La poesia di Maria, “saggezza ancestrale”
di Maria Matani
Saggezza ancestrale
Ti riconosco dallo sguardo
che non si ferma sulle cose,
ma ci passa attraverso, le pesa
e le sostanzia.
Ti riconosco dalle mani, ossute
e bianche;
ti riconosco dalla voce,
coraggiosa e leggera,
una melodia paziente,
custode delle cose vere
e della mente.
Solo fiori selvatici tra le tue dita
e fiori spontanei a ricordarmi le radici,
petali che nel vento volano celando parole
le più antiche, le mie amiche.
Il patrimonio ancestrale cammina sulle gambe delle nonne.
Mia nonna era una persona speciale. Le sue mani mi hanno aiutata a costruire il mio mondo, i suoi racconti mi hanno dato il senso infinito della saggezza.
Mia nonna pregava e cantava e lavorava senza cambiarsi d’abito, ma solo lavandosi le mani.
Recitava preghiere per riportare i morti tra i vivi. Seduta, insieme alle donne della contrada, ai piedi del defunto adagiato sul letto, sgranava rosari e scioglieva nodi che si trasformavano in pianto, che silenzioso rigava le gote, senza far rumore, senza alcuno disturbare.
Nella stanza buia, con gli scuri socchiusi, rischiarata solo dalla luce tremolante delle candele, alte e bianche come faggi di montagna dalle cortecce lisce e chiare, accese lì a purificare l’anima del trapassato, una nenia sommessa, ripeteva a turno con le astanti, preghiere, preghiere non scritte sui messali, ma preghiere personali, atte a ricordare le buone qualità di colui che più non parlava, allo scopo di arricchire il suo portafoglio spirituale, finalizzato a garantire all’anima sua l’attraversamento degli spazi siderali, senza intoppi e senza guai…
Eri forte e generoso,
sei stato un padre amoroso,
lavoratore mai a riposo,
con te se ne va via il valoroso
La mia nonna cantava piano le sue arie napoletane, quelle imparate da bambina, quando il suo Stato era Borbonico – Siciliano. Cantava, quando la mattina il fuoco nella buia cucina risplendeva; cantava quando la farina setacciava con movimenti fluidi e misurati e intanto sul tavolo massiccio, leggera come talco, si raccoglieva e l’aria di particelle profumate s’incipriava.
Cantava, quando la farina impastava e lenta e cauta si dondolava, mentre l’impasto alle sue mani rispondeva, e le stesse, la sfoglia in striscioline tutte uguali tagliava, riempiendone i piatti di bontà, figlia di cereali e di amore familiare.
E cantava, la sera all’imbrunire, tra il gregge che pascolava, cantava nella vigna che spampinava, cantava mentre i panni piegava, cantava nelle giornate nevose, mentre le lenzuola rammentava, cantava e cantava piano, mentre ricordi e pensieri, mai da noi fanciulli indagati, vivacemente con lei argomentavano e dietro la sua retina si accalcavano…
Pacchianella chi vù fa,
quaste è la ripe,
si ti la vù zumpà
Cantava la mia nonna mentre le frittelle preparava per la merenda dei lavoratori che nei campi sudavano. Sfrigolii di olio bollente su fiamma incandescente, musica assordante che la voce eclissava, trasformandola in una sorta di fiume carsico, che a precipizio alle sue radici tornava, dove nessuno poteva entrare, perché il tempo era lontano e il percorso accidentato assai…
Sarturillo che fai?
Cucio e scucio,
non mi fermo mai
Mia nonna sapeva tradurre le cose impossibili da spiegare in piccole rime cantate e lo faceva in maniera orante; per lei il canto a fior di labbra era una preghiera che usciva dal cuore e raggiungeva chi propenso ad ascoltare si prestava. Benedizioni sulla via del bene e del dolore.
Mia nonna mi insegnava il suo mondo, mi regalava la sua esperienza, mi trasmetteva i suoi metodi di cura e guarigione. Così si è creata una relazione vera tra me e lei, basata sull’ascolto attivo, una sorta di insegnamento – apprendimento, imperniata sulla fiducia e sull’acquisizione di argomenti vari, realizzata su base volontaria, senza interrogazioni e senza voti. Da piccola ascoltavo con meraviglia e divertimento, capendo solo in prossimità, ma assolutamente curiosa della sua sapiente dote di curatrice nei confronti dei miei piccoli malanni e della recita delle sue parole magiche, specifiche contro ogni danno.
La sua sapienza, nella quale confidavo ciecamente, ahimé, ha indietreggiato quando sono diventata grande; forse lei avrà avvertita la nostra distanza generazionale. A un certo punto, più non cantava, guardava lontano, ma il suo vestito era rimasto uguale; abito ottocentesco indossato con orgoglio regionale, solo il colore era mutato, i toni del marrone e del grigio, spigati d’inverno e puntinati in estate, avevano lasciato il posto al nero totale.
Silenziosa, in casa si muoveva, ma cosa pensasse di quella sua nipote, frettolosamente cresciuta solo apparentemente, chiassosa e rovinosamente disordinata, mai mi diceva.
I giovani sono attratti dal futuro e guardano sempre avanti, perché tanta è la strada che sentono di dover percorrere; i vecchi guardano indietro, perché sanno che avanti non c’è tanto cammino da fare e, in questa distanza cosmica, un giorno freddo e invernale, mi lasciò sola senza più tornare.
Gli abbracci, i baci e i canti, la sua eredità immateriale. Di una cosa sono sì felice, che lei ha fatto in tempo a partire prima che scomparisse il coro delle donne che recitavano rosari al cospetto della salma composta sul letto rifatto con la coperta bianca e il profumo di cera bruciata nell’aria, atta ad accompagnare l’anima rendendola leggera e pura, pronta a lasciare questa terra, passando attraverso la finestra lasciata aperta e libera di volare, finalmente, verso il cielo.
Anche tutte le belle parole le furono tributate, da parte delle donne anziane del vicinato, quelle con le quali era cresciuta e la ricordavano giovane, mentre noi altre potevamo solo immaginare. Tutta la notte l’hanno vegliata come era giusto fare. All’alba, il suo viso bianco, tra il nero assoluto del vestito, era bello come sempre; leggero il suo corpo, come la sua anima nettata…
Dù ucchie t’ahà vijate,
l’angele t’ahà salvate,
lu Patre, lu Fije e lu Spirite sande,
l’anime a to’ ripose sande
Mia nonna ha fatto in tempo a far sì che le donne della sua contrada affidassero la sua anima all’eternità.
La nostalgia che si ritrova in certi particolari indimenticabili non va interpretata in modo riprovevole, ma è la forza per progettare l’avvenire; lo scandalo della morte non può essere il tabù sconveniente, incompreso, ignorato e inaccettato, ma va interpretato come rinascita, almeno per quelli che continuano a vivere.

Le donne da sempre scandiscono con le loro mani il tempo e le stagioni, sempre in prima linea, sempre al lavoro. E sempre con una marcia in più
W le donne
🌸🌸🌸
Viva le donne 💝❤️