La vita quotidiana nei tempi che furono

La vita quotidiana nei tempi che furono

Vi ci riconoscerete sicuramente. Un tempo, anche per flash della memoria che riportavano a situazioni simili , invece di descrivere una situazione con il “vocabolario alla mano” si preferiva materializzare con una veloce descrizione quello che era o doveva succedere. Esempio. “Mio figlio riparte per l’ennesima volta”. La cultura popolare sintetizzava cosi :” Arfà bahàtte e bahattèll“. Scorrendo il minuzioso lavoro di Lido Panzone tornerete indietro nel tempo con concetti già ascoltati.Se siete giovani avrete come regalo un bagaglio di espressioni da usare e stupire i vostri amici .Attenzione. I modi di dire vengono da Bisenti ma ognuno li può applicare al proprio dialetto .

di Lido Panzone

Seconda parte

        tratto da Lu quadernucce di lu Mastre

Memorie identitarie di cultura popolare abruzzese

La vita di tutti i giorni nei tempi andati era costellata da sentenze, modi di dire e tiritere: in ogni momento della giornata era pronta una frase che sottolineasse in maniera appropriata l’evento appena accaduto.

da chi si riteneva tale, per enunciare una verità, una norma morale o un semplice consiglio.

Parecchio adoperati erano i modi di dire parafrastici, locuzioni che, seppure in maniera spesso curiosa e ironica, riuscivano sinteticamente ad esprimere dei concetti o ad esporre delle situazione spiegabili soltanto in forma ben più ampia.

  • Arfà bahàtte e bahattèlle

Traduzione: ripreparare i bagagli.

Impiego: questo modo di dire si usa quando si vuole manifestare l’intenzione di andare via da un posto o abbandonare un certo ambiente.

Esempio: Mi féce ‘ncazzà e arfacìve bahàtte e bahattèlle.

(trad.: Mi fece arrabbiare e decisi di andare via.)

  • Gnòre Mà

Traduzione: Signor Mestro.

Impiego: si adopera in senso vocativo quando ci si riferisce a un artigiano, o realmente un maestro, verso cui si porta rispetto; spesso si adopera ironicamente, in tono quasi dispregiativo, per rivolgersi a qualcuno nei cui confronti non si nutre nessuna stima.

Esempio: Buongiòrne gnòre Mà, jème bbòne?

(trad.: Buongiorno signor Maestro, andiamo bene?)

  • … e ‘drànghite

Traduzione: … ancora?

Impiego: si tratta di una locuzione usata quando qualcuno insiste nel sostenere o fare qualcosa, anche dopo che è stato bene messo al corrente che non è opportuno farlo. 

Esempio: … e ndrànghite.. n’à capéte ca nni vùje sénti?

(trad.: …insiste ancora? Non ha capito che non voglio sentirlo?)

  • Stàtte ‘n ciurvèlle

Traduzione: stai con il “cervello” a posto. 

Impiego: quando si saluta qualcuno, tra le altre cose, gli si augura di non avere sbandamenti di testa o se vogliamo di poter usare, nelle attività che andrà a svolgere, il proprio cervello nel migliore dei modi.

Esempio: M’arcummànne stàtte ‘n ciurvèlle…ci vidème dumène.

(trad.: Mi raccomando stai bene … ci vediamo domani.)

  • Simbrà l’asse di màzze quànde cummàne còppe

Traduzione: sembrare l’asso di bastoni quando il seme che comanda la briscola è coppe.

Impiego: si dice quando è evidente che si ha di fronte qualcuno che non ha nessun potere decisionale. 

Esempio: Nghì mòjete mi sìmbre l’àsse di màzze quànde cummànne còppe.

(trad.: Nel rapporto con tua moglie non hai nessuna facoltà di prendere decisioni.)

  • Mètte lu cùle sòpre a lu tummulètte

Traduzione: sedersi sulla pietra riservata agli insolventi.

Impiego: “lu tummulòtte” era una pietra sulla quale, rifacendosi ad una usanza di origine medioevale, il creditore faceva sedere chi aveva nei propri confronti dei debiti, in modo che questi potesse pagare con una pubblica umiliazione; pertanto questo modo di dire si usa ancora oggi per indicare una persona in difficoltà economica.

Esempio: Fìjeme mi fa mètte lu cùle sòpre a lu tummulètte.

(trad.: Mio figlio mi manderà in rovina.)

