La poesia di Maria: Semi

La poesia di Maria: Semi

Cominci ad interrare semi per gioco

e ti accingi alla raccolta per amore.

Dei tanti semi alla terra consegnati

alcuni germogliano vigorosi, altri a stento,

taluni appaiono dispersi

e poi un giorno all’improvviso ti sorprendono,

riempiono il tuo paniere e ti rendono leggero.

E quando ti sembra che tutti i tuoi semi

hai piantato, tu non ti fermare,

comprane ancora uno al mercato

e deponilo nell’ultimo vaso spezzato,

quello che nulla promette, ma da sempre aspetta.

A volte mi succede di ripercorrere il tempo vissuto attraverso le piante e i fiori che ho coltivati e quelli che ho incontrati liberi ai bordi dei campi e lungo le strade che durevolmente ho percorso a piedi nelle diverse stagioni, che attentamente ho osservato, annusato e toccato, pervenendo, infine, alla considerazione che in natura ogni pianta ha un suo compito e ogni vivente può servire ad un altro e tutti insieme mantenere l’equilibrio ecologico e garantire il benessere umano a lungo termine.  

Fiori e piante da sempre mi hanno accompagnata; fin da piccola sono stati la mia colonna sonora, silenziosa, ma profumata. Penso di aver cominciato a conoscere il mondo con il naso e, le note odorose che mi circondavano, ben presto hanno rappresentato il mio il filo verde da seguire. Poi, alle fragranze si sono aggiunti i colori e le forme e tutta la bellezza che poteva essere catturata con gli occhi.

Con il mondo delle piante ho stabilito fin da subito legami profondi, fatti di sguardi, sfioramenti e dialoghi. Dialogare con loro mi veniva spontaneo, forse perché non temevo nessuna risposta che non fosse quella che io mi aspettassi. Inoltre, un fiore non è mai banale e fin quando vive e prospera nel suo campo è simile a un re sul suo trono accerchiato dalle sue ancelle, piccole piante amiche ai suoi piedi, che magnificano lo stelo alto, robusto o anche esile. Fiori che si dondolano al respiro del vento tra numerosi fili di erba alta, che tutt’intorno li fasciano e l’abbracciano come vere guardie del corpo, le scortano, le ripara dal vento e dalla pioggia sferzante.

Un fiore, specie se unico nel suo genere, si fregia d’essere circondato da piante teneramente disposte attorno, pronte a rinsaldare le tenere radici, così da allungare la sua vita, la sua bellezza, esaltando, elargendo e procrastinando – fosse solo per un giorno – l’esplosione di colori e di profumi e di poesia fin oltre l’area circostante. Un fiore non vive mai per sé, ma per l’intera comunità, la splendida biocenosi.

Ben presto e a mie spese imparai che un fiore selvatico, per quanto bello sia, se asportato dal suo mondo e collocato nell’angolo, sia pure più grazioso della nostra casa, non riesce mai ad esprimere nessuna autentica bellezza, nessuna grazia assimilabile a quella che sprigiona in natura, nel suo mondo agreste, quieto e composito. Il bello dei fiori di campo è quello di vivere spontaneamente nell’esatto luogo dove le radici hanno attecchite, sulle spettacolari terre selvagge o lungo i sentieri della libertà, fosse anche tra le pietre; nel loro habitat sono sempre e comunque belli e conservano una grazia autentica anche quando appassiscono e piano l’ovulo si trasforma in seme. In questa fase delicata, fiduciosamente, il seme in via di maturazione dondola a ogni respiro fino a quando, consapevolmente maturo, si lascia trasportare dalla folata di vento più ardita, senza temere nessun ambiente nuovo, indomito, con tutta l’energia necessaria, inizia la nuova sua vita, allungando radici e stabilendo solide interazioni con sconosciuti, i numerosi organismi, affini e meno affini. La vita, è un viaggio di necessità e desideri e lui, il seme, lo sa. 

Le vite dei fiori selvatici seguono unicamente la loro essenza, vivendo il loro tempo in maniera nobile, superando avversità climatiche e realizzando il loro ciclo vitale e diffondendo e perpetrando la specie.

È questa la filosofia, filosofia del semplice, ma che insegna tanto e insegna anche tanto il complesso che nella vita di ogni vivente c’è.

Altra cosa sono invece le piante coltivate, tuttavia, anche attraverso tutte le piante perenni e annuali che ho messo a dimora ricordo le mie stagioni, i miei momenti di maturazione, le voci, gli abbracci, le assenze di volti, gli spruzzi di gioia e le cadute nelle malinconie. Piante, fiori e rose, regine dei giardini, sono stati al mio fianco, li ho curati ogni giorno, dato acqua in estate e terreno a volontà in primavera e loro mi hanno insegnato che la perfezione non esiste, ma che possiamo fare sempre meglio, che il viaggio di crescita richiede pazienza e rigore e non finisce mai e che bisogna continuare a piantare semi perché in ogni seme può essere racchiusa la sorpresa più bella. 

I profumi loro più intensi li ho inspirati io insieme alle farfalle, amiche loro e mie e alle api che in estate ronzavano gioiose sulle loro corolle e alla prudente Cetonia dorata, dalle venature bronzee, viola, gialle e azzurro-ramate che, ben mimetizzata tra foglie e corolle, si nutre di polline mentre interra le sue uova in un ciclo vitale mai finito. Lo scarabeo verde, senza saperne troppo, e senza conoscerlo a sufficienza, già lo associavo a simbolo di trasformazione e fortuna e, anche se non sacro come lo scarabeo egizio, la sua bellezza era simile per noi ragazzi era divertente vederlo volare e librare in aria tutto i suoi colori ipnotici e il suo ronzio vibrato, mentre, sinceramente ingenui, esprimevamo un desiderio.

Si possono vivere tante vite all’interno della vita natura. Quel periodo, per me, era fatto di attrezzi che mi servivano a rimaneggiare il terreno, altri indispensabili a potare rami secchi, altri ancora utili ad annaffiare e poi, all’occorrenza, potevo afferrare carriola e guanti, anche se questi ultimi li riservavo solo all’accudimento delle piante dotate di aculei.

Ora mi domando se sono le belle persone a far crescere i fiori – dai più semplici fino alla loro regina, la rosa – o se sono le rose, insieme all’intero corteo floreale, a far maturare le belle persone, intanto, io vivo dentro la facoltà del ricordare e nutro la memoria che ci è stata donata per farci sentire i profumi dei fiori anche a dicembre, quando fuori il giardino è trasformato in un batufolo d’ovatta e il prato e la siepe e i cespugli e i rizomi e i bulbi e i semi dal gelo si riparano sotto la bianca coltre e il nostro naso ancora sembra respirare effluvi di colorati profumi, memoria di profumi.  

2 pensieri su “La poesia di Maria: Semi”

  1. Rivedo me e Maria a raccogliere orchidee selvatiche che non avevo mai visto e cicorie che non avevo ancora imparato a riconoscere. Nella poesia c’è Maria, lei e la natura che la permea

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