Quando una riflessione popolare valeva più di una sentenza in tribunale

Quando una riflessione popolare valeva più di una sentenza in tribunale

“Mettiti con chi è meglio di te e fagli le spese”. Quante volte mia nonna mi ha detto questa frase che induceva alla riflessione e quindi annullava un potenziale problema. Il popolo fonte di saggezza, di consigli….di sentenze.

        tratto da Lu quadernucce di lu Mastre

Memorie identitarie di cultura popolare abruzzese

di Lido Panzone

La vita di tutti i giorni nei tempi andati era costellata da sentenze, modi di dire e tiritere: in ogni momento della giornata era pronta una frase che sottolineasse in maniera appropriata l’evento appena accaduto.

Le sentenze erano degli aforismi concisi, ma nello stesso tempo molto incisivi, utilizzati dal saggio di turno, o da chi si riteneva tale, per enunciare una verità, una norma morale o un semplice consiglio.

  • Li paròle cchiù murùse, divènte li cchiù pungicùse.

(Trad.: le parole più amorose, diventano le più pungenti perché in futuro, nel caso in cui una storia d’amore dovesse finire male, potrebbero costituire oggetto di ricatto.)

  • Cchiù bicchijére mi bbève, ccchiù pinzìre mi lève.

(Trad.: più bicchieri di vino bevo e più riesco a togliermi dalla mente i pensieri; questa massima rappresenta la principale giustificazione che i mariti presentano alle proprie mogli quando tornano a casa ubriachi.)

  • Va a la piàzze e pìje cunzéje, va a la càse e fa chi ti pàre.

(Trad.: vai in piazza ed accetta i consigli dalla gente, ma quando torni a casa fai come ti pare.)

  • Ahìpre l’ùcchie e spànne, nin è callàre chi s’arcàgne.

(Trad.: apri gli occhi e spalancali bene perché non stai acquistando una pentola che, se non di tuo gradimento, può essere cambiata; il detto veniva pronunciato dalle mamme a dalle nonne alle giovani donne che stavano per sposarsi.) 

  • Dùva si màgne … ddìje mi mànne.

(Trad.: Dio vede e provvede, perché nel momento in cui ho fame mi manda dove si mangia.)

  • A pànza satòlle, dàje ripòse.

(Trad.: a stomaco pieno bisogna riposare, è vivamente sconsigliato mettersi al lavoro dopo una abbondante abbuffata.)

  • Li picciùne di la culumbàre: Crìste prìme li fà e pù l’appàre.

(Trad.: Dio prima li fa e poi li accoppia, cosi come i piccioncini della colombaia.)

  • Tùtte a la piàzze ‘nci po’ abbità.

(Trad.:non tutti possono abitare in piazza, gli altri devono accontentarsi di risiedere in periferia; questa sentenza si usa quando qualcuno pretende di ottenere un qualcosa riservato a pochi.)

  • Chi nin tè bbòna còcce tè bbòne hàmme.

(Trad.: chi non ha buona testa, ha buone gambe; quindi chi non riesce a raggiungere uno scopo a causa dei propri limiti intellettivi,  è costretto a perseguirlo con più difficoltà, magari applicando uno sforzo fisico.)

  • Na lène nin fa fòche, ddù ni fa ben pòche.

(Trad.: con un pezzo di legna non si riesce ad accendere un bel fuoco e con due ci si riesce difficilmente; quindi per realizzare certi obiettivi occorre disporre di risorse adeguate.)

  • L’àsine vantàte nin pòrte la sòme.

(Trad.: l’asino a cui si cantano tante lodi non riesce a portare la soma; la modestia a volte non guasta.)

  • Lu purcèlle satòlle vòteche lu tròcchele.

(Trad.: il maiale che è sazio, rovescia il trogolo; questa sentenza è una vera e propria condanna degli eccessi e dei vizi, per cui viene spesso adoperata dai genitori nei confronti dei propri figli quando, nonostante li abbiano accontentati in tutto, notano che  questi si comportano male.)

