La poesia di Maria :”Ricordi distesi”

La poesia di Maria :”Ricordi distesi”

di Maria Matani

In quei luoghi assolati o ombrosi,

difformemente alla temperatura mia interna,

distendo i miei ricordi,

fino a rianimarli, per poi richiuderli

nelle loro custodie naturali,

sacchetti intessuti di fili umani,

strappati alle intemperie del tempo.

Nei paesaggi della memoria se chiudi gli occhi, sotto le palpebre corrono le pagine più belle del tuo libro illustrato. Cosa vedi mio amico del tempo passato?

È tornato maggio, il mese della fertilità, quello in cui la grande madre Terra si manifesta in tutta la sua fastosità. Mentre pigro sfogli le pagine del tuo diario, mentre disincantato giri il calendario, mentre crei e modifichi eventi ed appuntamenti, mentre imposti la sveglia dei giorni tuoi lavorativi e al caso lasci quelli festivi, le rose sono sbocciate. Oh, amico del tempo passato, maggio è tornato! Ti sei perso la prima gemma rigonfia accanto alla spina arcuata, le prime foglie aperte tutte d’un fiato in una notte stellata, baciate dalla luna con gobba a ponente in un chiaro di luna crescente, i primi boccioli timidamente stipati tra il fogliame lucido, fasciante, protettivo si sono distesi nell’arco di un giorno di sole abbeverandosi nella pioggerellina pomeridiana e, abbracciati dall’arcobaleno cerimonioso, ora svettano e ondeggiano al soffio misurato della tenera brezza.

Rose chiassose, rose ammassate, rose rampicanti sui muri di casa, su quelli sgretolati e dismessi, rose teneramente abbracciate, fortemente intrecciate, rose su rose; una cascata di colori pastello rotolata su pietre abbandonate: giallo, rosa pallido, rosa shocking, arancione, bianco, rosso, viola.

Le tue rose spandono luce e profumi e stanno bussando al tuo balcone, mentre tu dormi, che coraggio! Alzati, amico del tempo passato. Alzati! Spalanca il tuo balcone, maggio è tornato e tornato è il tempo delle rose. Il loro dolce profumo più intenso appare ai primi raggi del sole, quando l’aria è ferma e dentro una bolla par di stare. Nella luce dell’alba le tue cellule ciliate cattureranno note di fresco, di pulito, di menta, note legnose, fruttate, ambrate, agrumate. La rosa centifoglia, la regina di maggio è la più mattiniera e quella dal profumo più intenso, è quella che maggiormente amavi.

Eri bambino quando ne componevi un mazzetto e orgoglioso lo consegnavi nelle mani della maestra, che in piedi ti attendeva sulla porta di scuola; eri ragazzo quando lontano da occhi indiscreti ne sceglievi una sola, la più bella e con la timidezza dipinta sulle gote imberbi, la offrivi, muto, alla ragazza, con la quale parlavi solo al buio della tua cameretta, quando lei non c’era.

Tante primavere sono passate, troppe da quando non ti pungi più le mani, da quando non annusi più l’ossido di rosa allo stato puro, da quando non segui le danze di api bottinatrici alla ricerca di rose mature e beatamente dischiuse al sole, da quando non cerchi più di indurre una coccinella a salire sul tuo dito indice per poi farla volare in direzione del tuo amore, da quando non ti impegni a catturare una farfalla – serenamente intenta a succhiare polline – tra le tue mani chiuse a coppa per evitarne il minimo tocco. Troppe primavere sono passate da quando più non ti perdi nel tuo giardino di rose, da quando nel tuo giardino di rose esplicitavi i tuoi pensieri, sceneggiavi il tuo presente, scioglievi i tuoi drammi, abbozzavi il tuo futuro. 

Le rose, nei giorni di ricorrenza ora, li acquisti dal fioraio, hai imparato che le più belle sono quelle con il gambo lungo, hai notato che le rose addomesticate hanno perso le spine, magnifico; non pungono più. Ora le tue belle mani non subiranno nessun affronto doloroso. Borioso, serioso, frettoloso te ne vai con le tue rose gambo – lungo, acquistate in ogni stagione dell’anno, anche d’inverno, anche a Natale, anche con la neve, ma nessuna scia odorosa lasci sulla tua via. A casa le sistemi nel tuo vaso di cristallo slanciato, elegante, pronto ad accogliere la regina dei fiori, ahimè fiaccata nelle cellule nettarine, così che nessun profumo si spande nel tuo caldo nido. 

Ma ora maggio è tornato e le tue rose rampicanti le puoi vedere in tutto il loro splendore e le puoi sentire in tutte le loro fragranze; puoi allungare la mano e staccare i boccioli più belli; può succedere, astrattamente, che una spina accarezzi per errore la tua epidermide fino ad arrivare al derma, piccolo graffio che ti porterai fin dentro le mura della tua casa asettica, insieme a una nuvola dal profumo schietto con cui dipingere giorni nuovi con tinte, profumi e sensazioni antiche.

Serenate alla luce del sole.

Un pensiero su “La poesia di Maria :”Ricordi distesi”

  1. “Non amo che le rose che non colsi”. Questo verso del poeta Crepuscolare Guido Gozzano mi ha sempre affascinata per l’ossimoro che incarna. L’uomo vive di rimpianti e non ama ciò che non ha ottenuto, anzi.
    Per Maria una rosa è cofanetto di ricordi, di profumi che la vita moderna non sempre permette di apprezzare, ma che la nostra poetessa ci ricorda, sempre con amore.

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