti illustri ospiti.

E mentre il commendatore finiva di impartire quelle accorate raccomandazioni alla sua truppa di inservienti, con fare discreto era arrivato nei locali della cucina un apprezzato giovane ospite: Vincenzo, con tutta evidenza, era atteso e non aveva ritenuto di dover aspettare nei salotti dove il maggiordomo gli aveva raccomandato di sedersi. Appena vide il ragazzo il padrone di casa gli corse subito incontro e lo abbracciò ripetutamente ringraziandolo per il fine lavoro che aveva fatto e che era stato apprezzato e ammirato a bocca aperta da tutta la famiglia.

«Voi siete un grande artista, caro Vincenzo, guai a chi, in mia presenza, oserà ancora asserire che siete un falegname, o si permetterà di definirvi un semplice artigiano!»

E, nel pronunciare la frase, aveva anche alzato minacciosamente un pugno a significare che avrebbe con grande veemenza contraddetto chiunque avesse voluto, da quel giorno in poi, definire quelle sofisticate qualità artistiche con una qualunque diminutio. Ma mentre quello zelante padrone di casa si perdeva in quei complimenti tanto pomposi quanto poco apprezzati da chi li riceveva, Vincenzo si era assai distratto a guardare una serva il cui viso poteva intravedere sopra la spalla del commendatore, mentre era intenta a lavare i pesanti marmittoni dove sarebbero state presto infornate con cura la cernia e le spigole. Luisa lo guardava apparentemente senza espressione e, si sarebbe detto, senza nutrire alcun sentimento, ma la persistenza e la profondità di quello sguardo che cercarono insistentemente gli occhi di lui mentre inesorabilmente il padrone lo portava via avendolo preso per un braccio, rassicurarono Vincenzo che la ragazza non lo aveva dimenticato. Quando poi Vincenzo era scomparso in quel lungo corridoio che sbucavano nei sontuosi salotti della villa, quell’ultima serva della casa aveva di nuovo chinato la testa sulle stoviglie che era intenta a lavare e si era inevitabilmente immalinconita nel pensare che quell’uomo, su cui lei scioccamente si era fatta illusioni, era tanto distante da lei, se non altro, era ben sufficienti a capirlo i modi, la cortesia e l’attenzione con cui veniva trattato dai suoi padroni.

Nel frattempo il ragazzo e il suo convinto mecenate, si erano inoltrati al piano superiore dove era stato passato in rassegna ognuno dei mobili oggetto del prezioso lavoro di restauro. E davanti a un ognuno di quei comò, di quelle scrivanie e di quelle ante, il Commendatore aveva cercato nuovi aggettivi per lodare l’opera e il suo brillante risultato che sembrava aver ridato nuova vita a quelle che, solo poche settimane prima, sembravano delle anticaglie senza alcun pregio. Poi i due erano scesi di nuovo in salotto dove all’ospite era stato offerta una bevanda e anche dei dolcetti appena sfornati che, gli si fece notare, lui assaggiava in anteprima essendo stati preparati per la cena di quella sera. Alla fine Vincenzo aveva intascato quanto gli era dovuto, anzi quel logorroico mecenate aveva aggiunto ancora una sua mancia personale a quantificare quanto fosse alta la sua riconoscenza e il suo apprezzamento per il brillante lavoro che quel giovane artista (così ormai aveva preso a chiamarlo senza più pronunciare il nome di battesimo) aveva realizzato.

I due non si erano ancora salutati definitivamente che il Commendatore si era attardato a parlare con qualche altro interlocutore che lo attendeva e che aveva tentato in ogni modo di richiamare l’attenzione palesando una evidente premura nel voler interloquire col padrone di casa. Vincenzo ne aveva allora approfittato per allontanarsi con discrezione e imboccare ancora il buio corridoio che conduceva alle stanze del personale. Arrivato in cucina  non vide più Luisa al grosso lavandino dove si trovava solo mezz’ora prima e ne domandò notizie al primo domestico che gli capitò davanti. Gli fu risposto che quella serva aveva avuto un capogiro, che era affetta da temporanei malanni prettamente femminili e quindi una delle colleghe l’aveva dovuta accompagnare nella sua stanza. Vincenzo chiese allora che gli fosse indicata la stanza della ragazza, ma si sentì rispondere che ciò non era possibile, non era consentito a nessuno di entrare nelle stanze del personale e tanto meno per un ospite tanto rispettabile era “conveniente” trovarsi da solo nella stanza da letto di una serva. Tanto accorate furono le insistenze del giovane “artista” tanto risultarono irremovibili quei custodi della morale, al punto che alla fine Vincenzo dovette rinunciare.

Per nulla rassegnato, il giovane tornò allora in salotto dove il Commendatore continuava a intrattenersi con gli altri interlocutori, Vincenzo si sistemò a una distanza che fosse sufficientemente discreta da non poter ascoltare i discorsi che si intavolavano tra le poltrone, ma non così lontano che il padrone di casa non potesse ben accorgersi dei cortesi cenni  che richiamavano la sua attenzione. A un certo punto, il nobiluomo si alzò per andare verso il suo artista protetto e lo prese confidenzialmente sotto braccio per invitarlo a esprimere quanto volesse. Vincenzo era uomo di buona, anzi ottima, famiglia oltre che assai colto e non gli mancò modo di esprimere la sua insolita e, per certi versi, imbarazzante richiesta in maniera tanto fantasiosa quanto efficace.

