La poesia di Maria: “Segni e sogni poetici”

La poesia di Maria: “Segni e sogni poetici”

di Maria Matani

Quando segni,

apparentemente casualmente apposti,

si assemblano a determinare spazi,

superano i singoli confini e all’unisono

vibrano un linguaggio sconosciuto,

poesia.

Scintille nella notte, le parole perdono i grafemi

e si caricano di striature d’oro

e tu, lettore di ogni tempo, il canto ne cogli

e i profumi ne assapori,

i più antichi del mondo, colmi di sogni,

essenza del vivere.

Silenzio per favore, sto leggendo! 

Sto leggendo poesie. Nessun frastuono, prego. La poesia va letta a voce alta, assaporata lentamente; la poesia non si finisce mai di leggere, ogni nuova lettura scopre nuove sfumature. Silenzio e luce soffusa, un filo d’aria dalla finestra socchiusa e quel gradevole profumo d’alloro che amplifica il suono della voce e di verde tinge i significati e alle pause dona intrinseca musicalità. Spegni il Wi-Fi e tutti i vari led; nessun ostacolo alle parole che escono dal foglio bidimensionale e al di sopra di esso in versi si raccolgono e si ricompongono a formare immagini tridimensionali: salvagente esistenziali, sospesi come mongolfiere nell’azzurro cielo.

La poesia più bella del Novecento è scritta solo con segni geometrici: retta, cerchi e triangoli, Microfilm. 

Mi piace correlare Microfilm – la  poesia-esperimento, la trascrizione di un sogno, la rappresentazione del disastro, la poesia del tutto e il niente, la geometria del dolore, il frammento conglomerato pesante – a doppie tematiche di stampo personale su base di unione e predicati verbali:

Poesia e visione onirica; Poesia è visione onirica

Poesia e universalità; Poesia è universalità

Poesia e nascita; Poesia è nascita

Poesia e doppia prospettiva; Poesia è doppia prospettiva

Poesia e psicoanalisi; Poesia è psicoanalisi

Poesia e scienza; Poesia è scienza

Poesia e scarabocchio; Poesia è scarabocchio.

Microfilm ha il corpo racchiuso in un triangolo rettangolo isoscele al cui interno si ripetono i segni a formare parole che, progressivamente, perdendo il primo segno a sinistra, divengono sempre più concisi, fino a chiudersi in un singolo simbolo:

IODIO 

 ODIO

   DIO

      IO

        O 

  Parole e chimica, come iodio, si posiziona  in prima riga. Iodio, il meno reattivo e il meno elettronegativo tra tutti gli alogeni, usato in medicina e fotografia; elemento fondamentale nel metabolismo umano. All’interno del triangolo poetico le tracce di iodio si stagliano e vanno svaporando, così come svaporavano dalle mie narici, quando da piccola mi allontanavo dall’ambulatorio medico. Lo iodio, pungente ed irritante, perdendo la O diventa DIO, l’onnipotente che fagocita il sottostante IO, la parte più profonda dell’uomo, l’istanza psichica che media le richieste del Super-Io e i vincoli della realtà esterna, fino ad arrivare allo O, origine e vuoto primordiale che, paradossalmente, occupa il centro del discorso poetico. Presenza ingombrante, punto di partenza e di arrivo. Punto focale dove la realtà si annulla e si ricompone.

Quando le parole non sono state più bastanti, il poeta si è rifugiato nel suo paradiso personale, fatto  di aste e cerchietti, assegnando alla primitiva lingua materna il duplice compito di scalare l’abisso, entro il quale ognuno può cadere e riaffermare le ragioni della speranza.

Prima di risorgere, tuttavia, anche il linguaggio poetico deve morire, inabissarsi, fino a scomparire nel baratro della comunicazione apparente. 

Andrea Zanzotto, poeta e partigiano italiano, può certamente combattere anche la battaglia ai confini del linguaggio, tra innovazione e tradizione, tra paesaggio e lingua, tra sperimentazione e ricerca di una espressione poetica che riesce a dire anche l’inesprimibile, in un volo pindarico tra valori simbolici, metaforici e misteriosi. E lo fa nell’ora più buia della realtà, quando la Storia tracima e la poesia, coraggiosamente, prosciuga acqua, lacrime e dolori e accoglie tra le sue maglie, vecchie quanto il mondo, distruzione e dispersioni.

Zanzotto, il fuori tempo ermetico, elabora una poetica a densissimo senso, pari a un agglomerato, guidato, com’è, da una sorta di intelligenza geologica, eppure, il poeta va oltre l’ermetismo, a caccia di sperimentazioni linguistiche che si concentrano sulla modernità del paesaggio naturale, per poi sfociare in un neorealismo che lo rappresenta, che ci rappresenta, quello del paesaggio corporeo ridotto ad esistenza psichica. In questo territorio eco-umano-geografico, la poesia si fa persona e la lingua nella sua irregolarità, diviene un sobbalzo di latinismi, stranierismi, dialettismi, fino ad accogliere ogni farfuglio, in uno slancio onnivoro che tutto fagocita  e restituisce sotto forma di nuovi collegamenti, atti ad abbracciare verità, linguaggio e poesia.  

Segni e sogni poetici…

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