“Lo dico al tg”.Le incompiute.

“Lo dico al tg”.Le incompiute.

Prima puntata

Era il 2012, avevo già scritto il libro “Macerie dentro e fuori”. Cinque anni prima il caporedattore della Rai Abruzzo ,Carlo Fontana, aveva detto si ad un mio progetto. L’idea era quella di indurre i telespettatori a trovare nel servizio pubblico un “amico” per i loro problemi. Carlo Fontana , a mio avviso, capì che occorreva oltre alla cronaca , alla scontata pagina politica (che nulla cambia nel mondo) uno spazio di denuncia diretta, un bel biglietto da visita per il servizio pubblico. Lo schema era semplice. Il cittadino mi scriveva ,lasciando il suo numero di cellulare, io verificavo che quello che era scritto corrispondeva al vero con una serie di “prove incrociate”e poi ,con il prezioso collega operatore Ermanno Prosperi , si andava a girare e indagare. Da qui un libro .Giacinto Damiani , prezioso cultore della divulgazione libraria, mi diede fiducia .Cosi nacque il libro “Lo dico al Tg”. Perchè oggi lo ripropongo in questo sito ? Perché insieme , come allora, potremmo scrivere un “Lo dico al tg” parte seconda. Vedendo se dopo dieci anni quei problemi sono stati risolti. Questo lo farete voi “giornalisti sul campo della rubrica” all’indirizzo di posta umberto.braccili@gmail.com . La rubrica partita nel 2007 è stata chiusa, per scelta della direzione della Tgr rai nel 2020, dopo 13 anni , dopo un ottimo successo di ascolti e con i problemi che invece di diminuire nel corso degli anni aumentati.E’ stato uno dei motivi, il “taglio” della rubrica ,della mia decisione di lasciare l’azienda che professionalmente mi ha dato tutto, sempre senza bavaglio. Pubblicheremo le tante puntate previste ogni martedì che qualcuno ricorderà era il giorno della settimana dell’appuntamento in Tv .Buona lettura “colleghi” e portiamo avanti ancora lo splendido “vizio” di gridare quello che non va anche ,ovviamente, con nuove garbate denunce.

IL LIBRO

Dove sono andati tanti soldi della collettività in Abruzzo?

La rubrica parte dal duemila e sette, ma lo spunto lo trovai l’anno prima. Quando decisi di approfondire l’argomento delle opere pubbliche mai inaugurate in Abruzzo ne contai ventisette. Numerose furono le segnalazioni da tutta la regione. Impossibile, in questo lavoro, citarle tutte ma divido i principali sperperi, in quattro sezioni presentando le più scandalose. Il caporedattore Carlo Fontana approvò il mio progetto di “ricognizione sul territorio”. Quello che andrete a leggere, è un estretto di sei puntate che furono messe in onda durante la rubrica “il settimanale”.   

OSPEDALI

NUOVO MANICOMIO DI TERAMO

Nel 1881 Teramo era tra le poche città italiana ad avere un ospedale psichiatrico attrezzato. A fine anni sessanta si decise di contruirne uno nuovo sempre a Casalena. Anche per questo progetto, tutto al top. Modello inglese. Sedici palazzine, basse, non casermoni. E poi prato, alberi, ovunque. Venti ettari di terreno agricolo espropriati. Le strutture non furono mai concluse nei lavori e in più nel 1978 la legge Basaglia metteva fine all’esperienza dei  manicomi. Stop a porte e finestre chiuse con il lucchetto. E allora? Cosa pensa l’uomo qualunque in questi casi? Ne faranno strutture pubbliche di altra natura. Incontrai il dottor Saverio Moschetta psichiatra e direttore del centro di igiene mentale: ” Ero, quel in periodo, consigliere comunale a Teramo. Proposi , visto che già allora si parlava del terzo polo universitario, di mettere le fondamenta per una sede del progetto culturale, chiudendo i lavori delle palazzine, mancava veramente poco per avere strutture pronte per accogliere un ateneo”. L’università ottenne l’autonomia nel 1993, le strutture di Casalena erano ancora incomplete, bastava chiudere i lavori ma il terzo polo universitario nacque in tutt’altro posto”. Quando girai l’inchiesta, incontrai due giovani che, vicino ad una palazzina, ormai fatiscente, raccoglievano olive. Mi dissero:” questo terreno agricolo era di mio nonno e da sempre ha donato buoni frutti per la produzione dell’olio” Chiedo “ma voi oggi siete abusivi?” Rispondono ” si, avevamo fatto una proposta alla als. Chiedevamo, in cambio di un affitto, di poter almeno coltivare questa terra ormai inoperosa da decenni. Hanno risposto di no ma abbiamo saputo che forse il tutto,20 ettari, sara’ affidato ad una cooperativa che raccoglierà le olive”. Salutai i due operosi giovani e pensai tra me e me:” questa mi mancava. Un’azienda sanitaria che produce olio.S periamo che faccia meglio che nell’organizzazione delle prenotazioni specialistiche.”. 

