La poesia di Maria:sua semplicità il pane

La poesia di Maria:sua semplicità il pane

di Maria Matani

Mani sicure affondano nel vitale impasto.

Luna piena nella notte fredda.

Nel grande camino, la vecchia radice d’ulivo

spande calore e fragranza.

Braccia forti ondeggiano sulla pasta lievitata,

che forte restituisce i colpi.

Domani, quando la terra rinascerà dal buio,

sulla tavola antica, una lama affilata

strazierà la crosta sua dorata

e bianche appariranno le fette alveolate.

Pane.

 

Sua semplicità, il Pane

Pane, sostantivo maschile, a pensarci bene, considerando le sue intime caratteristiche, il pane a buon titolo potrebbe essere femminile e ancor di più, potrebbe essere madre, giacché ci allatta e ci nutre come una mamma. 

Allora il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi”. (Esodo, 16, 4)

Nel Paleolitico gli uomini vissero cacciando e le donne raccogliendo frutti, bacche  e radici di piante che nascevano spontaneamente. Circa diecimila anni fa l’uomo ha smesso di essere nomade, e da raccoglitore di vegetali senza fissa dimora, ha iniziato ad  addomesticare  le piante utili dando così l’avvio lento e progressivo all’agricoltura. In realtà pare che la nascita di questa nuova pratica sia stata opera delle femmine del gruppo e sia sorta come processo fondamentale per abbandonare il nomadismo estenuante, fonte di rischio per la prole e per le femmine impegnate nella cura dei piccoli.

Riconosciuta l’esigenza della stanzialità, le donne avrebbero cominciato ad interrare semi vicino alle capanne, mentre gli uomini erano impegnati nella caccia. La nuova strategia adattativa è risultata rivoluzionaria, al punto da generare  una innovativa e conseguente diffusione culturale che ha trasformato l’uomo del Paleolitico in una specie sempre più sedentaria, innescando un nuovo periodo detto Neolitico. In questo periodo sempre più tribù diventarono sedentarie, dando origine agli agricoltori che, all’occasione,  si insediavano in una zona forestale, tagliavano la vegetazione spontanea, la bruciavano e sulle ceneri ricche di concimi naturali, venivano coltivate le prime piante, avviando così,  la specie umana lungo un percorso inarrestabile che l’ha condotta fino alla società moderna. 

Tra le piante coltivate dall’uomo, con rudimentali strumenti, molta fatica e tanto ingegno, il frumento può a pieno titolo essere considerata la pianta amica dell’uomo, quella che ha guidato lo sviluppo dell’umanità e pertanto ritenuta un dono degli dei. Intorno al decimo millennio a. C. farro e orzo erano comunemente coltivati in Iraq, Siria, Turchia, Iran e Palestina, mentre il passaggio delle stesse pratiche agricole verso l’Europa avvenne in un tempo relativamente veloce, tanto che verso il 6000 a. C. dai villaggi situati lungo le coste del Mar Egeo e della Grecia passò e si diffuse in Italia.

Interessante ricordare come nella tavola delle offerte tipiche dell’Egitto – tavola in pietra dove i sacerdoti deponevano i cibi destinati a nutrire il defunto nell’aldilà, nel  periodo predinastico che si colloca tra il 3900 – 3150 a.C. –  tra i tanti alimenti, oca, anatra, acqua, vino e birra, il pane era l’alimento più raffigurato, tanto che la formula funeraria parlava dell’offerta di “Mille forme di pane”. Inizialmente l’offerta di cibo era riservata al solo sovrano, ma successivamente mutò in uso popolare e la tavola delle offerte divenne nel tempo un importante elemento dell’arredo funebre. 

Ancor più interessante e strabiliante, a mio parere, è l’usanza appenninica di inserire un tozzo di pane nelle tasche dei defunti. A prima vista, solo a prima vista, questa consuetudine può sembrare bislacca, mentre è pregna di valore e corrispondenza storica.