  • Màgna pàne a tradimènte

Traduzione: uno che mangia il pane a tradimento, cioè un codardo.

Impiego: epiteto rivolto come vero e proprio insulto a persone che compiono atti spregevoli di vigliaccheria. 

Esempio: Quélle chi frèche li puverìlle è di li màgna pàne a tradimente.

(trad.: Quelli che raggirano i poveri sono dei vigliacchi.)

  • Parà sènne

Traduzione: usare il senno, mettere giudizio.

Impiego: questo modo di dire indica l’attitudine ad agire con avvedutezza e prudenza che qualcuno potrebbe acquisire in seguito ad eventi negativi serviti da “lezioni di vita”.

Esempio: Quànde j succède ca ccòse, véde ca ci pàra sènne.

(trad.: Solo quando gli accadrà qualcosa, vedrai che metterà giudizio.)

  • Nin mi ci dìce còre

Traduzione: non me lo dice il cuore.

Impiego: esprime la mancanza di voglia o di stimoli nel fare qualcosa. 

Esempio: La matène a ‘rrizzìrme nin mi ci dìce còre.

(trad.: La mattina di solito non ho nessuna voglia di alzarmi dal letto.)

  • Cunòsce lu còrre e lu scappà

Traduzione: sapere sia correre che scappare.

Impiego: riferendosi ad una persona in gamba, per mettere in luce i suoi pregi, gli si può dire che è in grado sia di coprire il ruolo del cacciatore, il quale deve essere abile a saper correre per inseguire la preda, che quello di preda stessa, la quale deve invece necessariamente scappare con una certa astuzia.

Esempio: Stu mammucciòne nin tè paùre: cunòsce lu còrre e lu scappà!

(trad.: Questo ragazzo non ha paura: se la cava in tutte le situazioni!)

  • Arijé pi la gnèstre

Traduzione: avere forte desiderio sessuale

Impiego: questo modo di dire si adopera per indicare che un animale è in calore; a volte, si usa scherzosamente anche per gli esseri umani quando si vuol rimarcare che una persona è particolarmente desiderosa di sesso.

Esempio: La hàtte arvà pi la gnèstre picchè è ddù jùrne chi n’arvè a la càse.

(trad.: La gatta è in calore perché sono due giorni che non torna a casa.)

  • Scéne cà scéne, ma cà scéne ‘n tùtte …

Traduzione: posso capire che si debba dire “sì”, ma un “sì” incondizionato non lo giustifico.

Impiego: si usa per dire che c’è la disponibilità a tollerare qualcosa che non si gradisce, a patto però di non superare certi limiti. 

Esempio: Mò avàste … scéne ca scène, ma ca scéne ‘n tùtte!

(trad.: Ora basta … ho sopportato anche troppo questa situazione!)

  • A féné ‘rjé 

Traduzione: finire e ritornare.

Impiego: forma avverbiale che indica “tutto in una volta”.

Esempio: Si mittò a magnà la pìzza dòce e féce a féné ‘rjé.

(trad.: Iniziò a mangiare la torta e la fini tutta in una volta.)

  • Fà nu cùle còme nu fréscule

Traduzione: ridurre il sedere come un “friscolo”.

Impiego: il “friscolo” è un pannello, una volta di vimini oggi in materiale sintetico, usato nelle presse dei frantoi per separare gli strati di pasta di olive da spremere; considerato che il “friscolo” ha la forma di corona circolare, ossia un cerchio con un buco in mezzo, è evidente cosa si vuol fare a qualcuno quando si dice che gli si vuol ridurre il sedere a forma di “friscolo”. Non è detto però che questo modo di dire implichi necessariamente violenza; infatti, usato scherzosamente, indica la certezza di superare qualcuno in una sfida di qualsiasi genere.

Esempio: Si mi càpite j fàcce nu cùle còme nu frìscule.

(trad.: Se mi capita a tiro, lo riduco male.)

  • Fa àrde li rècchiè

Traduzione: far ardere le orecchie.

Impiego: quando si interviene su qualcuno vigorosamente per farlo filare dritto, si dice che lo si maltratta fino a bruciargli le orecchie; la locuzione comunque si usa anche riferendola ad una certa attività per dire che verrà svolta in maniera determinata e senza perdite di tempo.

Esempio: Si ‘nci mittème a pittilià, jé facème àrde li rècchie.