«Vede Commendatore, sono molto imbarazzato a chiedere una ulteriore gentilezza da sommare alle tante di cui ha già voluto onorarmi, ma i tempi sono quelli che sono e non è facile per noi artigiani…»

«Artista, artista!» – Protestò il padrone di casa.

«Come vuole, lei è sempre troppo cortese a insistere anche su questo. Ebbene per noi artisti non è semplice guadagnar da vivere fidando sui pochissimi che, come lei, mostrano la adeguata attenzione per poterci apprezzare; è sempre più difficile trovare committenti che ritengano di doversi avvalere della nostra opera. A tale proposito, durante i giorni che sono stato qui a lavorare, ho appreso da quella servetta… la sguattera che lava sempre i piatti… adesso non ricordo neanche il nome…»

«Parla di Luisa, la trovatella?» – Suggerì il Commendatore abbassando visibilmente il tono della voce.

«Ebbene sì proprio lei. Dunque, mentre eravamo a tavola e si parlava del più e del meno, quella misera servetta ebbe a dirmi che c’era una sua amica che lavorava presso una rispettabilissima famiglia non lontano da qui e quella famiglia aveva appunto bisogno di un artig… artista, ecco di un artista (come la sua magnanimità ha ritenuto di dovermi apostrofare) per dar nuova vita ad alcuni mobili della loro dimora. Naturalmente ebbi cura di farmi dare dalla ragazza l’indirizzo di quella villa, ma poi ho smarrito il biglietto dove mi ero appuntato il tutto, forse sarà stato quando ho caricato il carro, deve essere finito in qualche cassetta degli attrezzi e comunque non sono più riuscito a trovarlo.»

Il commendatore seppe quindi da Vincenzo che la serva era momentaneamente indisposta e il giovane gli domandava se, in deroga alle sacrosante regole di una casa tanto rispettabile, lui potesse incontrarla nella camera di lei.

«Seppur io ben mi renda conto di quanto sia inopportuno, per una persona che ha l’onore di frequentare la vostra casa, attardarsi nella stanza da letto di una semplice lavapiatti, eppure sarebbe per me importante…»

Colpito dalla cortesia con cui quella discreta richiesta veniva formulata, il comprensivo padrone di casa non lasciò neanche che il suo giovane amico finisse la frase che chiamò subito il suo fedele maggiordomo.

«Filippo, accompagni subito il Signor … dalla servetta che lava i piatti»

La frase era stata pronunciata con una dinamica abile quanto particolare, mentre il cognome dell’ospite era stato quasi urlato a rimarcare il suo prestigio, il nome di Luisa era stato sostituito dalla descrizione della sua mansione più umile e il tono della voce era stato assai abbassato per celare il più possibile, alle orecchie degli altri ospiti che affollavano il salotto, quella deroga con cui si acconsentiva la vicinanza di due classi di uomini tanto distanti, per di più di due sole persone coetanee in una sconveniente promiscuità di sessi.

Preso congedo definitivamente dal suo mecenate e benefattore, Vincenzo si mise a seguire l’irritato maggiordomo che gli camminava davanti come fosse un micio rassegnato che debba, a forza, seguire il percorso che il suo padrone gli indica. Durante quel tragitto il ragazzo era anche esaltato dalla brillante farsa che, in maniera del tutto estemporanea, aveva inventato e inscenato con successo, e non si negò la gioia di complimentarsi con sé stesso per la propria abilità a inventare, con tanta rapidità, una frottola così articolata ed efficace. Non gli mancò neanche modo di bearsi del rancoroso sguardo che tutti gli rivolsero quando attraversò tutta la cucina per imboccare, dietro il solerte maggiordomo, le scale che salivano verso la stanza della sua amica. E in quel fugace momento di esaltazione assoluta, Vincenzo ne inventò ancora un’altra. Passando davanti a una delle domestiche che preparavano vasi di fiori per ben addobbare in maniera consona la tavolata che sarebbe stata imbandita di li a poco, si fermò un attimo a prendere uno di quei fiori giustificandosi in maniera tanto bizzarra quanto credibile:

«Questa gerbera è già quasi appassita, rovinerà anche le altre. È meglio toglierla!»

E non soffermandosi neanche a guardare lo sguardo attonito di quella signora, nascose abilmente il fiore sotto la sua giacca pregustando già l’emozione del momento in cui l’avrebbe tirata fuori per regalarla a Luisa.

Quando i due arrivano davanti alla porta del piccolo camerino di Luisa, si svolge una scena che solo un sensibile pittore potrebbe adeguatamente tramandare immortalando l’immagine su una tela. In quella tela vedremmo la elegante e inappuntabile livrea del primo servitore che bussa solennemente alla porta di una deprecata servetta; lo fa per chieder permesso d’entrare a un giovane indomito filantropo (e come tale, in quell’ambiente, essere umano altrettanto deprecabile) il quale cela un fiore sotto la giacca. Allegoricamente, possiamo congetturare che quel fermo-immagine rappresenti il miglior Destino che si manifesta, con perentoria autorevolezza, a chi aveva ormai disperato della sua esistenza.

Dopo la scena che abbiamo idealmente affrescato, Luisa ebbe in dono una gerbera rossa che era appena stata rubata per lei; Vincenzo ebbe in cambio la promessa che, al prossimo giorno di riposo, Luisa si sarebbe avventurata fino al laboratorio di Lui. Non sarebbe stato difficile arrivarci, doveva solo imboccare il Corso di Porta Romana e poi svoltare nel vicolo…

Per chi volesse tornare indietro e sapere da dove venisse Luisa, rimandiamo al racconto, pubblicato su questo blog, il 2 giugno scorso.

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