  • Mìtte e piccirìlle, Ddì l’ajùte.

(Trad.: le persone matte e piccoline sono le prime ad essere aiutate da Dio; il Signore è clemente con i più svantaggiati.)

  • Prìte e pòlle ‘nzi tròve màje satòlle.

(Trad.: i preti e i polli non sono mai sazi; si tratta di una delle tante massime che tendono a mettere in cattiva luce il clero, sottolineando la sua presunta ingordigia.)

  • L’òve a Pàsque e li paròle quand’arcàsche.

(Trad.: le uova tradizionalmente si consumano soltanto a Pasqua, le parole invece si impiegano ogni qualvolta servono.)

  • E’ mìje a zizzàrse di ‘mmèrde che di ‘gnòstre.

(Trad.: è meglio sporcarsi di sterco che di inchiostro; infatti l’inchiostro che si richiama in questa sentenza è quello che gli avvocati adoperano per mettere nero su bianco le azioni legali, per cui si vuole mettere in guardia dal rischio che si corre quando si ha a che fare con la “legge”.)

  • L’àsine, quànde si vulèje muccicà la còde, s’accurgiò ca n’artinèje.

(Trad.: solo nel momento in cui voleva mordersi la coda, l’asino si accorse che non l’aveva più, per cui per non avere brutte sorprese è consigliabile essere sempre e comunque previdenti.)

  • Mòje, maréte e féje: come Ddìje ti li da, ti li pìje.

(Trad.: moglie, marito e figli, come Dio te li da, li devi prendere; secondo la credenza popolare la composizione dei vari nuclei familiari è affidata esclusivamente al destino, per cui è impensabile volerla condizionare o comunque  influenzare in qualche modo.)

  • Si bbèlle vu cumparì, gran dulòre da patì.

(Trad.: se vuoi apparire bello devi soffrire parecchio, cioè per farsi una certa “faccia” bisogna fare molti sacrifici.)

  • Lu hjòtte, n’à da èsse avàre.

(Trad.: il ghiotto non deve essere avaro; con la generosità si riesce a collezionare numerosi amici, i quali quando avranno qualcosa che ti alletta non faranno storie a dividerne una parte con te.)

  • La sòcere e la nòre, fu di zùcchere e nin fu bbòne.

(Trad.: anche se fossero di zucchero, suocera e nuora non sarebbero buone; per l’ennesima volta si sottolinea il classico attrito che la tradizione popolare vuole  sussista tra suocera e nuora.)

  • La prucissiòne: dùva èsce, ardèntre.

(Trad.: non ci si può sbagliare, la processione rientra nello stesso punto in cui è uscita; analogamente, nella vita ci sono delle situazioni che si possono gestire ad occhi chiusi perché non c’è possibilità che le cose possano procedere diversamente dal previsto.)

  • La cèrque mètte la jànne.

(Trad.: per propria natura la quercia produce le ghiande e nient’altro; questa sentenza si adopera quando si vuole mettere in evidenza che una persona possiede le stesse attitudini, negative o positive che siano, che i propri genitori hanno sempre dimostrato di avere.)

  • La schiàppe càsche da lu tècchie.

(Trad.: la scheggia di legno può provenire soltanto dal tronco; anche in questo caso, come nella precedente sentenza, si evidenzia il passaggio di padre in figlio di certe attitudini.)

  • La paròle è di l’ùmmene, la capèzze di l’àsine.

(Trad.: la parola è la caratteristica che contraddistingue l’uomo, per cui egli ne deve far buon uso per dialogare con i suoi simili e scambiare con loro civilmente le proprie vedute; chi non si serve della parola rischia di farsi trascinare dagli altri, così come accade all’asino.)

  • Pàtre e patròne, pure s’à tùrte, à raggiòne.