LO SCHELETRO DI SANT’EGIDIO

Lo scheletro dell’ospedale prima della demolizione

Ma c’è qualcosa che fa arrossire (arrossire è ovviamente un eufemismo)  più dello psichiatrico di Teramo? Spostiamoci, con l’auto sono dieci minuti, verso nord, in Val Vibrata. Siamo alla periferia di Sant’Egidio .Millenovecento e sessantanove, parte la costruzione dell’ospedale della Val Vibrata. Lo scheletro è ancora li. C’è un cartello che ci incuriosisce il passante .Sono a lavoro con l’operatore Ermanno Prosperi. La struttura è recintata con filo di ferro a rete. Avvicinandoci, notiamo il classico cartello blu, con scritta bianca “PROPRIETA’ PRIVATA”. E no, tutto si può scrivere tranne che quella è “proprietà privata” .L’ospedale non è mai stato chiuso nei lavori. Era uno scheletro di cemento armato, lo è ancor oggi. Quello scandalo è stato pagato con le tasse di tutti i cittadini. Un amministratore, pagato, ha deciso di costruirlo. Un ingegnere, pagato, ha redatto il progetto. Dei muratori, pagati, l’hanno edificato. Ma chi ha aperto un’indagine perché’ dopo 43 anni quello scheletro di cemento non ha mai accolto una persona che aveva bisogno di cure sanitarie? Nessuno. Vi ha irritato la storia? Tenetene un po’, di irritazione, per il finale. Pochi anni dopo, mentre lo scheletro dell’ospedale di Sant’Egidio restava inoperoso, a sette chilometri e settecento metri di distanza ,undici minuti d’auto, se c’è traffico , la politica decide di costruire un altro nosocomio, a Sant’Omero. Sembra un brutto sogno. Costruisci una struttura sanitaria ,la lasci incompiuta e poi ne tiri su un’altra. Per fortuna, almeno lì, bravi medici curano i pazienti in quel centro di eccellenza. La struttura di Sant’Egidio non poteva essere venduta, dopo la nascita di quella di Sant’Omero? Poteva trasformarsi in un bellissimo condominio o in un faraonico albergo. Chi gestisce la sanità, i cosiddetti manager non hanno pensato a questo. Tanto….

LA VIABILITA’