(trad.: Se non ci perdiamo in chiacchiere e lasciamo da parte i pettegolezzi, questa faccenda la termineremo in poco tempo.)

  • Fa màle la vròta ràsse

Traduzione: essere stomacati dal brodo grasso.

Impiego: avere tutto dalla vita non sempre è una cosa buona perché il troppo fa male e potrebbe accadere come a chi, sazio dall’aver consumato un pranzo luculliano, viene nauseato da un buon brodo grasso che invece normalmente, data la sua prelibatezza, costituisce una pietanza da gustare a pieno.

Esempio: A fìjete jé fa màle la vròta ràsse.

(trad.: Tuo figlio viene accontentato in tutto, ma si mostra ugualmente insoddisfatto.)

  • Passà l’òrze

Traduzione: somministrare l’orzo.

Impiego: quando si vuol manifestare che si intende dare una lezione a qualcuno, sgridandolo o addirittura malmenandolo, metaforicamente, si dice che si provvederà a somministragli una bella razione di orzo.

Esempio: Une di sti jùrne a quèsse jé pàsse l’òrze.

(trad.: Uno di questi giorni a quel tipo gli do una bella lezione.)

  • Fa mòtte

Traduzione: rivolgere la parola.

Impiego: tale locuzione vuol dire “salutare qualcuno in segno di rispetto”.

Esempio: A lu Màstre, quànde l’incùntre jé da fa mòtte.

(trad.: Quando incontri il Maestro lo devi salutare con riverenza.)

  • Truvà Crìste a mète e San Pìtre a ‘ttaccà

Traduzione: trovare Gesù a mietere e San Pietro a legare i covoni.

Impiego: questo modo di dire si usa quando si vuole sottolineare che qualcuno è privilegiato in quanto ha dei familiari, o comunque qualcuno che lo circonda, che provvedono a semplificargli notevolmente la vita svolgendo per conto suo le diverse attività di cui egli stesso dovrebbe occuparsi … pensare che nella mietitura i suoi validi collaboratori sono Gesù e San Pietro.

Esempio: Francìsche è furtunàte: spusènne Rusìne, ha truvète Crìste a mète e San Pìtre a ‘ttaccà.

(trad.: Francesco è fortunato: sposandosi Rosina gli si è semplificata la vita.)

  • Mèttese a capèzze

Traduzione: mettersi la briglia.

Impiego: accettare di mettersi la briglia equivale metaforicamente a consentire di essere guidato da una persona fidata nella risoluzione di qualsiasi problema possa nascere, così come accade al cane che, al guinzaglio del fido padrone, si lascia serenamente condurre dove egli desidera.

Esempio: Jè ècche ‘n ci so màje stàte: mi mètte a capèzze!

(trad.: Io qui non ci sono mai stato, mi lascio guidare da te.)

  • Lassà capèzze ‘n tèrre

Traduzione: lasciare la briglia a terra.

Impiego: lasciando cadere la briglia a terra si consente all’animale di poter muoversi a proprio piacimento; nella metafora, dunque, questo modo di dire si adopera per affermare che si lascia a qualcuno piena libertà di azione.

Esempio: Féjete si ‘mbàre a campà sòle si li lìsse capèzze ‘n tèrre.

(trad.: Tuo figlio imparerà a vivere solo se lo lasci libero di prendere le sue decisioni.)

  • Ndustà li curdùne

Traduzione: indurire i “cordoni”, cioè la muscolatura.

Impiego: vuol dire tenere duro, insistere.

Esempio: Ndùste li curdùne pi n’àtre tre jùrne.

(trad.: Tieni duro per altri tre giorni.)

  • Gnòre ti n’argràzie

Traduzione: Signore, ti ringrazio per tutto ciò.

Impiego: ogni volta che si ritienie di aver scampato un pericolo o di essere comunque stati baciati dalla fortuna si ringrazia Dio.

Esempio: Gnòre ti n’argràzie, la fèbbre mi si n’hà jéte.

(trad.: Grazie al Cielo, la febbre è passata.)

  • Sentì pi l’òsse

Traduzione: sentire qualcosa nelle ossa.

Impiego: si impiega quando si ha un presentimento ovvero se si ha la sensazione che possa accadere qualcosa. 

Esempio: Mi li sintèje pì l’òsse cà cumincèje a piòve.

(trad.: avevo il presentimento che iniziasse a piovere.)

  • Ti pòzza n’òma ‘mbènne!