(Trad.: il padre e il padrone hanno ragione anche quando hanno torto; in questa sentenza si denota il senso di rispetto che nella gente della nostra terra è profondamente radicato nei confronti del padre che ti ha offerto la vita e del padrone che ti offre da vivere.)

  • Li chiàcchiere si li pòrte lu vènte e li fasciùle abbòtte la pànze.

(Trad.: le chiacchiere vengono trascinate via dal vento, i fagioli saziano; la massima si adopera ogni qual volta si intende ribadire la differenza sostanziale tra le parole e i fatti: le chiacchiere fuggono via con il vento e non producono alcun frutto materiale mentre le cose concrete, come una bella mangiata di fagioli, in qualche modo generano un proprio effetto.)

  • Li cùcce vìcchie ‘n càse di mìtte mòre.

(Trad.: gli oggetti vecchi e mal ridotti vanno a finire in casa di matti; si consiglia dunque di acquistare soltanto cose nuove diffidando della vendita di oggetti di seconda mano.)

  • Apprèsse a lu réde vè lu piàgne.

(Trad.: dopo le risate viene il pianto, pertanto quando si scherza non è opportuno oltrepassare certi limiti, si potrebbe degenerare ed andare a finire male.)

  • Li schìrne nàsce all’òrte.

(Trad.: gli scherni nascono all’orto ovvero chi deride qualcuno per un difetto “semina” nel suo orto questo aspetto negativo della persona derisa e in futuro si può star certi che il difetto rinascerà su un suo discendente.)

  • Mantì quànde tì, ca quànde nin tì ‘nz’ammantè da sòle.

(Trad.: cerca di tenerti su nei momenti favorevoli perché nei periodi più avversi le cose non vanno per il verso giusto da se.)

  • La billèzze fìne a la pòrte, la buntà fìne alla mòrte.

(Trad.: la bellezza fino alla porta, la bontà fino alla morte; la bellezza di una donna può affascinare il proprio uomo fin tanto che ella non varca la porta di casa diventandole moglie, la bontà e la generosità invece è una qualità che deve caratterizzare il rapporto di coppia vita natural durante.)

  • L’òrte vò l’òmmene mòrte.

(Trad.: “l’orto vuole l’uomo morto”, sentenzia l’ortolano per sottolineare la durezza del proprio lavoro.)

  • La vèduve chi s’armaréte: li huàja sì nin è finéte.

(Trad.: per la vedova che si risposa i guai non sono finiti.)

  • Dòpe li cunfìtte li difìtte.

(Trad.: dopo i confetti compaiono i difetti, soltanto una vita coniugale intensa riesce a mettere allo scoperto le pecche che ciascuno di noi porta dentro.)

  • Lu matrimònie nin è ‘nda si fa, ma ‘nd’arièsce.

(Trad.: non si può dire a priori se il matrimonio tra due persone potrà risultare fortunato, bisogna vedere come riesce, cioè come evolvono le cose nel corso della vita coniugale.)

  • Li sòlde fa còrre lu cicàte.

(Trad.: i soldi riescono a provocare effetti strani, fanno correre anche un cieco.)

  • Li sòlde fa jé l’àcque ‘nna mmònte e ‘nna bbàlle.

(Trad.: i soldi fanno fluire l’acqua oltre che in discesa anche in salita.)

  • Lu jcce come ti l’arfì, ti ci addùrme.

(Trad.: il giaciglio in cui ti addormenterai sarà più o meno comodo a seconda di come lo hai preparato; la sentenza invita dunque a prepararsi e a predisporsi adeguatamente prima di affrontare ogni evento.)

  • Chi la sère nì sciàcque, la maténe scaràzze.

(Trad.: chi la sera non fa il sacrificio di sciacquarsi, al mattino sarà costretto a grattarsi.)

  • Riuniòne di vùlpe, strippazziòne di halléne.