IN AUTO TRA GLI SPERPERI 

Anche in questo settore, cercai di raccontare, come erano state bruciate nostre tasse.Uno scandalo, ad esempio, si snoda (ci fidiamo di Google maps) in trentadue chilometri e cinquecento metri. Fondovalle del Sangro. Si esce, dall’A14, a Val di Sangro e dopo venti chilometri, sulla SS 652, la bile comincia a bollire. Sulla destra incontriamo uno strano viadotto. Si chiama “Barche”. Chi passa per la prima volta da quelle parti ha un sussulto. Il ponte è spezzato in due. Costruito, prima struttura della fondovalle del Sangro, fu’ fatto brillare. E perché’ si costruisce un viadotto che poi si butta subito giù? Chi l’ha progettato non ha pensato di chiedere prima al contadino di Civitaluparella? Avrebbe avuto una risposta secca: “lì non si può costruire. Il terreno è “pieno di vene di falda acquifera”. Si è verificato, invece, che i progettisti arrivarono alla saggia conclusione del contadino di Civitaluparella solo dopo aver speso centinaia di milioni di lire per costruirlo. Era, dunque, pericoloso, quindi ci vuole dinamite per buttarlo giù’. Il fondovalle del Sangro ,la settima priorità in Italia per i governi del tempo, lo avevano scritto su un documento ufficiale, partiva con un handicap non di poco conto. Andiamo avanti , spingiamoci verso Bomba. Abbiamo appuntamento con un sindaco della zona di quel tempo. Si chiama Palmerino Fagnilli, primo cittadino di Pizzoferrato, bellissimo borgo del medio Sangro che diede i natali a Bruno Sammartino definito dagli americani “l’uomo più forte del mondo di tutti i tempi”. Era un lottatore e tra le sue imprese, combattere contro uno scimpanzé’ , ma questa è un’altra storia. L’appuntamento con il primo cittadino non è in un bar ma davanti a una galleria stradale. Si può parcheggiare, nelle vicinanze, perché’ la struttura è chiusa dal 2002, dal terremoto di San Giuliano, nel Molise. All’interno con si vedono i segni del sisma ma gli smottamenti, sopra, potrebbero compromettere le struttura. Una cosa bisogna dirla. Quando parliamo della galleria Spadone non dobbiamo immaginare un tunnel tipo quello del Gran Sasso che tocca i diecimila metri. No. Il “buco artificiale”, misura 176 metri. “Per protesta ho dormito più notti qui” ci dice il sindaco Fagnilli “per dimostrare che nessun pericolo può sorgere dallo smottamento a monte. La galleria fu’ chiusa giustamente dall’Anas nel 2002 ma non si possono attendere anni per verificare danni e poi prendere provvedimenti. Vede” prosegue Fagnilli” questa interruzione di 176 metri costringe gli automobilisti ad una gimcana tra strade che si incrociano attraverso viadotti in curva di tre chilometri. E poi si tratta cosi il lago di Bomba?” Ha pienamente ragione il politico di Pizzoferrato. Una zona bellissima, incontaminata, violentata da un uso abnorme, spropositato di cemento per costruire innesti, viadotti, svincoli stradali. Lago e cemento. Ma chi ha costruito tutto questo, magari è stato anche pagato? Spingiamoci, sempre lungo la fondovalle del Sangro, verso l’interno. Il viadotto, davanti a Villa Santa Maria, patria dei cuochi, delizioso paesello, è stato sicuramente firmato dallo stesso ingegnere e avallato dallo stesso staff dirigenziale dell’Anas. “E’ un’overdose di cemento” dice Francesco Falconio, il sindaco” hanno completamente devastato la zona con questi pilastri alti piu’ di cento metri, che quasi entrano nelle case. Spostando di qualche centinaia di metri a sud l’opera, avrebbero tracciato il passaggio viario tutto in galleria risparmiando soldi e offese e violenze alla natura”. A questo punto abbiamo percorso ventisei dei trentadue chilometri della “vergogna”. La bile, per quello che si è visto, è salita di livello  ma Fagnilli, che continua ad essere il nostro Cicerone, ci consiglia di risparmiare un po’ di bile per il botto finale. Intanto c’è da dire che, la fondovalle del Sangro, come in un brutto sogno, sparisce. Cominciamo ad inerpicarci verso Quadri, città del tartufo. Il tracciato, che prevedeva il collegamento veloce tra la val di Sangro , Castel di Sangro e poi Napoli, dove c’è il porto punto di arrivo soprattutto dei “ducato” prodotti ad Atessa , è a sud .”Sei chilometri di superstrada” esordisce Palmerino Fagnilli” ma dopo la progettazione si sono resi conto che il terreno è franoso” E’ un po’ un vizio dei progettistii questo , penso fra me e me. Prima il viadotto Barche, poi la galleria Spadone e adesso i sei chilometri di superstrada sempre con lo stesso problema. Bile in crescita. Mi viene in mente che tutto questo è stato costruito con le tasse degli italiani, con qualcuno che non ha pagato per l’errore e magari ha anche intascato una “profumata “parcella. I tir, soprattutto quelli che trasportano mezzi fiat a Napoli, s’inerpicano lungo le strette strade che portano a Quadri.” Ne passano centinaia al giorno nel nostro centro storico” ci dice Antonio, deceduto dieci mesi dopo per un tumore ai polmoni ” non si vive più’, si respirano solo fumi nocivi dei tir. Abbiamo messo su’ un comitato ma nessuno ci ascolta”. Suggerisco ad Antonio di applicare lo sciopero del pedone. Successe a Roseto.1987,venti anni prima. Pio Rapagna’ creò il comitato ” straffichiamoci”. Ogni sera i cittadini attraversavano sulle strisce pedonali la nazionale adriatica che attraversa Roseto. Lunghe fila di tir. “I padroncini” capirono, dopo mesi di manifestazioni, che i rosetani non mollavano e tornarono sulla A14. Anche i politici ,seppur con lentezza “da contratto” che li contraddistingue dal dopoguerra, misero giù una legge per la deviazione dei tir almeno d’estate. Oggi i tir sulla sedici a Roseto non passano più’.Ma torniamo a Quadri. Superstrada che non si può costruire perché’ il tracciato è franoso, ma la ditta appaltatrice siciliana ha ovviamente lasciato lì una baracca e dei mezzi. Insomma cantiere aperto. Quando questo succede c’è, forse, una cifra giornaliera da pagare per il mancato utilizzo dei mezzi in altri cantieri. Chissa’ quanto ha pagato al giorno, se ha pagato, l’Anas per l’errore nella progettazione? L’ultimo “schizzo” di bile parte quando andiamo ancora più ad ovest, verso Castel di Sangro. Alla fine dei sei chilometri mai realizzati, c’è un viadotto dove, ovviamente, in trenta anni non è mai passata un’auto. E allora usiamola noi per passeggiare mentre ascoltiamo Palmerino Fagnilli. “Questo è un altro assurdo. Hanno costruito il viadotto a monte mentre avevano ben chiaro, dopo l’inizio dei lavori, che la strada che doveva confluire lì, forse, doveva essere cambiata nel tracciato”. Eppure guardando bene il viadotto a qualcosa è servito. Un contadino , sotto il viadotto, al riparo dal sole e dalla pioggia, custodisce enormi balle di paglia. Il contadino ringrazia mentre io sono più bile che carne. Non so voi.