Traduzione: che qualcuno ti possa impiccare.

Impiego: maledizione rivolta a qualcuno a cui si augura di essere impiccato.

Esempio: Chi ti pòzza n’òma ‘mbènne, mi ti magnàte tùtte lu capilòmme!

(trad.: Sii maledetto, hai mangiato tutta la lonza!)

  • Chi scì ‘ccìse!

Traduzione: che tu sia ucciso!

Impiego: espressione maleaugurante rivolta a qualcuno a cui si vuol rimproverare qualcosa.

Esempio: Chi scì ‘ccìse, nin li mìtte la còcce a lu pùste!

(trad.: Maledizione, non la metti la testa a posto!)

  • Mèttese la mmàschere

Traduzione: mettersi la maschera.

Impiego: per sottolineare che qualcuno ha commesso atti ignobili si usa dire che, per la vergogna, temendo di essere identificato, ha indossato una maschera; questo modo dire si adopera, ad esempio, anche quando nell’acquistare un oggetto si scopre che il suo costo è troppo alto e si vuol rimarcare che il negoziante non prova nessuna vergogna nel praticare prezzi così elevati.

Esempio: Lu furnàre s’à mèsse la màschere, lu pàne li vènne tròppe càre!

(trad.: Il fornaio non prova nessuna vergogna a vendere il pane ad un prezzo così alto!)

  • Sbruffì lu sàngue

Traduzione: far zampillare il sangue.

Impiego: si usa quando si vuol sottolineare che qualcuno ha ottenuto qualcosa lavorando duro e facendo sacrifici enormi.

Esempio: Rinèstre, allu Bbèlge ha sbruffìte lu sàngue.

(trad.: Ernesto in Belgio ha fatto molti sacrifici.)

  • Pi la scì e pi la nò

Traduzione: sia che sia “si”, sia che sia “no”.

Impiego: si adopera per indicare il comportamento o l’atteggiamento di chi è molto suscettibile e si lamenta per tutto e il contrario di tutto.

Esempio: Quande j’argére, si ‘ncàzze pi la sci e pi la no.

(trad.: Quando è nervoso, se la prende per qualsiasi cosa gli dica.)

  • Tuccà nchì la cànna pizzùte

Traduzione: toccare con una canna acuminata.

Impiego: quando si prova ribrezzo per qualcuno, enfaticamente si dice che non si osa nemmeno stargli alla distanza di una canna che, essendo tra l’altro appuntita, tenderebbe a pungerlo e quindi a farlo scappare, allontanandolo ulteriormente.

Esempio: Pi quànta pùzze, ssà fèmmene nì tucchèsse mànche nchì na cànna pizzùte!

(trad.: Per quanto puzza, a quella donna non oserei mai avvicinarmi!)

  • Fa tànte di sàte e tànte di calàte

Traduzione: salire della stessa quantità di cui si è precedentemente scesi.

Impiego: chi è di umore altalenante e sensibilmente variabile, in un attimo, è capace di tornare indietro nelle proprie decisioni, per cui si può dire che, cosi come fa un passo in avanti (magari in salita), è capace di farlo da un momento all’altro anche all’indietro (in calata), senza pensarci su due volte; l’espressione si adopera anche riferendosi a qualcuno che non ha mezze misure.

Esempio: Nin ti fidì di quèlle chi t’ha dètte, fa tànte di sàte e tànte di calàte!

(trad.: Non ti fidare di ciò che ti ha detto, è una persona di umore molto mutevole!)

  • Pìtre e Màstre Pìtre

Traduzione: Pietro e Maestro Pietro.

Impiego: Pietro e Maestro Pietro, pur portando lo stesso nome di battesimo, hanno una diversa considerazione nella società, tanto che l’uno è chiamato semplicemente per nome, mentre per l’altro si spende il titolo di Maestro; pertanto ogni qual volta in un discorso si mettono a confronto contesti di valore notevolmente differente, per sottolineare l’assurdità del paragone si tirano in ballo Pietro e Maestro Pietro.

Esempio: Vù mètte lu vìne mi nchì quèlle tì: Pìtre e Màstre Pìtre!

(trad.: Vuoi paragonare il vino mio a quello tuo: il confronto non regge!)

  • Nz’arbàtte li chiùve

Traduzione: non si fissano i chiodi.

Impiego: si adopera per evidenziare che qualcuno ha ben poco da fare, in quanto non gli capitano tante opportunità.   

