La poesia di Maria: “Congedo”

La poesia di Maria: “Congedo”

di Maria Matani

A primavera, nel gioco dello spensierato giardiniere,

la nostra  terra coltiviamo, aggiungendo vite a vita,

specie uniche, rare e preziose; comuni e straordinarie.

Varietà di colori, profili, gioie, risate, trepidazioni,

distese nel giardino del cuore a fianco all’amore.

Un tuono nell’autunno all’improvviso risuona,

un tonfo, qualcosa che fischia e cade in vicinanza.

Un’eco sorda soffia all’orecchio tuo lontano

non ancora abituato a simili schianti invernali.

Avannotti – individui giovani di pesci d’acqua dolce e salata – a migliaia guizzano sospinti dal fiume verso il mare aperto.

Sono stata anch’io avannotto inconsapevole sulla strada d’acqua e sassi che mi si apriva avanti, attonita, con gli occhi chiusi, a tratti sbarrati, ho attraversato incroci senza conoscere le precedenze, senza leggere le insegne, senza comprendere la segnaletica. Avannotto affiancata da altre centinaia di individui a me simili. Ho cozzato contro muri, sbalzata indietro e, ostinatamente ed incoscientemente, tornata contro lo stesso muro, che con altrettanta ferocia mi ha rispedita verso una destinazione contraria e casuale.

Avannotto tra avannotti, sembianze da adulto e testa leggera, priva di esperienza, bene essenziale del vivere quotidiano e intanto che, astrattamente mangiavo pane e procedure, digerivo il pane e affastellavo consapevolezze, cambiavo atteggiamenti, comportamenti e credenze. E quando ogni anno tornava lo stupendo maggio, che tutte le gemme fa scoppiare, la schiera di avannotti attorno a me si assottigliava. 

Sono passate tante lune, troppe, quando alfin mi sono domandata dove fossero finiti i tanti miei compagni di viaggio. È stata solo la differenziazione che mi ha permesso di catturarne l’assenza. Fino a quando si resta anonimi tra anonimi non si può discernere la perdita. E come non c’è perdita nell’anonimato, così non c’è ricordo nella moltitudine indistinta. 

Si comincia lentamente ad assaporare le assenze con le strade che sono meno affollate, la casa meno frequentata, i luoghi di ritrovo arieggiati e tu che puoi respirare aria quasi ossigenata, danzare senza pestare i piedi ad alcuno, cantare e finalmente sentire la tua voce. Nel frattempo assapori momenti di assoluta tranquillità e, finalmente, puoi conoscere la strana persona che dimora dentro il tuo involucro.

Ma non fai neppure in tempo a gustare questa nuova dimensione, che già ti accorgi con terrore che il mare ora è molto più profondo di quanto avessi mai constatato; dà vertigini e tu, in quasi piena solitudine, definitivamente ed irreversibilmente lontana dai tanti avannotti con i quali hai corso in vita tua, ti consulti con le tue paure che restano mute e con le tue esperienze sbiadite che caratura più non hanno.  

Ho corso tanto. Per andare dove? 

Ho rincorso obiettivi, mete, arnesi. Rincorso cosa nello specifico? 

Ho combattuto pensieri, ideologie, credenze. Combattuto quali pensieri, quali ideologie, quali credenze? 

Ho battuto così tanto contro i muri. Ma i muri sono caduti? 

Ho Amato. Boh!

Sulle dita di una mano ti sei tatuato il nome del compagno di banco, dell’amico di stanza, della compagna coraggiosa che con te ha sfidato questa vita – dura come diamante, ma fragile come vetro soffiato – della donna giovane, matura e generosa che ti ha sostenuta quando ti sei scoperta fugace come una rosa ed effimera come un fiocco di neve e l’ultimo vero amico che incontrerai domani, perché il domani lo prepari sempre attentamente tu e lo prepari oggi.

Cinque anime scelte, cinque amici di lotta e di sacrifici. Amico, dammi ciò che vuoi, io ti darò quel che posso, ma restiamo vicini e teniamoci stretti, come quando da avannotti abbiam corso pelle contro pelle senza consapevolezza però, senza sapere neppure i nostri nomi, senza sfiorarci neppure con un pensiero. 

Amico, restiamo uniti ancora, ma nella piena consapevolezza, ora! Guardiamoci negli occhi, copriamoci di parole, rassicuriamoci nel sole o nel fresco di un torrente piano, non perdiamoci di vista, ché ora non è permesso, teniamoci stretti ché fuori tira vento forte. 

E il vento ruba i panni stesi senza pinzette, i fazzoletti più belli, quelli a lungo disegnati, quelli teneramente da una vita ricamati, dipinti, cifrati. 

Questo vento, ladro di vita.

Un pensiero su “La poesia di Maria: “Congedo””

  1. Un anno scandito dai ritmi della natura, come deve essere. Un anno e, come ogni anno, la nostra vita si riconosce ed evolve in questi ritmi dai quali non è opportuno uscire

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *