La poesia di Maria”Aspettando la giornata della donna…Lettera a chi non c’è
di Maria Matani
Torno a trovarti,
bianca nuvola in cielo,
torno a trovarti sempre,
nuvola che precedi i miei passi.
Torno a trovarti
e in certi giorni ti trovo sulla pietra bianca
che mi aspetti.
Lì non sono più la tua ombra,
ma sono al tuo cospetto.
Camminando tra sentieri e strade sconnesse e tortuose che tagliano i fianchi dei monti e dalla base puntano elicoidalmente alla cima, scrivo la mia lettera a te che più indirizzo e numero civico non hai, ma sei ovunque e dappertutto lungo questo filo srotolato e con dedizione riannodato.
Quando la vita altra mi chiama, in perfetta solitudine, esco dall’agglomerato urbano che scialbamente mi custodisce e mi disperdo tra pendenze e profumi, allungandomi tra gli angoli che l’inclinazione forma con l’orizzonte. Alle spalle mi lascio voci e rumori e m’immergo tra essenze dove tutto parla di equilibrio; gli alberi come persone in cammino, mi scrutano e, talora, mi consegnano messaggi millenari.
In tali momenti di grazia mi sento un crononauta, così viaggio attraverso il tempo, avanti e indietro nei secoli, senza utilizzare alcuna macchina speciale e nessun metodo fantascientifico ma solo la mia persona con i piedi alleati dei miei sensi che per l’occasione si trasformano in centrali super sensoriali.
I sibili del vento, come onde elettromagnetiche aumentando e accorciando le proprie lunghezze d’onda, mi proiettano nel passato e nel futuro. Il vento mi parla e io ascolto, furtivamente lo interpreto, carpisco le sue testimonianze e, nel frattempo, intrattengo dialoghi attivi con gli elementi vivi e sepolti, con le tracce vitali e inanimate che mi corrono incontro.
La sospensione di giudizio la rinfranco ad ogni mio passo per meglio comprendere l’interlocutore che mi racconta, che mi accompagna per un tratto di strada, che mi osserva da una finestra spalancata, che si confonde tra i cespugli di un orto abbandonato, che scende da una scalinata azzoppata.
Risalgo il monte e, mentre scendo nel passato sempre più profondo, scaccio via tutte le mie certezze, le schiaccio con i sassi che incontro, con i sassi che hanno ascoltato la fatica e conoscono la vita.
Metto in atto, silenziosamente, l’ascolto attivo, restando concentrata sulle parole sommessamente urlate dall’ambiente comunicante. È necessario, in siffatte situazioni, essere pronti a raccogliere punti di vista antichi senza pregiudizi e pensieri futuri privi di allarmismi.
Entro nei tuoi vestiti, così diversi dai miei, senza giacca e senza cappotto, nel freddo della neve che penetra le ossa, infilo le tue scarpe sfondate dalle quali posso sentire il plic ploc del ghiaccio che fonde proprio sotto la pianta del piede. Una donna minuta sull’aia, una macchia nera che dondola e pare cadere, si curva a raccogliere legna imbiancata; in testa un fazzoletto a coprire capelli, parte del viso ed età. Velo imposto dagli Assiri alle donne del mondo, in una storia di sottomissione a un dio qualsiasi e a tutti gli uomini, tanto da non poter suscitare pensieri impuri all’incapace uomo facilmente inducibile in tentazione.
Donna antica non ti chiedo di che secolo sei, sei sempre la stessa. Fin quando sei vissuta su questa montagna non hai subito nessuna variante, sei rimasta te stessa, sempre.
Donna, mia antica sorella, la prima cosa che riesco a pensare è che con quei ceppi cucinerai una minestra, non troppo diversa da quella che so fare io, con la quale sfamerai i tuoi figli e l’intera famiglia che da te dipendono. Ora, nascosta tra le mura della tua povera dimora, oltre non riesco a vedere ma ti immagino ricurva sul focolare con il viso bianco nel freddo che diviene roseo alla fiamma, mentre le tue mani sapienti si affrettano a filare la lana che poi colorerai. Sento il profumo delle erbe tintorie, radici e semi che rilasciano pigmenti. L’effluvio aspro e amaro della Robbia che esce dal camino mi culla. E vedo i colori puri e naturali con i quali dai varietà ai tuoi tessuti e alle tue lane.
Vedo i tuoi preziosi elementi chiusi dentro brocche d’argilla riposte su mensole e i semi più preziosi in nicchie scavate nel muro in pietra. Ora, se mi sforzo, le vedo tutte le tue semenze, ricchi di nutrienti, essenziali per la sopravvivenza e fondamentali per la propagazione. A te la loro cura, sei tu la sola in ogni stagione produttiva a selezionare e catalogare i semi migliori per la primavera successiva destinati alla semina; colore terroso e caldo tra le tue mani, profumo ancestrale, ricchezza e sopravvivenza assicurata.
Nella tua cucina, lontana dagli sguardi, sei una sacerdotessa, custode severa dei tuoi saperi. Alla giusta distanza ascolto la tua voce che dall’uscio s’irradia sottile sul ballatoio, annuso il fumo che dal comignolo catramoso si spande nell’aria di nebbia velata dell’inverno e scende proprio all’altezza delle mie narici, portandomi fragranze nuove di antichi profumi rupestri di ginepro e ginestra, rami intrisi di resine odorose che scoppiettando garantiscono la combustione di legnami non altrettanto pronti ad ardere.
Come un cane da riporto annuso le resine riarse, le aspiro, le fondo con il mio alito fatto di profumi moderni, sicura di portarle con me a valle. Le libererò nel mio soggiorno nettato con sostanze chimiche, senza fiamme e senza fumi, che nulla ha e nulla sa di resine lontane, lontane nello spazio e lontane nel tempo.
E nulla sa della macchia nera che vive lassù tra i monti, tra spazi antropici rubati da alberi e cespugli, dove nessun viottolo è rimasto aperto, dove nessun uomo più avanza e nessuno sa che tra quegli intrecci di rami vive una donna dal viso bianco come latte che diventa roseo alla fiamma del camino, con le mani riarse dal freddo, con la saggezza accumulata da millenni di storia e il colore dei capelli che non si conosce, nascosto com’è dal telo pesante indossato in ogni stagione dell’anno.
In lei sopravvivono le formule necessarie per la vita e la morte; esse si sono stratificate tanto da diventare magiche, fioriscono ogni primavera e si espandono tra i profumi audaci delle viole e tra quelli velati delle primule; restano sepolte sotto la coltre di neve, corrono nelle acque dei torrenti impetuosi e si buttano a valle e volano veloci sui fischi dei merli, passando, poi, a tutti gli uccelli meno intraprendenti e virando, infine, in voce umana.
Così, donna antica, ti ho portata sul mio divano. Ti sei appena seduta sul bordo, leggera, incredula guardi le tende pesanti che chiudono fuori il sole e le stelle. Sgomenta, con il fiato corto da gatto in trappola, mi dici che tornerai al tuo mondo. Legittimo…
Verrò io a cerarti, lì dove ti ho incontrata.
Verrò io, mamma, nonna.
Grazie mamma, grazie nonna e nonna di ogni nonna; grazie perché avete deciso di aspettarci sulle vie inselvatichite e nelle case sfondate che lasciano cadere le stelle dentro le loro stanze e alle passanti, perdute esploratrici, le regalate.
