Lu bauje de Cuccù

Lu bauje de Cuccù

Tutto comincia quando Francesco prese la nave per scoprire “Lamerica”dove si arrivava e tornavano indietro rare lettere.

di Marco Verdecchia

Cuccù, nel dialetto del posto dove sono nato, è il diminutivo di Francesco, o meglio il vezzeggiativo che si usava per i bambini battezzati col nome del Santo di Assisi. E se capitava che il pargolo, crescendo, conservasse almeno in parte il suo spirito fanciullesco, era più che probabile che tale appellativo gli rimanesse addosso tutta la vita. 

E c’era uno di questi predestinati, rimasto sempre fanciullo e ingenuo, che si trovò un giorno a partire per cercare lavoro quando ancora nessuno aveva pensato di chiamarlo con il nome registrato all’anagrafe. Cuccù salì una nave immensa e parti per “Lamerica”.

Lamerica”, allora, non era un continente, ma una sorta di buco nero in cui entravano degli uomini e tornavano indietro solo rarissime lettere scritte con una calligrafia incerta e un lessico che, con il passare degli anni, diventava sempre più incomprensibile. 

Poi, dall’esperienza dei tanti che solcarono l’oceano in cerca di fortuna, e dalle poche parole che si riuscirono a decifrare da quell’alfabeto tremolante, fu possibile capire che quel buco nero era, in effetti, diviso in due: c’era “Lamerica”, propriamente detta, da cui nessuno tornava più, ma poi c’era anche il “Sudamerica” dal cui gorgo, invece, qualcuno riusciva a fuggire indietro. Pochi facevano davvero fortuna e tornavano, in età da pensione, a passeggiare per le strade polverose del borgo natio; indossavano, di solito, un elegante panciotto e un cappello dalle falde troppo larghe per il sole di questi posti. Gli altri, di gran lunga la maggioranza, tornavano in paese avendo esaurito le forze ancor prima degli anni; spiantati, senza speranze e ancora più disperati di quando erano partiti.

Cuccù fu tra questi ultimi; tornò a aggirarsi per gli stessi vicoli della sua breve fanciullezza avendo la faccia prematuramente solcata da metri di rughe. Senza nulla in tasca, egli visse per giorni di piccoli espedienti, approfittando di chiunque potesse farlo sedere attorno a una tavola.

Ma, nonostante tutto, Cuccù non aveva perso lo spirito ludico e sognante che gli aveva guadagnato il nomignolo da bambino. Raccontò, a tutti e più volte, di come fosse fatto il Sudamerica, di quanto fosse grande e magnificente. Narrò dei grandi successi che aveva avuto con le donne di quelle terre lontane; delle grandi fortune che aveva accumulato e che presto lo avrebbero raggiunto cambiando il destino suo e di quelli che lo avrebbero aiutato in quella dura ma breve congiuntura. Tutte le ricchezze che Cuccù aveva messo insieme negli anni di proficuo lavoro, erano adesso stipate in un grande baule e quel baule era ormai prossimo a essergli recapitato a casa. Fu così che lui, insieme a parte del paese, cominciò ad attendere che arrivasse “lu bauje de Cuccù”. L’ex emigrante chiese piccoli prestiti offrendo, in garanzia, una parte degli ori del mitico forziere. Passarono giorni, settimane, mesi e poi anni e tutti continuarono ad attendere la ricompensa dei piccoli crediti che avevano accumulato, nel frattempo, nei confronti del presunto benestante tornato da lontano. L’aspettativa giocosa per lu bauje de Cuccù continuò a alimentarsi, senza che nessuno, ma proprio nessuno, osasse metterne in dubbio l’autenticità. E più il fantastico carico ritardava a essere consegnato, più dettagliata si faceva la descrizione del formidabile bottino che quella cassa doveva contenere. Non ci fu paesana a cui non fu promesso un anello con brillante, una collana o uno sfolgorante bracciale tra i tantissimi che erano custoditi nel favoloso forziere. 

Quando Cuccù morì, lo portarono al camposanto in una bara di un legno assai poco pregiato. Le sue fortune, custodite nel misterioso forziere, stavano ancora solcando l’oceano immenso e non fecero in tempo ad arrivare per consentirgli di avere il sontuoso funerale che, lui stesso, aveva pronosticato fino a pochi istanti prima di lasciare il mondo terreno.

E ancora oggi, a circa un secolo di distanza, resiste, nella mitologia collettiva di quel piccolo popolo, l’espressione popolaresca: lu bauje de Cuccù deve ancora arrivare a riscattare la povertà di tanti scontenti.

In molti – e io tra loro – lo attendono fiduciosi.Chissà se a Giulianova qualcuno ha mai coltivato l’idea di dedicare una piccola strada del centro storico a quel baule di speranze e al suo giocoso proprietario che non è riuscito a goderne.

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