Esempio: Lu barvìre hà dètte cà ùje nz’arbàtte nu chiòve!

(trad.: Il barbiere ha detto che oggi ha pochi clienti!)

  • Arvistìrse di caràttere

Traduzione: rivestirsi di carattere.

Impiego: quando si arriva al limite della sopportazione bisogna sfoderare il proprio carattere per imporre le proprie idee ed arginare l’invadenza di quelle altrui.   

Esempio: P’arsòlve stù problème mi tìnghe d’arvistì di caràttere.

(trad.: Per risolvere questo problema mi devo imporre fermamente.)

  • Tinè li rècchije a lèbbre

Traduzione: avere le orecchie come quelle della lepre.

Impiego: si usa quando si vuole raccomandare a qualcuno di stare molto attento e, in particolare, di ascoltare bene ciò che si dice o ogni piccolo rumore.

Esempio: Rècchie a lèbbre, sìnte si mi déce màle!

(trad.: Presta molta attenzione, origlia se mi dicono male!)

  • Fa lu fìle e tèsse

Traduzione: svolgere l’attività di filatura e tessitura.

Impiego: modo di dire impiegato per indicare lo svolgersi di una sequenza di attività in maniera incalzante con ritmo vertiginoso.

Esempio: La matène allu fòrne è lu fìle e tèsse di gènte.

(trad.: La mattina al forno molta gente acquista il pane.)

  • Quànta ggére fa na bbòcce …

Traduzione: quanti giri fa una boccia.

Impiego: quanti giri fa una boccia lanciata durante una giocata nessuno lo sa, per cui tale modo di dire si utilizza quando si vuole esprimere l’incertezza di una situazione.   

Esempio: Chi ni sì tu quànta ggére fa na bòcce …

(trad.: Che ne sai tu di come stanno i fatti in questa storia …)

  • Fa la stràde

Traduzione: tracciare la strada.

Impiego: quando ci si reca ripetutamente o molto di frequente in un posto si finisce per calcare così bene il tragitto da poterci ricavare una strada.

Esempio: Pi la canténe ci ha fàtte la stràde: ci va ddù vòte a lu jùrne!

(trad.: In cantina ci va spesso: almeno due volte al giorno!)

  • Na cènte di nève

Traduzione: una cinta di neve.

Impiego: il manto dopo una abbondante precipitazione nevosa può raggiungere un’altezza pari a quella di una cinta per pantaloni.

Esempio: Sta nòtte, si ci si mètte, fa na cènte di nève.

(trad.: Questa notte, se le condizioni meteorologiche peggiorano, potrebbe nevicare abbondantemente!)

  • Fa passà li huàje di lu léne

Traduzione: far passare i guai del lino.

Impiego: il lino, durante la sua complessa lavorazione, subisce molte traversie, che nella metafora riferita ad un caso umano simboleggiano situazioni difficili ed avverse.

Esempio: Pòvere Cisarìne: mmàne a la mòje pàsse li huàje di lu léne.

(trad.: Povero Cesarino: in mano alla moglie subisce molte angherie.)

  • Ntrà ‘n sumènte

Traduzione: entrare in semenza.

Impiego: per le piantine aromatiche, come rosmarino, prezzemolo, basilico, ecc., l’ortolano deve essere abile ad “innescare” la coltivazione, perché una volta che appunto si è “entrati in semenza” la massaia può estirparne foglie a volontà per gli usi in cucina, in quanto la pianta si rinnova spontaneamente in continuazione; il modo di dire si adopera spesso anche in senso figurato.

Esempio: Uànne n’arièsce a ‘ntrà ‘n sumènte ‘nchi lu trismaréne.

(trad.: Quest’anno non riesco a far partire la coltivazione del rosmarino.)

  • Fa avè li vandajòle

Traduzione: far venire le convulsioni.

Impiego: Quando si strapazza oltremodo qualcosa o qualcuno, metaforicamente, si usa dire che gli si fanno venire le convulsioni.

Esempio: Avàste a vusciuchì ssù sùche, mò j fi ‘vè li vandajòle.

(trad.: Smettila di rimestare il sugo, altrimenti lo “strapazzi” .)

  • Auardà a lu càsce

Traduzione: guardare al formaggio.

Impiego: chi è strabico, anche quando guarda fisso qualcuno, da l’impressione di mirare qualcosa di lato, che magari lo attrae maggiormente, come ad esempio una forma di formaggio.