AGGIORNAMENTO AL 2012

Il viadotto “barche” è sempre lì , spezzato in due. La galleria Spadone di 176 metri è stata riaperta nei mesi scorsi dopo dieci anni. Villa Santa Maria è sempre brutta con quegli enormi pilastri davanti. A Quadri passano ancora i tir che trasportano i prodotti della fiat. Per i sei chilometri di superstrada è stato deciso un altro percorso, sono partiti i lavori e la carreggiata è crollata ( non chiamatela sfortuna). Il contadino continua a usufruire della “rimessa Anas” sotto il viadotto per le enormi balle di paglia.

“SCUSI DOVE SI VA PER L’AUTOPORTO? “

Roseto – Domanda a trabocchetto quella del titolo. E già perché nel giro di ventiquattro chilometri ce ne sono due di autoporti. Uno a Roseto e uno a Castellalto. Gli autoporti facevano parte di un sistema intermodale. Tu arrivi da Milano con un tir, lasci il contenuto a Roseto e Castellalto, poi,  i camioncini delle ditte locali portano la merce nelle aziende. Oppure il camionista milanese lascia il carico e ne trasporta un altro in Lombardia e quello siciliano di passaggio carica il tutto per la Trinacria. L’Italia dei tir, quella stessa Italia che non ha mai considerato il trasporto attraverso il mare, dopo aver inquinato, intasato le strade, ora metteva la ciliegina sulla torta. La politica ha subito accontentato i professionisti del trasporto su gomma. C’è un ma, ne incontreremo tanti leggendo. Gli autoporto di Roseto e Castellalto, costati fior di miliardi, non sono mai stati occupati da un solo tir. Quello di Castellalto ha avuto una fine normale. Parcheggio per i mezzi della protezione civile. Quello di Roseto qualcosa di originale. E’ pista di allenamento per una squadra di ciclismo. 

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