(Trad.: se si riuniscono le volpi, sicuramente si verificherà una strage di galline, pertanto quando più persone importanti coalizzano tra loro non è ingiustificato sospettare che stiano progettando qualcosa di clamoroso.)

  • Chi ‘mbrèste sènze ne rèste.

(Trad.: chi presta qualcosa, rischia di non averla indietro; allora bisogna cercare di evitare di prestare gli oggetti a cui si è più affezionati.)

  • Pàne e mazzèlle fa li fìje bbèlle.

(Trad.: una buona alimentazione e il rigore dei genitori fanno crescere bene i figli, in quanto conferiscono loro salute fisica ed integrità morale.) 

  • Pi li fèmmene ci vò: càzze, cazzùtte e cazziàte.

(Trad.: per essere rispettato dalla propria donna, l’uomo la deve soddisfare sessualmente, la deve malmenare e la deve sgridare.) 

  • Chi è prìme n’è ssènze.

(Trad.: chi arriva primo non rimane senza, la sentenza ci ricorda che nella vita in molte situazioni conviene sbrigarsi per non perdere occasioni irripetibili.)

  • Nin pùzze e nin hòle, come la ‘mmèrde di lu vòve.

(Trad.: in molti casi per definire cose o persone che ci lasciano indifferenti in quanto non hanno una propria peculiarità caratteristica si può dire che né puzzano né profumano, proprio come lo sterco del bue.)

  • Vìcchie e frastìre s’avànte.

(Trad.: i vecchi e forestieri si vantano sempre da sè.)

  • Lu càne mòcciche a li cingiùne.

(Trad.: i cani mordono ai poveracci, come dire… generalmente al danno si aggiunge sempre la beffa.)

  • Pi fàrme lu sègne di la cròce, mi so cacciàte l’ùcchie.

(Trad.: nel farmi il segno della croce mi sono cavato gli occhi, così come accade a chi, per compiere un gesto dignitoso, si caccia addirittura nei guai.)

  • Nin zi po’ tinè la scàrpa ònte e l’assògna sàne.

(Trad.: ricordando che un tempo si usava lucidare le scarpe con il grasso di maiale, la sentenza mette in evidenza che non si può avere la scarpa unta e il lardo intatto.)

  • L’àrte di tàte è mèzze ‘mparàte.

(Trad.: il lavoro o la passione per una certa attività viene tramandata di padre in figlio in maniera quasi naturale.)

  • Pi n’azzàte di cùle, hi pèrse la siditùre.

(Trad.: ti sei alzato ed hai perso il posto a sedere; nella vita bisogna tenersi stretto le cose più care perché se si molla anche per un solo attimo c’è sempre qualcuno pronto a soffiartele.)

  • Tùtte artére a li sì.

(Trad.: ognuno cura gli interessi dei propri cari.)

  • Chi tè nu Sànte ‘n Paradìse, nin va all’Inbèrne.

(Trad.: chi ha un Santo in Paradiso di sicuro non va all’Inferno.)

  • Lu bbèlle jòche dùre pòche.

(Trad.: il gioco bello dura poco, per cui è opportuno imporsi sempre e comunque dei limiti, per evitare che finisca male.)

  • Chi cummànne ‘nzi stràcche.

(Trad.: chi comanda non si stanca, questa è l’esortazione che i genitori ripetono continuamente ai propri figli per stimolarli a farsi una posizione nella vita.)

  • Dùva ti pénze che ci pènne lu prisùtte, ‘nci pènne mànche l’ungéne.

(Trad.: dove pensi che penda un prosciutto, in realtà non pende neanche l’uncino; come dire … l’apparenza inganna.)

  • Cummàne e fàttele …

(Trad.: puoi comandare a qualcuno di svolgere un’attività, ma se vuoi che la cosa si sviluppi a regola d’arte devi fartela da solo.)

  • Quànde lu zùlle à parlàte, lu ròsse a cripàte.

