L’epoca dei portoni aperti

L’epoca dei portoni aperti

Di quando si poteva spiare il reggipetto di Concettina

di Marco Verdecchia

C’è stato un momento nella storia dei nostri borghi, forse databile nella prima metà degli anni ’70 in cui si chiusero a chiave i portoni di casa. Si chiusero per sempre, e nei tempi che seguirono non furono più riaperti, se non per il tempo strettamente necessario a far entrare e uscire le persone o cambiare l’aria stantia che si accumulava nei pochi metri quadri delle modeste abitazioni.

Prima di allora ogni cosa contenuta in ciascuna dimora dei paesi poteva essere agevolmente condivisa: il profumo dei fagioli che lessavano, l’odore acre della cipolla che sfriggeva, il borbottio lento e continuo del sugo che “si faceva”, il corrosivo effluvio della varechina che sprigionava dalle bagnarole di biancheria in ammollo. Si poteva sapere che Ada oggi cucinava il baccalà e Cettina aveva “messo il brodo”; Maria ascoltava Claudio Villa sovrapponendo il suo esile canto al suono tenorile che usciva dalle valvole della radio; era permesso di guardare lo spiraglio libero fino alla camera di Lucia che aveva il letto ancora sfatto, essendosi la giovane sposa attardata a curare la sua bellezza; nulla impediva di ascoltare Ida che alzava la voce sulla figlia e Mimì che, reduce dall’ennesima bevuta nella cantina di Rosina, bisticciava con la moglie perché la cena non era ancora pronta.

Bastava passare li davanti aguzzando il senso giusto ed il piccolo mondo, che ciascuna di quelle case custodiva, diventava anche nostro; era come vivere in un mondo comune dove non avevano ancora inventato l’artificioso concetto di “privacy” e, del resto, nessuna di quelle anime semplici ha mai compreso, per tanti secoli, la necessità di quella riservatezza.

Durante il giorno le persiane restavano solo socchiuse e le donne si vestivano senza preoccuparsi di tirare le tende anche nei pochi casi in cui queste erano installate. E davanti a quei pertugi noi ragazzi passavamo e ripassavamo buttando gli occhi a fendere la penombra della camera con la speranza di poterci portare a casa il colore del reggipetto di Annina o addirittura delle sue mutande se questa si fosse chinata a lavare i pavimenti proprio nel momento giusto. Qualcuno, spinto dalla calda e inconsapevole voglia della pubertà, si avvicinava senza scrupolo per vedere meglio, e quando la giovane signora lo scopriva era come obbligata a recitare la parte della donna violata in una intimità che, in fondo, avvertiva più come una consuetudine da custodire con spassosa superficialità. Si perpetrava in quel modo il gioco eterno della seduzione impossibile, di cui ragazzi e “serie signore” erano protagonisti.

Talvolta le mature contadine facevano pipì nei campi o dietro le siepi e poi uscivano dall’erba aggiustandosi con cura la gonna per riprendere quindi il cammino lungo i sentieri di campagna dopo essersi sistemate di nuovo in testa il cesto delle mercanzie invendute con cui tornavano dal mercato. Quel mondo aperto era incredibilmente sensuale, sempre e in ogni luogo poteva accadere qualcosa di eccitante; nei campi, dietro le siepi o lungo la fila di persiane e di portoni socchiusi. I nostri occhi potevano sempre cogliere una istantanea che sarebbe rimasta per settimane tra le immagini preferite della nostra mente sollecitando inconfessabili fantasie.

Dino, il papà di un mio coetaneo, era già molto anziano quando mi raccontò dell’unica volta in cui il suo morboso appostarsi tra le siepi delle campagne aveva trovato soddisfazione, e che soddisfazione! Lo narrava con grande dovizia di particolari, ricordava il sole alto e il rigoglioso cespuglio che lo aveva protetto. La giovane fanciulla che pedalava allegra sul sentiero tra i campi era scivolata di lato; appena rialzata si era toccata la gamba con una smorfia di dolore e poi, dopo aver controllato attentamente che intorno non ci fosse nessuno, ma proprio nessuno, aveva sollevato la gonna quasi fino all’inguine per controllare che non avesse ferite. Dino raccontava che ci aveva impiegato un tempo incredibile, tanto dovevano essere lunghe le sue gonne e le sue gambe. L’uomo vide l’incredibile spettacolo da pochi metri e trattenendo il fiato per non farsi scoprire; l’immagine bellissima gli era stata appena appannata dai fili d’erba che la brezza faceva oscillare; ancora adesso, dopo mezzo secolo, gli sembrava di sentire addirittura il profumo di quella coscia bianca che si offriva ai suoi occhi. 

Questo accadeva, al tempo in cui i portoni delle case restavano aperti, si possedeva di solito una sola copia della chiave di casa; quando tutti uscivano si lasciava la chiave sotto un vaso vicino alla porta, o sul davanzale dietro la persiana rimasta socchiusa. Tutti sapevano di quel nascondiglio, ma tutti erano consapevoli che non c’era niente da rubare in una casa dove non vi fossero persone da ascoltare o da guardare; le uniche cose da rubare erano le parole, i profumi e le erotiche immagini che uscivano dalle persiane socchiuse.

Non ho ricordi precisi e non saprei a quali fonti storiche ispirarmi, ma ho sempre avuto la convinzione che a rompere per sempre la magica sensualità di quel mondo lontano debba essere stato qualcuno da poco tornato dalla Svizzera. Era forse qualcuno che aveva lavorato “l’intera vita”, come si era soliti  dire allora, per tornare in paese e costruire la sua casetta con i risparmi scrupolosamente impilati e poi convertiti in lire dai preziosi franchi svizzeri. Ma, dal paese dei cantoni, costui doveva aver riportato anche qualcosa di inusualmente prezioso da custodire in casa e proteggere con ogni mezzo. Fu forse quello il primo caso in cui il portone di casa si fece robusto e la serratura divenne efficace e non fu più solo un catenaccetto fatiscente che volava via al solo soffiar della tramontana. E poi deve esser stata la moglie di quell’infausto emigrante mezzo arricchito che tornò dalla Svizzera avendo imparato a vestirsi e prepararsi stando chiusa nella sua camera, con le persiane serrate o le tapparelle adeguatamente abbassate.

E dalla Svizzera, io credo quindi, arrivò il virus della riservatezza da cui, prima o poi, venimmo tutti inesorabilmente contagiati.

E il mondo smise di essere sensuale.

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