Tale tradizione abruzzese ben si spiega grazie agli studi sinergici tra archeologia e antropologia. L’archeologia, attraverso i ritrovamenti, lo studio delle testimonianze monumentali, epigrafiche e numismatiche, le catalogazioni – comparazioni  e l’antropologia con le sue ricerche relative ai comportamenti e all’agire collettivo attraverso uno studio olistico dell’umanità, talvolta s’incontrano in minuscoli bacini di acque ancestrali, dove solo apparentemente, talune tradizioni sembrano non avere un nesso, così da ritenersi apparentemente avulse da ogni logica. È il caso della tradizione appenninica abruzzese rimasta in uso fino al secolo scorso, che può essere letta come un’eco che arriva dal profondo millenario e si è sofficemente poggiata, quasi a riposare,  sui nostri monti, come una spolverata di neve leggera, generando l’ultimo gesto d’amore e nutrimento tributato a chi dalla vita si accomiata e regalandogli ancora la cosa più buona di questa Terra, il pane.  

La panificazione ha scandito la storia culturale umana, esperienze rituali condivise come la nascita, i matrimoni, le morti, le ricorrenze agricole, le ciclicità stagionali, le commemorazioni legate alle comunità, tutte hanno contribuito a costruire una memoria storica – genica che si è stabilita nella nostra psiche, tanto che l’atto del fare il pane  nutre e lenisce finanche il nostro vuoto interiore, al punto che è lecito parlare di arte della panificazione vissuta come una assoluta sensazione di benessere. In taluni momenti particolarmente faticosi, forte si sente l’esigenza di mettere le mani in pasta. Ciò accade perché questa attività non fa altro che riportarci a quel tempo ancestrale rendendoci capaci di ripristinare in noi una sensazione di benessere equiparata a una vera e propria seduta psicologica.

A confermare tali benefici intervengono molti studi, i quali dimostrano come il cucinare, soprattutto per altri, rappresenti un modo per comunicare i propri sentimenti e la cottura degli alimenti, specie quella al forno, che richiede dosi superiori di attenzione e concentrazione, ancor più riesce a ridurre lo stress e allontanare i pensieri negativi.

Panificare, dunque, attraverso il suo rituale lento, che richiede amore, pazienza, buona manualità, energia, sguardo attento verso il tempo che passa, verso lo studio proteso a un’adeguata lievitazione e alla perfetta cottura, è una forma d’amore, di altruismo, di meditazione che ripristinano equilibrio personale di chi si accinge all’opera.

Questo nostro pane che arriva da lontano, che ha attraversato strade pericolose e disagevoli, che i nostri antenati hanno apprezzato, elevandolo ad alimento sacro, è stato alla nostra generazione presentato come alimento nobile, inducendoci  a non sprecarne neppure le briciole e il pezzetto accidentalmente caduto,  fino al secolo scorso, veniva prontamente raccolto, spazzolato, baciato e poi mangiato.

La sua virtù rimanda al fatto che da sempre è il primo alimento che si pone in tavola e il suo profumo caldo e croccante è l’odore più buono che si conosca, per questo il suo nome andrebbe sempre scritto con la maiuscola, Pane.

Pane sacro, pane laico, pane ordinario, pane bianco, pane quotidiano, pane come metafora dell’umanità. Il pane è da sempre associato al lavoro. La nostra Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, questa festa viene celebrata il primo maggio e astrattamente  in una frase semplice tante volte si correla il pane al lavoro e allora il pane non è mai duro, contrariamente al lavoro, mentre duro è non avere pane!

2 pensieri su “La poesia di Maria:sua semplicità il pane

  1. Nulla come il pane è eterno e buono. Simbolo di fratellanza e ricco di valori universali, in esso c’è ognuno di noi da sempre, dalla scoperta dell’agricoltura. Ci accompagnerà, fino a quando continueremo ad essere uomini

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