(Trad.: nel momento in cui un disagio viene manifestato dall’ultima ruota del carro, è troppo tardi perché le persone che contano hanno già indebitamente soddisfatto le proprie esigenze.)

  • Acque e fòche nin tròva lòche.

(Trad.: l’acqua e il fuoco si propagano a dismisura; le inondazioni e gli incendi sono quindi calamità da temere particolarmente perché risultano difficili da arginare e quindi da domare.)

  • Lu fòche è còme la fèmmene: vò èsse stuzzichìte.

(Trad.: il fuoco è come la donna vuol essere stuzzicato.)

  • Chi po’, fa a zumpétte; chi no, si sta fétte.

(Trad.: chi ne ha la possibilità può saltellare, chi invece, a causa di impedimenti, non ci riesce deve stare fermo.)

  • Mìttete ‘nghi chi è mije di tè e fàje li spèse.

(Trad.: segui chi è più stimato di te e stagli a fianco a tutti i costi, accettando anche di pagare per lui; si tratta di un invito a frequentare solo persone raccomandabili.)

  • Tùtte li scarpòtte divènte scarpùne.

(Trad.: tutte le scarpette prima o poi diventano scarponi; bisogna rassegnarsi all’idea che le cose e le persone sono destinate ad invecchiare.)

  • Li pìnne ‘mbùsse aspètte lu sòle.

(Trad.: i panni bagnati aspettano il sole.)

  • Fa quèlle chi prète déce, nò quèlle chi prète fà.

(Trad.: fai ciò che il prete predica, ma non ciò che il prete fa; la sentenza ribadisce la diffidenza nei confronti del clero, molto radicata nella cultura popolare.)

  • Càse e casarèlle, la mì è la cchiù bbèlle.

(Trad.: tra tutte le case, quelle piccole e quelle grandi, la mia è sicuramente la più bella; questa sentenza si usa ad esempio quando si vuole esprimere il desiderio di rimanere tranquillamente a casa propria piuttosto che gironzolare in visita presso case altrui.)

  • Fa bbène e scùrdale, fa màle e pénzace.

(Trad.: se farai del bene lo dimenticherai, se farai del male ci penserai a lungo perché il rimorso ti attanaglierà.)

  • Chi fa bbène, màle artròve.

(Trad.: nei momenti di delusione, dovuta a scorrettezze subite da parte di qualcuno, lo sconforto e il pessimismo portano a pensare che chi fa del bene ritroverà del male.)

  • Li bardìsce: o càche o si scumpésce.

(Trad.: i bambini o si fanno la cacca addosso o la pipì; quindi è sconsigliato frequentare persone dal comportamento immaturo o addirittura infantile.)

  • Li pìnne brùtte fa li cétele bbìlle.

(Trad.: i panni brutti fanno i bimbi belli, è la magra consolazione che si offre ai poveri che non possono permettersi un abito di lusso per i propri figli.)

  • Fiòre ‘mpètte, cafòne perfètte.

(Trad.: chi mette il fiore all’occhiello sicuramente è un cafone e quello di rendersi più fine con il nobile gesto di esporre un bocciolo è un tentativo vano.)

  • Chi te li càzze, nin te lu cùle.

(Trad.: chi ha i pantaloni, non ha il sedere per “riempirli”.)

  • Crìste da lu pàne a chi nin te li dìnte.

(Trad.: il Signore da il pane a chi non ha i denti.)

  • Dàje e dàje, la cipòlle divènte àje.

(Trad.: a lungo andare, a forza di insistere, anche la cipolla può diventare aglio … basta crederci!)

  • Vàle cchiù nu sòlde di sparàgne, chi cènte di huadàgne.

(Trad.: vale più un soldo risparmiato che un soldo guadagnato.)

  • Chi di làte, chi di pètte, tùtte tinème nu difètte.

(Trad.: chi di profilo, chi frontalmente, ognuno di noi ha un difetto; in sostanza, nessuno è perfetto.)

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