Esempio: Lu fìje di Peppìne auàrde a lu càsce!

(trad.: Il figlio di Peppino è strabico!)

  • Ni j ci pènne la còcce

Traduzione: non gli ci pende la testa.

Impiego: per sostenere che qualcuno non ha proprio intenzione di fare una cosa si dice che la sua testa non propende verso quell’idea .

Esempio: A quèsse ni j ci pènne la còcce a ‘rièrsene a la càse.

(trad.: Costui non ha nessuna intenzione di tornarsene a casa.)

  • Sentì la jèrve a crèsce

Traduzione: sentire l’erba che cresce.

Impiego: per mettere in evidenza che qualcuno ha un ottimo udito si dice che riesce a sentire persino l’impercettibile fruscio di un filo d’erba che spunta dal terreno.

Esempio: Middijùcce a settant’ànne sènte la jèrve a crèsce!

(trad.: Emidio a settanta anni ha un udito formidabile!)

  • Nghì na carrìre

Traduzione: con gran fretta.

Impiego: questo modo di dire si adopera quando si intende sottolineare che un’attività viene svolta con ritmo particolarmente intenso.

Esempio: Pi quànte mi tinèje fàme, a la càse ci arjìve ‘nghì na carrìre.

(trad.: Per la fame che avevo, a casa ci tornai in un baleno.)

  • Mètte a pàne sciòtte 

Traduzione: dare da mangiare semplicemente pane

Impiego: si tratta di un modo per dire senza indiscrezione che un medico ha diagnosticato ad una persona malata di essere oramai spacciata e destinata in breve tempo alla morte.

Esempio: Puvirètte, lu mètiche l’ha mèsse a pàne sciòtte.

(trad.: Poverino, il dottore ha diagnosticato che non c’è più nulla da fare.)

  • Fàrse caccòse a li Castìlle

Traduzione: fabbricarsi qualcosa a Castelli.

Impiego: Castelli è un paese rinomato per le ceramiche e la lavorazione delle terre cotte è così radicata che è possibile trovarvi oggetti di tutti i tipi e delle forme più impensabili; quindi se qualcuno ha desideri irrealizzabili o se non si accontenta di ciò che trova, per fargli capire l’assurdità della propria voglia incontenibile, gli si può ironicamente consigliare di farsi fabbricare l’oggetto dei suoi desideri su misura in una bottega di Castelli.

Esempio: Nì sì mànche tù chi vì truvènne, lu spòse fàttele fa a Castìlle.

(trad.: Non sai nemmeno tu cosa vuoi, il fidanzato ti conviene fartelo fare su misura a Castelli.)

  • Arvenì a l’Itàlie

Traduzione: tornare in Italia.

Impiego: un po’ come facevano gli antichi Romani, che consideravano Barbari indistintamente tutti quelli che risiedevano al di fuori del territorio di Roma, anche dalle nostre parti per Italia si intende soltanto la propria terra di origine; quindi, tornando a casa, anche da una regione vicina, si ritiene di essere tornati in Italia.

Esempio: Nin vidèje l’òre d’arvenì a l’Itàlie.

(trad.: Non vedevo l’ora di tornare a Bisenti.)

  • Schiuppà nu màle di Sànte Dunàte

Traduzione: essere colti dal male di San Donato.

Impiego: San Donato Martire era malato di epilessia e non c’è maledizione più atroce che augurare a qualcuno di essere colpito dallo stesso male che affliggeva il Santo.

Esempio: Si nin m’arvì a truvà, ti pòzza schiùppà nu màle di Sante Dunàte.

(trad.: Se no tornerai a trovarmi, possa passare un guaio.)

  • Fa lu “O” nchì lu bicchìre

Traduzione: fare la lettera “O” usando il fondo di un bicchiere.

Impiego: se si vuole accusare qualcuno di profonda ignoranza gli si può dire che è talmente analfabeta da non essere in grado di scrivere la lettera “o” senza l’ausilio di un bicchiere; infatti, anticamente i maestri, per insegnare ai bambini a tracciare correttamente il cerchio, facevano adoperare degli oggetti tondi, come ad esempio un bicchiere o una moneta, che consentivano loro di ricopiarne la forma.

Esempio: Zìtte tu, fì lu “o” ‘nchì lu bicchìre.

(trad.: Zitto tu, sei un ignorante.)

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