Lettera di una madre che soffre per il figlio

Lettera di una madre che soffre per il figlio

Affronto un problema vissuto da tante famiglie e vissuto da altre perchè piangono la morte di un caro perchè la famiglia dell’assassino non è stata ascoltata nel grido di allarme. Propongo una lettera scritta da una madre che ha un figlio, maggiorenne, con problemi psichiatrici. Impotenza in quel caso se “il piccolo” non vuole curarsi. Eppure nel 1978 Franco Basaglia diede il nome ad una legge cheridava dignità ai malati. E già perchè se hai un figlio con una gamba leggermente più corta qualcosa si fa, se “è matto” come si dice per semplificare, si scappa. La lettera della madre è struggente .Alla fine c’è un mio servizio di tanti anni fa che tra l’altro “mi regalò, anche un premio. Scomodai anche Jack Nicholson e il suo capolavoro di interpretazione in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Vi porto in quel mondo prima e dopo Franco Basaglia. Vi mostro i luoghi dove i “matti” erano in prigione e dove ad una giusta legge ,non è arrivato poi il resto.

Questa la lettera di una madre

Credo che  l’attenzione alla dimensione pubblica di tutela delle fasce più deboli  e della malattia mentale debba essere posta al centro, non ai margini, della discussione collettiva. I risultati della legge 833/78 sull’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale sono innegabili perché hanno portato l’Italia in vetta alle statistiche mondiali per l’aumento dell’aspettativa di vita, per la riduzione drastica dei morti ecc. Lo stesso processo purtroppo non è avvenuto per la legge 180/78 Basaglia.

Se ho una grossa ferita aperta so dove devo andare per avere assistenza e nel caso di emergenza, sono le stesse strutture sanitarie che mi raggiungono. Se il problema è di natura mentale, tutta questa conoscenza e attenzione scompaiono. Perché?

Siamo, forse, diventati tutti persone che possono avere degli atteggiamenti NON identificabili con la follia e il disagio mentale, anche quando questi arrivano a danneggiare la collettività, neanche quando questi tratti di alternativa alla normalità mettono i familiari in una condizione di sequestrati in casa?

Quando capisci che un tuo caro, nel mio caso mio FIGLIO, ha un problema di relazione con il MONDO che lo circonda (generando problemi, anche drammatici, per sé e per i suoi cari) non trovi NESSUNO, deputato alla “certificazione” di questo evidente stato di malattia e alle cure che ne dovrebbero derivare. Tutti pensano/dicono è matta/to, ma nessuno pensa che sia opportuno intervenire: perché non è un suo compito? Perché è un diritto aggirarsi per il mondo in evidente stato confusionale in barba ad ogni concetto di dignità umana? Perché?

Non ci sono le normative costituzionali per gli operatori del CSM, un genitore o un famigliare di primo grado non può decidere nulla se il figlio è maggiorenne.

Una cosa che mi sento di dire a gran voce COME MAMMA ai responsabili dei Centri di Igiene mentale e a tutti voi che potete intervenire, è che è la famiglia, che già si fa carico di questa gravosa situazione nel quotidiano, a dover convincere una comunità ad accogliere il  proprio caro malato, in quanto –  parlo almeno per mio figlio – benché maggiorenne, non è in grado di intendere la gravità dei suoi comportamenti e stati d’animo se così si possono definire.

Ritengo, a mio modesto parere, che dobbiamo essere coinvolti noi famigliari in primo luogo per stabilire insieme ai medici cosa può essere necessario per la sua salute mentale e benessere.

Il tema della integrazione è parte imprescindibile e non residuale della cura del paziente psichiatrico.

Ci siamo purtroppo abituati a vedere i “matti” in giro e non più confinati in brutti e sporchi manicomi, ma poco o nulla (in alcune regioni) è stato fatto per sostituirli, e soprattutto per sostenere e dare sollievo alle famiglie che quotidianamente condividono i loro momenti difficili e le conseguenze.

Prima i malati mentali venivano inseriti in luoghi più simili a prigioni che a luoghi di cura e ora, invece, sono a totale carico dei familiari che, controllori, diventano essi stessi reclusi.

Perché si ammalano interi nuclei familiari.

Faccio pertanto un’esplicita richiesta alle istituzioni e agli operatori del settore di un’adeguata assistenza ai malati psichiatrici e di un doveroso sostegno ai loro familiari, lasciati troppo spesso soli in un’inconsolabile sofferenza, dovendo affrontare problemi a cui non sono preparati.

C’è bisogno di una rimeditazione profonda e alternativa, che consenta di invertire l’inerzia attuale e che lo si faccia in maniera URGENTE!!!

Intendo in particolare la rimozione di una modalità che caratterizza e qualifica negativamente tutto questo universo: ci si aspetta che il malato si presenti di sua iniziativa e si faccia curare, come se il disagio psichico fosse una carie qualsiasi!

Dagli psichiatri non puoi portare il malato perché ci deve andare con le proprie gambe.

Come genitore voglio ribadire che la malattia mentale è infima, non si vede, lavora indisturbata distruggendo tutti i legami familiari. Come tutti sanno il “malato psichico” non sa di esserlo. Quindi non è lui a dover andare dal dottore, ma il dottore a dover andare da lui. Sempre se si ha il coraggio, l’intelligenza e la grazia di considerare il “matto” un fratello in difficoltà. Mi sono convinta che solo questo cambio di prospettiva, al di là delle complessità e resistenze che può comportare, possa segnare un progresso di civiltà e definire al meglio le intenzioni della legge 180.

Cari Paolo e Andrea, per la prima volta come familiare, dopo 13 anni di cammino nel buio, lettere inviate per sensibilizzare la politica e l’opinione pubblica sui percorsi da intraprendere per un Servizio di salute mentale ideale… leggendo il libro “Psichiatria da protagonisti” e ascoltandovi nella presentazione di ieri sera ho osservato con enorme piacere che i miei pensieri sono finalmente diventati realtà.

Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio.

Sortirne tutti insieme è politica.

Sortirne da soli è avarizia.

Grazie di cuore!

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